Croce e risurrezione nel lavoro

“Vuoi davvero essere santo? Compi il piccolo dovere d’ogni momento: fa’ quello che devi e sta’ in quello che fai”. Così san Josemaría riassumeva il cammino da seguire per santificare il lavoro ordinario. Ecco un nuovo articolo della serie sul lavoro

Lavoro

Grazie alla luce ricevuta da Dio, san Josemaría comprese il senso profondo che ha il lavoro nella vita di un cristiano chiamato da Dio a identificarsi con Cristo in mezzo al mondo. Gli anni trascorsi da Gesù a Nazaret gli apparivano pieni di significato considerando che, nelle sue mani, il lavoro, un lavoro professionale simile a quello di milioni di uomini in tutto il mondo, si trasforma in impresa divina, in attività redentrice, in cammino di salvezza[1].

La consapevolezza che ogni cristiano, mediante il Battesimo, è figlio di Dio e partecipe del sacerdozio di Cristo, gli permetteva di contemplare nel lavoro di Gesù il modello della nostra attività professionale. Non semplicemente un esempio da imitare, ma un modello vivo che noi dobbiamo incarnare. Più che lavorare come Cristo, ogni cristiano è chiamato a lavorare in Cristo, vitalmente unito a Lui.

Per questo motivo è importante contemplare con molta attenzione il lavoro del Signore a Nazaret. Non basta uno sguardo superficiale. È necessario considerare l’unione della sua attività quotidiana con la donazione della sua vita sulla Croce e con la sua Risurrezione e Ascensione in Cielo, perché soltanto così potremo scoprire che il suo lavoro – e il nostro, nella misura in cui siamo uniti a Lui – è redentore e santificatore.

A Nazaret  e sul Calvario

L’uomo è stato creato per amare Dio, e l’amore si deve manifestare nel compimento della sua Volontà, sapendo obbedire come figli. Eppure fin dal principio l’uomo ha disobbedito e con la disobbedienza sono entrati nel mondo il dolore e la morte. Il Figlio di Dio ha assunto la nostra natura per porre rimedio al peccato, obbedendo perfettamente con la sua volontà umana alla Volontà divina. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti[2].

Il Sacrificio del Calvario è il culmine dell’obbedienza di Cristo al Padre: si fece obbediente fino alla morte e alla morte di croce[3]. Accettando liberamente il dolore e la morte, che sono le cose più contrarie alla propensione naturale della volontà umana, ha dimostrato in modo sublime di non essere venuto per fare la propria volontà ma la Volontà di Colui che lo ha mandato[4]. Ma la strategia del Signore nella sua Passione e Morte di croce, non è un atto isolato di obbedienza per Amore; è l’espressione suprema di una obbedienza piena e assoluta che è stata presente nel corso dell’intera sua vita, con manifestazioni diverse in ogni momento: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua Volontà![5].

A dodici anni, quando Maria e Giuseppe lo trovano fra i dottori nel Tempio dopo tre giorni di ricerca, Gesù risponde loro: Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?[6]. Il Vangelo non ci dirà nient’altro della sua vita nascosta, salvo che obbediva a Giuseppe e a Maria – stava loro sottomesso[7] –, e che lavorava: era il carpentiere[8].

Tuttavia, le parole di Gesù nel Tempio illuminano gli anni di Nazaret. Indicano che, quando obbediva ai genitori e quando lavorava, stava nelle cose del Padre suo, compiva la Volontà divina. E come nell’episodio del Tempio non rifiutò di soffrire per tre giorni – tre, come nel triduo pasquale –, pur conoscendo la sofferenza dei suoi genitori che lo cercavano afflitti, neppure rifiutò le difficoltà che comporta il compimento del dovere nel lavoro e in tutta la vita ordinaria.

Foto: Sean Dreilinger.

Non era quella di Nazaret un’obbedienza di più basso livello, ma la stessa disposizione interiore che lo porterà a dare la vita sul Calvario. Un’obbedienza con tutte le energie umane, una completa identificazione con la Volontà divina in ogni momento. Sul Calvario si manifestò spargendo tutto il suo Sangue; a Nazaret, donandolo giorno dopo giorno, goccia a goccia, nel suo lavoro di artigiano che costruisce strumenti per coltivare i campi e che sono utili per la casa.

Era noto come faber, filius Mariae (Mc 6, 3), l’artigiano, figlio di Maria. Ed era Dio, e veniva a compiere la Redenzione del genere umano, ad attirare a sé tutte le cose (Gv 12, 32)[9]. Il valore redentore della vita di Gesù a Nazaret non si può capire se lo si separa dalla Croce, se non si comprende che nel suo lavoro quotidiano compie perfettamente la Volontà del Padre, per Amore, con la disposizione di consumare la propria obbedienza sul Calvario[10].

Proprio per questo, quando arriverà il momento supremo del Sacrificio del Calvario, il Signore offre l’intera sua vita, e anche il lavoro di Nazaret. La Croce è l’ultima pietra della sua obbedienza, come la chiave di un arco in una cattedrale: quella pietra che non soltanto si sostiene sulle altre ma che con il suo peso mantiene la coesione delle altre. Così anche il compimento della Volontà divina nella vita ordinaria di Gesù possiede tutta la forza dell’obbedienza della Croce, e, nello stesso tempo, culmina in essa, la sostiene, e per mezzo di essa s’innalza al Padre in Sacrificio di redenzione per tutti gli uomini.

Il  compimento  del  dovere Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua[11]. Seguire Cristo nel lavoro quotidiano vuol dire compiervi la Volontà divina con la stessa obbedienza di Cristo: usque ad mortem, fino alla morte[12]. Questo non significa soltanto che un cristiano deve essere disposto a morire prima di peccare. È molto di più: in ogni momento deve fare in modo di morire alla propria volontà, donando ciò che c’è di proprio nella sua volontà, per far propria la Volontà di Dio.

Gesù ha come proprie, nella volontà umana, le inclinazioni buone e rette della nostra natura, e questo offre al Padre nell’Orto degli Ulivi quando prega: non sia fatta la mia, ma la tua volontà[13]. In noi, la propria volontà è anche egoismo, amore disordinato verso se stessi. Il Signore non lo portava dentro di sé, ma lo caricò su di sé sulla Croce per redimerci. Ora, con la sua grazia, possiamo offrire a Dio la lotta per amore contro l’egoismo. Per identificarsi con la Volontà divina, ciascuno dev’essere in grado di dire, come san Paolo: sono stato crocifisso con Cristo[14].

Bisogna darsi totalmente, bisogna rinunciare a se stessi totalmente: è necessario che il sacrificio divenga olocausto[15]. Non si tratta di fare a meno di ideali e di progetti nobili, ma di ordinarli sempre al compimento della Volontà di Dio. Egli vuole che facciamo rendere i talenti che ci ha concesso. L’obbedienza e il sacrificio della propria volontà nel lavoro consiste nell’impiegarli per la sua gloria e nel servizio degli altri, e non per vanagloria e interesse personale.

Ma, come vuole Dio che usiamo i talenti? Che cosa dobbiamo fare per compiere la sua Volontà nel nostro lavoro? A questa domanda si può rispondere brevemente se si capisce bene tutto ciò che è implicito nella risposta: Dio vuole che compiamo il nostro dovere. Vuoi davvero essere santo? Compi il piccolo dovere d’ogni momento: fa’ quello che devi e sta’ in quello che fai[16].

La Volontà di Dio si manifesta nei doveri della vita ordinaria. Per sua natura il compimento del dovere richiede che la propria volontà si sottometta a ciò che si deve fare, e questo è costitutivo dell’obbedienza di un figlio di Dio. Ciò vuol dire che non bisogna considerare come norma suprema di condotta le proprie preferenze, le proprie inclinazioni o quello che ci fa piacere, ma quello che Dio vuole: che compiamo i nostri doveri.

Foto: The dock.

Quali? Il lavoro stesso è un dovere indicato da Dio fin dal principio, e per questo dobbiamo cominciare a lottare contro la pigrizia. In seguito questo dovere generico si concretizza per ciascuno nella professione che intraprende – in accordo con la propria vocazione professionale che fa parte della propria vocazione divina[17] -, con un certo numero di compiti specifici. Tra essi, i doveri generali di morale professionale, fondamentali nella vita cristiana, e altri che derivano dalla situazione in cui ciascuno si trova.

Il compimento di questi doveri è Volontà di Dio, perché Egli ha creato l’uomo affinché col suo lavoro perfezioni la creazione[18], e questo comporta, nel caso dei comuni fedeli, il compimento delle attività temporali con perfezione, in accordo con le leggi che le sono proprie, e per il bene delle persone, della famiglia e della società: un bene che si scopre con la ragione e, in modo più sicuro e completo, con la ragione illuminata dalla fede viva, la fede che opera per mezzo della carità[19]. Comportarsi così, compiendo la Volontà di Dio, significa avere buona volontà. Certe volte può richiedere eroismo, e sicuramente è eroismo lavorare con costanza, nelle cose piccole di ogni giorno. Un eroismo che Dio suggella con la pace e la gioia del cuore: pace in terra agli uomini che Egli ama[20]; gli ordini del Signore [...] fanno gioire il cuore[21].

L’ideale cristiano del compimento del dovere non si ferma alla persona ligia, che si limita a compiere i propri obblighi di giustizia. Un figlio di Dio ha un concetto molto più ampio e profondo del dovere. È convinto che l’amore stesso è il primo dovere, il primo comandamento della Volontà divina. Per questo cerca di compiere per amore e con amore i doveri professionali di giustizia; non solo, ma va oltre gli stretti doveri, senza pensare di stare esagerando nel dovere, perché Cristo ha dato la sua vita per noi. Dato che questo amore – la carità dei figli di Dio – è l’essenza della santità, si comprende perché san Josemaría insegna che essere santi si riassume nel compiere il dovere in ogni momento.

Il valore dell’impegno e della fatica Il lavoro non è in se stesso una pena, né una maledizione, né un castigo: coloro che parlano così non hanno letto bene la Sacra Scrittura[22]. Dio creò l’uomo perché coltivasse e custodisse la terra[23], e soltanto dopo il peccato gli disse: con il sudore del tuo volto mangerai il pane[24]. La pena del peccato è la fatica che accompagna il lavoro, non il lavoro in se stesso, e la Sapienza divina l’ha trasformata in uno strumento di redenzione. Assumerla è per noi parte integrante dell’obbedienza alla Volontà di Dio. Un’obbedienza che redime col compimento quotidiano del dovere. Con mentalità pienamente laicale, esercitate questo spirito sacerdotale offrendo a Dio il lavoro, il riposo, la gioia e le contrarietà della giornata, l’olocausto dei vostri corpi redenti dall’impegno di un servizio senza soste. Tutto questo è ostia viva, santa, gradita a Dio: questo è il vostro culto razionale (Rm 12, 1)[25].

Un cristiano non evita il sacrificio nel lavoro, non si indispettisce per l’impegno che richiede, non smette di compiere il proprio dovere perché non ne ha più voglia o perché non vuole stancarsi. Nelle difficoltà egli vede la Croce di Cristo, che dà un senso redentore alla sua attività, la Croce che sta chiedendo spalle che se la carichino[26]. Ecco perché il Fondatore dell’Opus Dei dà un consiglio di sicura efficacia: Prima di cominciare a lavorare, metti sul tavolo o accanto ai tuoi attrezzi di lavoro, un crocifisso. Ogni tanto, lanciagli uno sguardo... Quando giungerà la fatica, i tuoi occhi si volgeranno a Gesù, e troverai nuova forza per proseguire nel tuo impegno[27].

Un figlio di Dio non si abbatte neppure in caso di sconfitta, né ripone interamente la sua speranza e il suo appagamento nei successi umani. Il valore redentore del proprio lavoro non dipende dalle vittorie terrene ma dal compimento amorevole della Volontà di Dio. Non dimentica che a Nazaret Gesù compie la Volontà divina lavorando attivamente, ma che sulla Croce consuma la sua obbedienza soffrendo. Il culmine del non sia fatta la mia, ma la tua volontà[28] non consiste nel realizzare questo o quel progetto umano, ma nel soffrire fino alla morte, con un completo abbandono in Dio suo Padre[29]. Proprio per questo dobbiamo comprendere che più che con quello che facciamo – con il nostro lavoro e le nostre iniziative – possiamo corredimere con Cristo per quello che soffriamo, quando Dio permette che nella nostra vita diventi più evidente il dolce giogo e il carico leggero della Croce[30].

Foto: Alexander Jung.

San Josemaría insegna questa lezione di santità con parole che lasciano trasparire la propria esperienza personale. Non dimenticate che stare con Cristo vuol dire, senza possibilità di dubbio, imbattersi nella sua Croce. Se ci abbandoniamo nelle mani di Dio, è frequente che Egli permetta che assaporiamo il dolore, la solitudine, le contrarietà, le calunnie, la diffamazione, la derisione, dall’interno e dall’esterno: perché vuole configurarci a sua immagine e somiglianza, e permette perfino che ci chiamino pazzi e ci prendano per stolti. È il momento di amare la mortificazione passiva [...]. E in questi tempi di purificazione passiva, dolorosi, forti, di lacrime dolci e amare che cerchiamo di nascondere, sentiremo il bisogno di metterci in ciascuna delle sue santissime Ferite: per purificarci, per godere del suo Sangue redentore, per fortificarci. Accorreremo come le colombe che, come dice la Scrittura (cfr Ct 2, 14), si rifugiano nelle fessure della roccia quando giunge la tempesta. Ci nascondiamo in questo rifugio, per trovare l’intimità di Cristo: e ci accorgiamo che il suo parlare è dolce e il suo volto è leggiadro (cfr. Ct 2, 14)[31].

La luce della Risurrezione

Dopo aver scritto nella Lettera ai Filippesi che Cristo si fece obbediente fino alla morte e alla morte di croce[32], San Paolo prosegue: per questo Dio l’ha esaltato[33]. L’esaltazione del Signore, la sua Risurrezione e l’Ascensione al Cielo, dove è seduto alla destra di Dio[34], sono inseparabili dalla sua obbedienza sulla Croce, e gettano, insieme con essa, un’intensa luce sul lavoro di Gesù a Nazaret e sulle nostre attività quotidiane.

Vita umana e vita divina, quella di Gesù a Nazaret, non soltanto umana: vita del Figlio di Dio fatto uomo. Anche se soltanto dopo la Risurrezione sarà vita immortale e gloriosa, già nella Trasfigurazione manifesterà per un momento una gloria nascosta per anni nella bottega di Giuseppe. Colui che vediamo lavorare come falegname, compiendo il proprio dovere con sudore e fatica, è il Figlio di Dio fatto uomo, pieno di grazia e di verità[35], che vive nella sua Santissima Umanità una vita nuova, soprannaturale: la vita secondo lo Spirito Santo. Colui che vediamo sottomettersi alle esigenze del lavoro e obbedire a coloro che hanno autorità, nella famiglia e nella società, obbedendo così alla Volontà divina, è lo stesso che vediamo ascendere ai Cieli con potere e maestà, come Re e Signore dell’universo. La sua Risurrezione e la sua Ascensione ai cieli ci permettono di contemplare che il lavoro, l’obbedienza e gli stenti di Nazaret sono un sacrificio che costa, mai però oscuro e triste, piuttosto luminoso e trionfante come una nuova creazione.

Come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova[36]. Anche noi possiamo vivere nel bel mezzo della strada divinizzati, senza perdere di vista Gesù per tutta la giornata[37], perché Dio, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù[38]. Dio ha esaltato la Santissima Umanità di Cristo per la sua obbedienza, affinché noi potessimo vivere una vita nuova, guidata dall’Amore di Dio, morendo all’amor proprio disordinato. Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio[39].

Se nel lavoro compiamo per amore e con amore la Volontà divina, costi quel che costi, Dio ci esalterà insieme con Cristo. E non soltanto alla fine dei tempi. Già oggi ci concede un anticipo della gloria con il dono dello Spirito Santo[40]. Grazie al Paraclito, il nostro lavoro si trasforma in qualcosa di santo, noi stessi siamo santificati e il mondo comincia a essere rinnovato. «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei nuovi cieli e di una terra nuova (cfr. 2 Pt 3, 13; Ap 21, 1), i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo [...]. Si svela, in questa croce e fatica, un bene nuovo, il quale prende inizio dal lavoro stesso»[41].

Insieme con l’obbedienza della Croce e la gioia della Risurrezione – la nuova vita soprannaturale –, nel compimento amorevole della Volontà di Dio nel lavoro, dev’essere presente il mandato dell’Ascensione. Abbiamo ricevuto il mondo in eredità per incarnare in tutte le realtà temporali il volere di Dio. Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio[42].

Questa è la tempra dell’amore redentore di un figlio di Dio, il tono inconfondibile del suo lavoro. Impégnati nei tuoi doveri professionali per Amore: porta tutto a buon fine per Amore, insisto, e potrai sperimentare – proprio perché ami, anche se devi assaporare l’amarezza dell’incomprensione, dell’ingiustizia, dell’ingratitudine e perfino dell’insuccesso umano – le meraviglie che il tuo lavoro produce. Frutti succosi, semi di eternità![43].

In unione  con il sacrificio della Messa

Il Sacrificio della Croce, la Risurrezione e l’Ascensione del Signore in cielo costituiscono l’unità del mistero pasquale, il passaggio dalla vita temporale a quella eterna. Il suo lavoro a Nazaret è redentore e santificatore a motivo dell’unità del mistero pasquale.

Questa realtà si riflette sulla vita dei figli di Dio grazie alla Santa Messa che «rende presente non solo il mistero della passione e della morte del Salvatore, ma anche il mistero della risurrezione»[44]. «Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano, che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti»[45].

Grazie alla Messa, possiamo fare in modo che il nostro lavoro sia impregnato dell’obbedienza fino alla morte, attraverso la nuova vita della Risurrezione e attraverso il dominio che abbiamo su tutte le cose attraverso la sua Ascensione come Signore dei cieli e della terra. Non soltanto offriamo il nostro lavoro nella Messa, ma possiamo fare del nostro lavoro una messa. Tutte le opere degli uomini si fanno come su un altare, e ognuno di voi, in quella unione di anime contemplative che è la vostra giornata, dice in qualche modo la sua Messa, che dura ventiquattro ore, in attesa della Messa successiva, che durerà altre ventiquattro ore, e così sino alla fine della nostra vita[46]. Così saremo, nel nostro lavoro, un altro Cristo, lo stesso Cristo[47].

Javier López

[1]   San Josemaría, Colloqui, n. 55.

[2]   Rm 5, 19.

[3]   Fil 2, 8.

[4]   Cfr. Gv 6, 38; Lc 22, 42.

[5]   Eb 10, 7; Sal 40, 8-9.

[6]   Lc 2, 49.

[7]   Lc 2, 51.

[8]   Mc 6, 3. Cfr. Mt 13, 55.

[9]   San Josemaría, È Gesù che passa, n. 14.

[10]   Cfr. Mc 10, 33-34; Lc 12, 49-50.

[11]   Lc 9, 23.

[12]   Fil 2, 8.

[13]   Lc 22, 42.

[14]   Gal 2, 19.

[15]   Cammino, n. 186.

[16]   Ibid., n. 815.

[17]   San Josemaría, Colloqui, n. 60.

[18]   Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 302.

[19]   Gal 5, 6.

[20]   Lc 2, 14.

[21]   Sal 18 (19), 9.

[22]   San Josemaría, È Gesù che passa, n. 47.

[23]   Cfr. Gn 2, 15.

[24]   Cfr. Gn 3, 19.

[25]   San Josemaría, Lettera 6-V-1945, n. 27, cit. in Ernst Burkhart e Javier López, Vida cotidiana y santidad en la enseñanza de san Josemaría, vol. III, Rialp, Madrid 2013, p. 109.

[26]   Cammino, n. 277.

[27]   San Josemaría, Via Crucis, XI stazione, punto 5.

[28]   Lc 22, 42.

[29]   Cfr. Lc 23, 46; Mt 27, 46.

[30]   Cfr. Mt 11, 30.

[31]   San Josemaría, Amici di Dio, nn. 301-302.

[32]   Fil 2, 8.

[33]   Ibid. 2, 9.

[34]   1 Pt 3, 22. Cfr. Mt 26, 64; Eb 1, 13; 10, 12.

[35]   Gv 1, 14.

[36]   Rm 6, 4.

[37]   Cfr. San Josemaría, È Gesù che passa, n. 8.

[38]   Ef 2, 5-6.

[39]   Col 3, 1-3.

[40]   Cfr. 2 Cor 1, 22; 5, 5; Ef 1, 14.

[41]   Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Laborem exercens, 14-IX-1981, n. 27.

[42]   1 Cor 3, 22-23.

[43]   San Josemaría, Amici di Dio, n. 68.

[44]   Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Ecclesia de Eucharistia, 17-IV-2003, n. 14.

[45]   Ibid, n. 11.

[46]   San Josemaría, Appunti di una meditazione, 19-III-1968, cit. in Mons. Javier Echevarría, Lettera Pastorale 1-XI-2009.

[47]   San Josemaría, È Gesù che passa, n. 106.