Esempi di fede (VI): la fede del centurione

Un nuovo capitolo della serie di testi spirituali dedicata alla virtù della fede. Questa volta si propone l’esempio del centurione che, a Cafarnao, implorò la guarigione del suo servo.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Esempi di fede (VI): la fede del centurione

San Luca racconta che, terminato il sermone della montagna, nostro Signore entrò in Cafarnao. “Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo[1]. È una scena incantevole: all'inizio della vita pubblica del Signore, durante il suo ministero in Galilea, ecco che arriva un'ambasceria che gli sollecita un miracolo. La invia un centurione – una persona importante della città –, che ha un servo gravemente malato e gli chiede di guarirlo.

L'invio di messaggeri è frutto di un sentimento di indegnità da parte del centurione: riteneva di non essere degno di presentarsi a Gesù, né che Gesù entrasse nella sua casa, che era la casa di un «gentile». Tutto fa pensare che quell'ufficiale si era formato un alto concetto della dignità di Gesù e che conosceva le consuetudini e le leggi del popolo israelita in ciò che si riferisce ai rapporti con i «gentili». Per questa ragione, quando sa che Gesù sta venendo a casa sua, invia un secondo messaggio per chiedergli di non disturbarsi fino a tal punto. Gli inviati lo comunicano al Signore con le parole che la Chiesa rievoca ogni giorno nella liturgia della Santa Messa: «Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo...»[2], “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto..., ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito[3]. Il Signore loda questo atteggiamento e, alla presenza della folla che l'accompagna, esclama: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”[4]. Quando gli inviati ritornano a casa, il servo è già guarito. San Luca sottolinea che Gesù restò ammirato dell'umiltà e della fede del centurione. Questa volta è stato un «gentile», vale a dire uno che non fa parte del popolo eletto, a dare esempio di «fede», riempiendo di gioia il Signore.

Un ragionevole atto di deferenza

Gesù ha attribuito alla fede il comportamento del centurione che presenta molti aspetti: l'assoluta fiducia nei poteri del Signore, la semplice manifestazione di umiltà, la pubblica confessione della sua dignità. Tutto accade davanti alla folla che circonda il Signore, senza che il militare si vergogni nel confessare la propria «indegnità» e nel mostrare la propria fede. Gesù loda la decisione del centurione, nella quale vede unite l'umiltà e la fiducia nella sua Persona, oltre al riconoscimento che Egli viene da parte di Dio. Sono queste le disposizioni che la Chiesa vuole suscitare in noi quando, immediatamente prima di ricevere la Santa Comunione, ci rivolgiamo al Signore con queste stesse parole, aumentando così le nostre disposizioni di fede, di umiltà e di fiducia.

Il centurione ha sentito parlare di Gesù e del suo potere di guarire; forse gli hanno riferito alcune frasi pronunciate dal Signore nel sermone della montagna, o magari gli sarà stato raccontato qualche miracolo. In ogni caso, non aveva potuto avere notizia di molti eventi, perché siamo all'inizio della vita pubblica di Gesù. Eppure, quel poco che gli è arrivato è stato sufficiente a farlo credere e a confidare in Lui; qualcosa ha dato al suo cuore il motivo sufficiente per credere nei suoi poteri, e anche per intravedere la «dignità» del Signore.

La fede è un «atto di deferenza ragionevole» a Dio, perché poggia su alcuni motivi che rendono ragionevole il credere e, ancor più, ci dicono che dobbiamo credere perché, insieme con la grazia di Dio, ci sono stati dati segni sufficienti a spingerci a fidarci di Lui. Non stiamo credendo nell'assurdo, ma in qualcosa che sta al di sopra della nostra intelligenza. E crediamo, perché ci sono state date ragioni sufficienti per dar spazio alla fede in maniera ragionevole e onesta. Se non avesse queste due caratteristiche, la fede non sarebbe un atto di deferenza che l'uomo offre a Dio. Dio vuole l'adesione della nostra intelligenza alla sua parola, non l'annullamento della ragione; vuole che l'uomo si apra alla verità e non che si chiuda credendo nell'assurdo. Scrive sant'Ireneo: «Dato che fin dall'inizio l'essere umano è stato dotato di libero arbitrio, Dio, alla cui immagine egli è stato fatto, gli ha dato sempre il consiglio di perseverare nel bene, che si perfeziona con l'obbedienza a Dio. E non soltanto in quanto alle opere, ma anche in quanto alla fede, il Signore ha rispettato la libertà e il libero arbitrio dell'uomo [...], come dimostrano le parole di Gesù al centurione: “Va', ti accada secondo la tua fede”»[5].

La fede è un atto umano che perfeziona l'uomo in quanto tale; ma ciò non avverrebbe se fosse indotto ad agire contro la propria ragione. La fede non è annullamento dell'intelligenza, ma un'apertura alla verità mediante la fiducia in chi ce la propone. La fiducia è essenziale perché la fede sia ragionevole. Nel caso della fede teologale, si tratta di una adesione che si deve a Dio e soltanto a Lui. «La fede è anzitutto una adesione personale dell'uomo a Dio; al tempo stesso e inseparabilmente, è l'assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato. In quanto adesione personale a Dio e assenso alla verità da Lui rivelata, la fede cristiana differisce dalla fede in una persona umana. È bene e giusto affidarsi completamente a Dio e credere assolutamente a ciò che Egli dice»[6]: «È ragionevole avere fede in Lui, costruire la propria sicurezza sulla sua Parola»[7].

Un cuore semplice

La fede è un atto di deferenza ragionevole a Dio, ma la «ragionevolezza» della fede non giustifica ciò che si potrebbe chiamare «un cuore diffidente», «un cuore rigido», che ha bisogno di troppi motivi per credere. Lo notiamo nel comportamento del Signore nei confronti di coloro che non riescono ad accettare del tutto la sua Risurrezione malgrado le testimonianze affidabili che arrivavano. Racconta san Marco che il Signore “apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato[8], non avevano dato credito alla testimonianza di quanti prima di loro avevano visto il Signore risorto. Il rimprovero per la incredulità e durezza di cuore di questi discepoli è una buona dimostrazione dell'importanza di un cuore aperto alla fede, ed è un contrappunto esemplare che mette in evidenza la figura del centurione nella sua spontanea apertura alla fede.

Per credere, hanno grande importanza l'umiltà e la semplicità di cuore, perché è nel cuore che «ci apriamo alla verità e all'amore e lasciamo che ci tocchino e ci trasformino nel profondo»[9]. La fede impegna la persona tutta intera , perché è, prima di tutto, fiducia in Dio che si rivela e fiducia anche in Colui che ha dato la testimonianza della sua parola e della sua vita, e continua a darla per mezzo della sua Chiesa: Gesù Cristo. Questa fiducia, essenziale nella fede, riguarda non soltanto l'intelligenza, ma anche il cuore, «appunto in quanto essa si apre all'amore»[10]. Leggiamo nella Lettera ai Romani: Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza[11].

La fede è un atto di deferenza nei confronti di Dio, perché vuol dire fidarsi di Lui. La smania smodata di sicurezza, che nasce da una predisposizione interiore alla sfiducia, è un grave ostacolo alla fede, che ha un duplice carattere di dono. Prima di ogni cosa, è dono di Dio all'uomo, è grazia; poi, è anche risposta dell'uomo a Dio, donazione di se stesso in un'apertura fiduciosa: «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità. Affinché poi l'intelligenza della rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni»[12].

Tutto è possibile a colui che crede

È una fede piena di fiducia quella che rende possibile i «miracoli», specialmente nell'apostolato. Ne aveva preso buona nota anche san Josemaría in Cammino: Omnia possibilia sunt credenti”. Tutto è possibile a colui che crede. Sono parole di Cristo. Che aspetti a dirgli con gli Apostoli: “Adauge nobis fidem!”, accrescimi la fede?[13]. Davanti a una difficoltà, era solito ripetere: Ecce non est abbreviata manus Domini”, Il braccio di Dio, il suo potere, non si è rimpiccolito![14]. Scriveva ancora: Non sei... nessuno. Altri, invece, hanno operato e operano meraviglie d'organizzazione, di stampa, di propaganda. Hanno tutti i mezzi, mentre tu non ne possiedi alcuno?... Bene: ricordati di Ignazio: ignorante fra i dottori di Alcalá. Povero, poverissimo fra gli studenti di Parigi. Perseguitato, calunniato... È il cammino: ama, credi e soffri! Il tuo Amore, la tua Fede e la tua Croce sono i mezzi infallibili per realizzare ed eternare l'ansia d'apostolato che porti nel cuore[15].

Sono frasi scritte da san Josemaría agli inizi dell'Opus Dei, in situazioni a volte umanamente molto severe, quando sembrava impossibile fare ciò che Dio gli chiedeva. Le sue parole e il suo esempio possono far sì che il peso della nostra debolezza appaia particolarmente evidente e sembri che ciò che Dio chiede a ciascuno di noi sia poco meno che impossibile. In questi momenti è necessario dare retta al nostro cuore e chiedere al Signore un cuore sincero, che non richieda sicurezze umane, un cuore come quello del centurione di Cafarnao. Un cuore che, essendo aperto a Dio, sia capace di donarsi generosamente agli altri con la certezza che dà la fede nell'amore di Dio e con la sicurezza che dà la speranza.

F.L. Mateo Seco (gennaio 2013)



[1] Lc 7, 2-3.

[2] Messale Romano, rito di comunione. Cfr. Mt 8, 8.

[3] Lc 7, 6-7.

[4] Lc 7, 9.

[5] Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, XXXVII, 1.5.

[6] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 150.

[7] Papa Francesco, Lettera enc. Lumen fidei, 29-VI-2013, n. 23.

[8] Mc 16, 14.

[9] Papa Francesco, Lettera enc. Lumen fidei, 29-VI-2013, n. 26.

[10] Papa Francesco, Lettera enc. Lumen fidei, 29-VI-2013, n. 26.

[11] Rm 10, 9-10.

[12] Conc. Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, n. 5.

[13] San Josemaría, Cammino, n. 588.

[14] San Josemaría, Cammino, n. 586.

[15] San Josemaría, Cammino, n. 474.