Costretti ad andar via dalla loro terra

Le bombe e la morte, conseguenza della guerra, li hanno costretti a lasciare il loro paese. Senza contare la repressione e la persecuzione politica. Nove profughi, dei 70 che vivono nella regione spagnola della Navarra, raccontano la loro storia. Lo fanno insieme a un gruppo di volontari dell’Università di Navarra.

Testimonianze
Opus Dei - Costretti ad andar via dalla loro terra La famiglia Baghirova viene dall'Azerbaigian. La madre Saadat, con suo marito, Kanan, e i suoi figli Rena e Gurban. Foto: Jesús Caso / Diario de Navarra.

E se fossi tu con la tua famiglia? T’immagini che saresti stato costretto ad abbandonare la tua terra a causa della guerra o della repressione? Non sono gli interrogativi di qualche opuscolo di una ONG o di un documentario a sostegno dei profughi; li formula un professore universitario di Storia e lo fa in un parco di Pamplona (Spagna). Il professore è Santiago Martínez Sánchez e impartisce lezioni di Storia Contemporanea nell’Università di Navarra. Lo ascoltano alcuni volontari, studenti del centro accademico.

Rifugiati e volontari. In un parco di Pamplona. Foto: Jesús Caso / Diario de Navarra.

Tutti osservano come il fotografo ritrae le immagini della famiglia Baghirova per questo articolo. La madre, Saadat, il padre, Kanan e i loro due figli, Rena e Gurban, di 10 e 6 anni, sorridono all’obiettivo. E lo fanno come una famiglia qualunque, a passeggio per il corso in una mattina di sole di un sabato di fine ottobre. Nessun passante presente alla scena penserebbe che sono stati costretti ad abbandonare il loro paese, l’Azerbaigian, una ex repubblica sovietica, perché la madre, pediatra e oftalmologa, militava in un partito contrario a quello di governo. E che ora vivono in una residenza per profughi, ma che sono già riusciti ad affittare un appartamento nel quartiere della Chantrea.


Costretti ad andare via dalla loro terra

Queste quattro persone fanno parte di un gruppo di dodici profughi che vanno a passeggio con i volontari del Raggruppamento Universitario per il Medio Oriente (AUNOM), voluta un anno fa da Santiago Martínez. “Mostriamo loro Pamplona, andiamo al museo o a prendere qualcosa… Gradiscono molto la compagnia, che qualcuno si preoccupino di loro”. Attualmente sono circa 70 i profughi dal Medio Oriente (Siria, Iraq, Azerbaigian…), dall’Africa (Camerun, Mali…) e dall’America Latina (Venezuela…) che risiedono nella Navarra.

‘La vita continua’

“Pur avendo vissuto tragedie e perduto alcuni parenti, la vita continua. E se vedono che vi sono alcune persone che altruisticamente vogliono aiutarli, lo gradiscono”. Come Saadat Baghirova. “Sono diventati miei buoni amici – spiega questa profuga politica in un castigliano molto corretto imparato in soli cinque mesi –. Siamo stati costretti ad andarcene perché sono venuti in casa nostra spaccando tutto”, racconta questa donna di 35 anni. Oggi racconterà la sua storia a tutti quelli che vorranno ascoltarla. La seduta si terrà alle 19,15 nell’aula magna dell’edificio di Scienze dell’Università di Navarra, in una conversazione su “I profughi dal Medio Oriente”, alla quale interverranno studenti e professori.

Saadat, di religione musulmana, aspira a esercitare subito la sua professione e nel frattempo si dedica a studiare lo spagnolo. “Io non ho avuto problemi nell’affittare un appartamento perché parlo la lingua, sono medico e sono venuta con la mia famiglia. Altre persone, invece, ne hanno”. In realtà, molte società immobiliari e molti proprietari non vogliono affittare ai profughi. Non sono certi che pagheranno l’affitto o pensano che non avranno cura dell’appartamento. Un gruppo di volontarie accompagna le famiglie a cercare un alloggio. Isabel Fernández Acín, madrilena e studentessa al 5° anno di Giurisprudenza, è una di queste. “Alcune società immobiliari si sono lasciate coinvolgere, ma altre no”. Il Governo centrale concede 700 euro al mese a ogni famiglia (coniugi con tre figli) per l’affitto e le spese (acqua e luce) finché non trovano un lavoro. Inoltre dà un’altra somma (secondo il numero delle persone) per il mantenimento.

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“Vivevo da perseguitato, come un topo”

Il camerunese Jacques Johnny Moutapam, a Pamplona. Foto: Jesús Caso / Diario de Navarra.

Jacques Johnny Moutapam si emoziona sulla terrazza di un bar del centro. Ancora si sente gridare ‘buon compleanno’ mentre soffia sulle candeline ed esprime un desiderio. “È la prima volta che festeggio così il mio compleanno. Molte grazie a tutti. Siete come la mia famiglia”, dice il festeggiato, che mercoledì 26 ottobre ha compiuto gli anni. Dei suoi 33 anni di vita, quattro li ha passati come profugo in Spagna: prima a Madrid e da sei mesi a Pamplona. Nato nel Camerun, a Édéa, una città sul mare bagnata dal fiume Sanaga, ha dovuto lasciare il suo paese per un “problema politico”. Ora vive nella residenza che la Croce Rossa gestisce accanto alla scuola Luis Amigό, però aspira ad affittare al più presto una camera in un appartamento di Pamplona condiviso con altri. Insieme con il gruppo di volontari dell’Università di Navarra, si gode la mattinata del suo compleanno passeggiando per Pamplona e apprezza il dolce, le candeline, e soprattutto la compagnia dei suoi nuovi amici.

Il camerunense s’infervora a raccontare la sua storia quando gli si domanda perché ha dovuto andar via dal suo paese. “Non dica che è stato soltanto per motivi politici. Voglio raccontare quello che mi è successo”. E rievoca una storia della sua gioventù. Correva l’anno 2000, aveva 17 anni e per errore è andato a finire in galera. Era stato l’unico testimone della morte di un uomo del suo quartiere, che avevano confuso con un altro. “Io avevo visto chi era stato e l’ho detto ai suoi parenti”. Da allora, ricorda, sono vissuto “come un topo”. “Entravo a casa mia quando era buio e andavo via all’alba”. Nel 2008, continua, “finalmente” ha trovato un lavoro come operaio in una fabbrica di alluminio. “Io andavo sempre in giro per le strade con la tuta da lavoro perché la gente vedesse che lavoravo lì”. Però i problemi continuarono, e per altri motivi fu arrestato e bastonato dalla polizia. “Per poco non mi hanno ammazzato”, dice indicando alcune profonde cicatrici al capo. Finalmente, il 12 maggio 2012 è riuscito a uscire dal Camerun. L’ha fatto camminando attraverso il suo paese, la Nigeria, il Niger, l’Algeria e il Marocco in un duro viaggio durato quasi tre anni. Ha attraversato lo stretto di Gibilterra, fra Tangeri e Tarifa, in una carretta del mare. Da lì è arrivato a Madrid, dove vive da un anno e tre mesi.

Alla fine di aprile è arrivato a Pamplona, e così conclude la sua storia in uno spagnolo abbastanza fluido con accento francese, la lingua del suo paese. Finora ha lavorato in una scuola agraria e in lavori forestali, e aspira a continuare a lavorare e a poter vivere ‘tranquillo’. “Nella residenza sto bene, ma preferisco vivere per conto mio”, racconta mentre saluta con una stretta di mano quella ‘famiglia’ che ha festeggiato il suo compleanno.

Una pediatra e oculista dissidente dal suo Governo

La pediatra e oftalmologa Saadat Baghirova, di 35 anni, abbandonò l'Azerbaigian per motivi politici. Nella foto, con suo marito, Kanan Baghirova, di 38, e i suoi due figli, Rena, di 10, y Gurban, di 6. Foto: Jesús Caso / Diario de Navarra.

Sino alla fine dello scorso aprile Saadat Baghirova diagnosticava bronchiti, polmoniti e appendiciti ai bambini che si rivolgevano all’ospedale nel quale lavorava. A Baku, la capitale dell’Azerbaigian, una elle ex repubbliche sovietiche, al confine con Russia, Georgia e il Mar Caspio. Però la sua militanza in un partito politico contrario a quello di governo, l’ha fatto decidere a lasciare il paese. “Tutti i miei colleghi erano iscritti nel partito di governo e il mio capo mi ha domandato perché io non lo fossi. I miei figli non potevano frequentare la scuola. Così non si poteva vivere”, ricorda in una soleggiata mattina d’autunno mentre passeggia nel parco, a Pamplona. Questa pediatra e oftalmologa di 35 anni, e suo marito, Kanan, di 38 anni, economista, master in marketing e gestore di una ditta familiare, hanno lasciato la loro famiglia, la loro casa, i mobili e tutti i ricordi. Si sono imbarcati con i loro due figli – Rena, di 10 anni, e Gurbart, di 6 – in un viaggio senza ritorno.

Sono partiti dalla Georgia, sono passati in Turchia e da lì hanno preso l’aereo per Bilbao. Dopo una settimana passata tra Bilbao e San Sebastián, sono arrivati a Pamplona, “perché c’erano più alloggi per famiglie”. La Croce Rossa di Navarra li ha accolti nella residenza per profughi vicino alla scuola Luis Amigό. “Lì abbiamo potuto vivere con altre famiglie di Siria, Palestina, Venezuela e Iraq. Però la convivenza era difficile. Non eravamo abituati”, racconta Saadat, che ha imparato uno spagnolo abbastanza corretto in cinque mesi”. “Riceviamo lezioni di spagnolo due ore al giorno, dal lunedì al venerdì, ma è poco. Voglio andare all’università per imparare di più”, insiste. La prossima settimana, aggiunge, ‘finalmente’ andranno a vivere da soli in un appartamento che hanno affittato nella Chantrea. “Non abbiamo avuto problemi per trovare alloggio”, assicura.

Per diciotto mesi sono inseriti in un programma della Croce Rossa, grazie al quale ricevono il denaro per l’alloggio e il mantenimento. Dopo, hanno già di che vivere per conto loro. “È duro lasciare il tuo paese, però ci stiamo adattando. I miei figli vanno a scuola qui e noi cerchiamo lavoro. Voglio ritornare a esercitare. Non sono fatta per stare in casa”. Anche se il suo titolo accademico è omologato, ora deve studiare per superare l’esame di lingua. “Abbiamo buoni amici all’Università di Navarra e alla Croce Rossa”. Lei e il figlio piccolo parlano uno spagnolo fluido, ma la figlia e il marito fanno più fatica. “Vogliono parlare con una grammatica perfetta”.

Fuga dall’orrore delle bombe, soli o con la famiglia

De sinistra a destra: l'iracheno Mohammed Alzawbaye; e i siriani Abdulrazak Isdrin, Abdulrazak al-Yusuf e Abdulkader, seduti in un parco di Pamplona. Foto: Jesús Caso / Diario de Navarra.

Abdulrazak Isdrin ha 27 anni e una protesi al piede destro. Alcuni mesi fa, mentre camminava per la strada a Homs, la terza città più popolosa della Siria (dopo Aleppo e Damasco), gli esplose una bomba e l’ha perduto. “Però posso camminare abbastanza bene”, racconta mentre beve un caffè-latte sulla terrazza di un bar, a Pamplona. Accanto a lui suo fratello Abdulkaden, di 26 anni, tenta di fornire altri dati della storia in un castigliano sommario. Entrambi sono arrivati a Pamplona quattro mesi fa. Sono arrivati anche con i genitori, di 60 e 51 anni, e altri due fratelli: Mahmoud, di 23 anni, che ha una disabilità intellettuale, ed Eva, di 16 anni. “In Siria era impossibile vivere a causa della guerra. C’era molta morte. Molti problemi”, aggiungono. Tutta la famiglia, di religione musulmana, vive da giugno nella residenza della Croce Rossa vicino alla scuola Luis Amigό e tutti ricevono lezioni di castigliano. Appena impareranno la lingua, sperano di trovare un lavoro di camionista (il padre) e di carpentiere (i figli più grandi).

Accanto a loro, prende un caffè il compatriota Abdulrazak al-Yusuf, con lo stesso nome di uno dei fratelli, che si sforza di fare da interprete. “Voglio guadagnare”, dice scherzando. Cittadino di Aleppo (la città più popolosa della Siria dopo Damasco, la capitale), ha 34 anni, ha lavorato in una ditta di logistica e aveva una fabbrica di biancheria, che ha chiuso tre anni fa. Elegantemente vestito e con occhiali di marca, racconta che gli è stato ‘molto difficile’ fuggire dal suo paese e condividere un appartamento con altre cinque persone a Orvina. “Non abbiamo abbastanza spazio. Il governo non si interessa di noi”, si lamenta e dice che non starà tranquillo finché la sua famiglia non andrà via dalla Siria. Anche lui senza genitori e fratelli ha fatto un lungo viaggio fino a Pamplona. Mohammed Alzawbay, 24 anni, è oriundo di Bagdad, la capitale dell’Iraq. Da lì è partito otto mesi fa ed è vissuto nei campi di profughi in Turchia e in Grecia prima di arrivare in Spagna. “Vivere lì è duro. C’è poco da mangiare e poca igiene”, racconta questo iracheno che ha lavorato come cuoco.