Come modellare un mondo accogliente

Riportiamo l'intervento della filosofa e filologa Susanne Kummer co-fondatrice di AMAL, all’Incontro Romano, che quest’anno riguardava la possibilità di far diventare l’accoglienza una caratteristica fondamentale del mondo di oggi.

Testimonianze
Opus Dei - Come modellare un mondo accogliente Susanne Kummer è la co-fondatrice di AMAL, un’organizzazione austriaca che aiuta l’integrazione delle famiglie degli immigranti del Medio Oriente in Europa.

AMAL è un’organizzazione austriaca che aiuta l’integrazione delle famiglie degli immigranti del Medio Oriente in Europa. La sua co-fondatrice, Susanne Kummer, ha partecipato come relatore principale all’Incontro Romano che si è tenuto il 13 aprile 2017 alla Pontificia Università della Santa Croce.

Quali sono i problemi concreti che si presentano al momento di dare accoglienza, di inserire nella propria realtà, persone che da paesi in guerra, con gravi carestie, vengono in Occidente, e più esattamente in Europa?
Secondo me, il primo problema per l’integrazione in Austria, e in altri paesi, è la lingua. Il secondo è l’inserimento nel mondo del lavoro. Tra le persone che provengono da paesi come la Siria e l’Afganistan vi sono quelle che hanno raggiunto un certo livello accademico, ma molte altre lavorano come operai, impiegati, commercianti, ecc. Bisogna aiutarle a trovare in Austria, in Germania o altrove, qualcosa di simile alla loro professione..., oppure aiutarle a cambiare occupazione, offrendo loro una formazione professionale adeguata. Questo è un processo lento, che potrebbe anche risultare snervante perché occorre impegnarsi molto nel cambiare cultura, lingua, ecc. Alcuni hanno 40 o 50 anni, ed è logico che fatichino molto ad adattarsi e a cominciare una nuova vita.

Un altro grande problema è quello dell’inserimento culturale, che non è un processo unilaterale. Il problema è che anche noi dobbiamo cominciare a capire come vivono, quali sono le loro esperienze

Un altro grande problema è quello dell’inserimento culturale, che non è un processo unilaterale. Non è che si arriva in un paese nuovo e tutto finisce lì. Il problema è che anche noi dobbiamo cominciare a capire come vivono, quali sono le loro esperienze... Di solito è abbastanza difficile che si mescolino con persone del paese che li accoglie. Vivono nel loro mondo arabo – o di altri paesi africani -, perché si conoscono già o parlano la stessa lingua, e allora il pericolo è che si cominci a formare un tipo di società parallela. Abbiamo notato, lavorando con AMAL, che alcuni siriani dicono: “Io vivo in Austria da due anni, ma non sono mai entrato nella casa di una famiglia austriaca, non so come vivono gli austriaci”. Abbiamo notato che, anche se le persone vogliono integrarsi, esistono barriere, muri. Dobbiamo trasformare questi muri in ponti, in modo che i profughi che vivono qui possano conoscere le persone di questo paese e iniziare con loro una relazione personale.

Nei paesi europei si sentono voci e si notano apprezzamenti diversi. Alcuni dicono: “Siamo in molti a dover affrontare i nostri problemi e le difficoltà di ogni giorno. Non possiamo accollarci altre responsabilità”. Contemporaneamente si notano molte risposte solidali e il volontariato è in gran fermento...: chi predomina o chi predominerà?
Penso che non possiamo essere ingenui o indifferenti davanti a una situazione come questa. Si tratta di una delle più grandi crisi dell’umanità dopo la seconda guerra mondiale. Tuttavia ritengo che l’Europa non abbia le risposte adeguate per fronteggiare questo movimento di popolazioni in fuga dalla guerra o in cerca di una situazione che permetta loro di vivere degnamente. Io sono molto orgogliosa del mio paese: l’Austria è uno dei tre paesi d’Europa, dopo Germania e Grecia, che ha ricevuto più profughi in rapporto alla popolazione.

Durante l'intervento, i partecipanti all'Incontro Romano hanno posto molte domande.


Grazie a Dio, c’è una grande attività di aiuti civili da parte di molti cittadini che si rendono conto che lo Stato da solo non ce la fa. Comunque, alcuni dicono: “Questa gente si appropria del nostro lavoro, dei nostri benefici sociali; sul piano economico saranno un peso”.
Per un altro verso, c’è l’incontro – che non dev’essere un raffronto – con i musulmani che hanno una identità molto forte, in una Europa le cui radici cristiane vanno scomparendo. Queste sono le sfide per l’Europa, che io considero in modo molto positivo. Questo momento storico può aiutare, prima di tutto, le persone a rendersi conto quanto sia importante il contributo che ciascuno può dare. Poi, può stimolare le persone ad aprirsi e andare alla ricerca di quelli che arrivano. Nel nostro paese, se non cerchi i profughi, non li trovi perché stanno nelle campagne; non si vedono, non si sentono. Occorre muoversi per aiutarli: nelle città, nelle scuole, nelle parrocchie... Noto un’ammirevole movimento di persone del mio e di altri paesi che collaborano.
Quale esperienza ritiene che l’abbia arricchita di più nel suo compito di aiutare le famiglie dei rifugiati?
Una cosa che mi ha impressionato è come le persone si avvicinano quando uno offre all’altro il proprio cuore. Ecco l’esperienza di una famiglia austriaca che, tramite la fondazione AMAL, ha invitato una famiglia siriana a mangiare a casa loro. In un primo momento i figli austriaci non sapevano come comportarsi con i figli della famiglia siriana: non sapevano come parlare con loro; ma alla fine davano l’impressione di essere come i fratelli maggiori delle piccole bambine siriane. Così si è stabilita un’autentica amicizia. Ora si vedono ogni mese, fanno qualcosa insieme. Anche la famiglia austriaca è stata invitata in casa della famiglia siriana. È importante che anche noi ci lasciamo amare da quelli che vengono da lontano, in modo che ci possano offrire qualcosa. Sono molto ospitali.

“Senti, con questa famiglia siamo diventati amici, fino al punto che quando io sono stata ricoverata in ospedale e vi sono rimasta due settimane, sai chi mi ha fatto visita? La famiglia siriana”

Vogliono dare quello che hanno. La signora austriaca mi ha telefonato dopo alcuni mesi e mi ha detto: “Senti, con questa famiglia siamo diventati amici, fino al punto che quando io sono stata ricoverata in ospedale e vi sono rimasta due settimane, sai chi mi ha fatto visita? La famiglia siriana”.

È una cosa molto piccola ma molto bella, che dimostra che se ascoltiamo la loro storia, se ci lasciamo amare da loro, si stabiliscono buone relazioni. È ciò che dice Papa Francesco: i profughi non sono un numero, una massa, ma persone, con un viso, una storia, e bisogna scoprire la storia di ogni persona.
Mi ha colpito anche l’esempio di quei cristiano che sono stati costretti ad andar via dai loro paesi non solo per la guerra, ma anche perché sono perseguitati a causa della loro fede. Dobbiamo apprezzare molto la loro testimonianza. Ci danno lezioni impressionanti di amore, di perdono. Come quelle delle madri che perdonano gli assassini dei loro figli. I cristiani che provengono dal Medio Oriente costituiscono una straordinaria ricchezza per la nostra chiesa, forse un po’ “vecchia” qui in Europa. Danno una testimonianza di fede e di amore, anche nei momenti di tremenda sofferenza.

Ci danno lezioni impressionanti di amore, di perdono. Come quelle delle madri che perdonano gli assassini dei loro figli.

Quali benefici nota in una società multiculturale, interreligiosa? Quali pericoli?
Conosco persone che mi dicono che sono battezzate, ma che non sono mai state praticanti; affermano anche che questa situazione è un incentivo per considerare a fondo la propria religione cristiana perché ritengono che in loro i contenuti della fede si siano alquanto appannati. D’altra parte, coloro che arrivano in Europa, musulmani o cristiani che siano, affermano che non si aspettavano di trovare tanta indifferenza per la religione. Questo però mi sembra un’ottima occasione: l’incontro con persone che hanno una identità religiosa molto profonda aiuta a riflettere e interrogarsi sulla propria religione.
Spesso i musulmani hanno una falsa immagine del cristianesimo. Lo identificano con la cultura occidentale, con tutta la sua decadenza, il suo consumismo e il suo materialismo, con una forte carica di sensualità e di edonismo. E si sorprendono quando vedono che è un cristiano colui che si sta occupando di loro, uno che li ama così come sono. Questa esperienza tocca i loro cuori e suscita in loro anche qualche interesse per questa religione.
In una parrocchia di Vienna, nella quale sono stati accolti molti musulmani della Siria, e sono stati trattati con molta amabilità, uno dei ragazzi ha detto al parroco: “Siete assolutamente diversi dai cristiani che ci hanno descritto; infatti ci avevano detto che passate il tempo a bere alcolici, che assumete droghe e state con le donne...; però io vedo cose ben diverse”.
Che cos’è il cristianesimo? Probabilmente è questa la domanda arrivata dall’Oriente.
Ho parlato con giovani di vari paesi del mondo. Secondo loro, qual è il ruolo dei giovani in questo compito di accogliere chi viene da lontano? Quali sono, di solito, le reazioni delle persone giovani di fronte a questi problemi di integrazione?

Il ruolo dei giovani è molto, molto importante perché stanno arrivando molte persone in giovane età. Come dice il Papa, dobbiamo abbandonare il nostro sofà e la nostra comodità, e andare incontro a questi giovani che in Europa vogliono costruirsi un nuovo futuro. Ho parlato con molti volontari e ho chiesto loro perché stanno aiutando. Una ragazza diceva, per esempio, che quando dava lezioni o aiutava i bambini a fare i loro compiti scolastici, e vedeva i loro progressi e la voglia che avevano di imparare, si riempiva di gratitudine e rifletteva su tutto quello che aveva ricevuto. Un altro giovane mi diceva: “I miei amici mi domandano come riesco a fare tutto questo: studiare bene e aiutare i profughi... Io rispondo così: “Sapete? La soluzione è alzarsi un poco prima la mattina, e con ciò hai più tempo per aiutare gli altri”.

I giovani dell'Incontro Romano hanno preparato snack di benvenuto per i partecipanti.


Forse molti giovani non hanno vissuto ancora l’esperienza di essere realmente necessari ad altre persone. Viviamo in un mondo ricco, nel quale non è tanto facile capire quante persone si trovano in situazioni molto difficili...; ma se si alzano dalle loro poltrone, se vanno per la strada, scopriranno e potranno rendersi conto che il loro aiuto è molto importante. Io suggerirei loro di andare nella loro diocesi, nella loro parrocchia, nelle scuole e domandare che tipo di aiuto possono dare: insegnare la lingua, risolvere problemi burocratici, stare vicino... Sicuramente, da una parte o dall’altra, molti ne trarranno beneficio.