Esperienze familiari

Alcune esperienze pratiche e considerazioni di base sulla vita coniugale e familiare, fatte da un padre di famiglia.

Vita familiare

1. “Livelli” dell'amore coniugale 

Per tutte le persone sposate (soprattutto dopo i primi 5-7 anni di matrimonio) è di grande aiuto considerare che nella vita coniugale ci sono diversi livelli, o passaggi, nella scoperta graduale dell’altro coniuge e delle esigenze dell'amore vero.

a.      L'attrazione fisica 

Spesso può essere il primo moto nell'amore matrimoniale. Ci sono coniugi che vorrebbero mantenersi sempre a questo livello, ma l’incapacità di andare oltre e di trasformare l’attrazione dapprima in un sentimento profondo e poi in un amore completo, provoca una conseguenza estremamente pericolosa, perché conduce inevitabilmente a trattare la persona come una cosa, un oggetto. È facile intuire l’effetto che ne deriva: se ormai non provo più la sensazione di attrazione fisica, dovrò cercare un altro/a che me la susciti. Questo livello è negativo? No; l'errore consiste nel considerarlo essenziale e nel limitarsi a esso. È lì che comincia l’amore, ma non è lì che può terminare: non ne è la conclusione, né la meta. Questo livello deve essere superato: non dico abbandonato, ma arricchito e inglobato dalle fasi successive, che gli forniscono la ragione d'essere, ne innalzano il valore e lo rendono più umano.

b.      L'innamoramento 

Il livello successivo è l'innamoramento, quello che spinge a esclamare, oltre l'attrazione fisica: “come si sta bene con te!”. È un livello più elevato del precedente, lo ingloba e lo assume. Si scoprono e si apprezzano man mano la personalità del coniuge, le sue qualità morali, il suo modo di essere. Tutto questo produce un sentimento piacevole e inebriante, ma, e questo ne è il limite, in un certo senso ci si compiace del proprio innamoramento invece che innamorarsi del coniuge. Come accadeva nel livello precedente, quando questo sentimento ci abbandona pensiamo che l'amore sia finito e siamo tentati di sostituirlo con un altro che ci faccia sentire le stesse emozioni di prima. L'innamoramento è cosa positiva e ha un suo ruolo nel corso della vita matrimoniale, però non è la fine del percorso, né l'essenza dell'amore. Bisogna andare più in profondità.

 

c.       L'amore fondato sulla volontà

È questo il livello pienamente umano, quello della volontà intelligente e libera che decide di amare il coniuge e di donarsi per renderlo felice, al di là delle sensazioni e dei sentimenti che l’altro/a suscita in noi. Una volontà che, per così dire, afferra con forza il cuore e lo porta dove essa vuole: alla persona amata, in ogni momento, luogo e circostanza; una volontà che afferma:  “amo e voglio amare sempre di più”. Come ha scritto un classico della letteratura: “Non mi sono sposato con te soltanto perché ti amavo, ma per amarti ogni giorno di più”. La persona sposata deve costruire giorno per giorno il futuro dell’amore coniugale.

Il matrimonio è una "promessa" di amore e non solo un "patto" o un accordo. "Oggigiorno è frequente una versione debole e pattizia dell'amore, che consiste nel dare per scontato una sua possibile interruzione; viverlo così comporta l’abbandono delle promesse: nessuno vuole compromettere una sua scelta futura, perché l'amore viene concepito come un accordo e ci si aspetta che dia sempre dei vantaggi" (R. Yepes).

 

2. Castità matrimoniale: “affermazione affermativa” e “negazione affermativa”

(Idee prese dal libro ‘Asegurar el Amor’,di Tomás Melendo Granados, edizioni Rialp, 2008)

a.      “Affermazione affermativa”

 

La virtù della castità nella vita coniugale porta a far crescere l'amore verso l’altro coniuge, anche con una certa furbizia. Alcuni modi possibili: dedicare ogni giorno alcuni minuti a pensare gesti di affetto e di delicatezza verso il coniuge; dirgli spesso che lo amiamo e ringraziarlo quando lo dice a noi; cercare di sorprenderlo con qualche attenzione che non si aspettava e che è dimostrazione di interesse; trovare momenti per stare insieme, per conversare e per riposare da soli nelle migliori condizioni possibili e stimolare l’ attrazione reciproca. 

 

b.       “Negazione affermativa”

Consiste nell'evitare tutto ciò che può raffreddare l’amore. L’obiettivo di questa "negazione" è massimamente positivo: fare in modo che l'amore coniugale cresca. È necessario saper tenere le distanze con le persone dell'altro sesso nell'ambiente di lavoro o di studio, in viaggio ecc., perché il fatto di essere sposati deve portare a non essere superficiali rispetto a una eccessiva familiarità con gli altri. Con gli altri non si possono avere le manifestazioni di confidenza che si hanno con il proprio coniuge. Per esempio: non conviene restare da soli in una stanza,  o in automobile, oppure in un viaggio professionale; né parlare dei problemi personali di cui si parla con il proprio coniuge e neppure ascoltarli consentendo confidenze intime che possano creare legami; né cercare in queste altre persone la "comprensione" che non si trova nel coniuge. In tutto ciò  è facile essere ingenui, dimenticando che in genere qualsiasi altra donna o uomo si trova in condizioni migliori del proprio coniuge per mostrare "a intermittenza" un volto amabile. È poi un errore pensare che non serva avere minori cautele con persone dell'altro sesso fisicamente poco attraenti.  L’esperienza dice che in questi casi si fanno con maggiore facilità confidenze improprie (il problema di un figlio, un progetto familiare complesso, un consiglio per il regalo al proprio coniuge...), e si creano spazi di intimità che all’inizio sembrano insignificanti, ma che vanno tessendo una rete di fili sottili difficile da tagliare e che a volte non si percepisce neppure come qualcosa di negativo, finché un giorno, in un momento di particolare sensibilità e di minori difese, si può cadere in una grave infedeltà.

 

Il momento che stiamo vivendo, con tutte le suggestioni e gli stimoli forniti dall’ambiente sociale, può portare a insistere di più sulla negazione, però è più importante l’"affermazione affermativa". Bisogna incoraggiare le persone sposate a “conquistare” il proprio coniuge giorno per giorno e sempre di più, amandolo come egli desidera essere amato, e a creare un ampio spazio di intimità matrimoniale, condividendo i pensieri, comunicando opportunamente i propri stati d'animo, cercando di formare un solo cuore.

  3. L'amore tra i genitori, condizione indispensabile per l'educazione dei figli

“Condizione ineludibile perché la famiglia si costituisca come ambiente formativo per il carattere dei figli è l'amore stabile dei genitori (…). Ci sarà quindi sicuramente bisogno di raccomandazioni, di tecniche, di formule, di processi da compiere e di ricette positive per raggiungere l'obiettivo della formazione dei figli; ma tutte le raccomandazioni saranno soltanto una capocchia di spillo nel profondo e ampio universo dell'amore famigliare (...) e cadrebbero nel vuoto se non si concretassero all'interno dello spazio dell'amore familiare” (C. Llano).

“Quando si mette al mondo un figlio, si contrae l'obbligo di renderlo felice. Per raggiungere questo obiettivo (…) il primo dovere è far felice il coniuge, perfino con tutti i suoi difetti. Un figlio, per essere felice, ha bisogno di vedere felici i propri genitori; non è felice quando lo si inonda di carezze o di regali, ma soltanto quando può partecipare all'amore felice dei genitori. Se la madre è in conflitto con il padre, anche se dovesse coprire il figlio di coccole, questi sentirà una ferita profonda: ciò che vuole è partecipare, nella famiglia, dell'amore reciproco dei genitori. Generare un figlio vuol dire impegnarsi a rendere felice il coniuge” (U. Borghello).

 

4. Impegno psicologico: "bruciare le navi"

Un autore spiega che il coniuge che non si impegna completamente nel matrimonio per paura del disinganno e della disillusione finisce per causare proprio ciò che lo spaventa e che vorrebbe evitare. Se manca un impegno totale, egli sta più attento ai difetti che alle virtù e tende a fare paragoni, provocando così la propria disillusione. Peraltro dimentica che, in un certo senso, il “disinganno” fa parte della natura dell'amore; arriva sempre, ma è anche un'occasione per rafforzare l’amore stesso, perché soltanto l’amore è capace di andare oltre e di scoprire nella persona amata non soltanto ciò che essa è,  ma anche quello che può arrivare a essere se non le si nega fiducia. Nella vita matrimoniale a volte si patiscono delusioni, perché ognuno dei coniugi non sempre si comporta come l'altro si aspetta. Ma ciò non deve essere un freno, anzi, può essere una spinta per amare in modo più disinteressato. È stato detto che “la porta della felicità non si apre verso l'interno"; chi si impegna a pensare a se stesso, ottiene soltanto di chiuderla con più forza, "la porta della felicità si apre verso fuori", verso gli altri. Al matrimonio si va per rendere felice il coniuge ed è allora che si trova la propria felicità. Amare richiede sacrificio....un sacrificio “ben ricompensato”. 

 

5. Attualizzazione dell'impegno

Ogni sera dovrei poter rispondere affermativamente a queste due domande: Ho saputo manifestare il mio affetto a mia moglie o a mio marito? Se ne è accorto?

Nella vita familiare bisogna mettere in gioco tutte le energie e una trascuratezza può essere percepita come una mancanza di amore o una slealtà: "Se non si ricorda di chiamare è perché non mi vuole bene", "Non attacca il quadro perché non gli importa di me", e così via. I giudizi sugli estranei di solito sono molto più moderati, mentre con il coniuge si è molto esigenti.

L'amore matrimoniale è “onnicomprensivo”, nel senso che si ama quando si è presenti e quando non lo si è, quando si parla e quando si tace, con i gesti e con le chiamate, mentre si passeggia, quando si sale in ascensore, o si va dal medico, si prende un caffè e si fa un lavoro insignificante...: con tutto.

Conviene sapere che i comportamenti negativi di solito hanno una maggiore incidenza e provocano una reazione più immediata di quelli positivi. Questi ultimi agiscono più discretamente e provocano reazioni a medio e lungo termine, però incidono più profondamente. I primi, invece, possono non lasciare traccia se ci si sa correggere presto e chiedere scusa, se è il caso. Il cedere non deve essere visto come una rinuncia, ma come un guadagno.

6. Appunti sulla comunicazione nel matrimonio  a)      “Presunzione di innocenza”

Se, in generale, è importante l'abitudine a pensare bene delle persone, nelle relazioni tra gli sposi è fondamentale coltivare questo atteggiamento: la "presunzione di innocenza" a livello familiare. Riuscire a dirsi, per esempio: "Anche se quello che ha fatto o detto mi ha fatto male, so che non voleva ferirmi"; oppure: "Non mi stupisce che si sia dimenticato di quanto gli ho detto, con tutto quello che ha da fare!"; oppure: "È comprensibile che arrivi tardi, sicuramente l’hanno trattenuto all’ultimo momento!". Come regola generale, bisogna pensare che il coniuge non fa torto perché vuole farlo. Questo atteggiamento aperto permette di affrontare le situazioni negative in modo più calmo e costruttivo. Il coniuge, infastidito dal comportamento dell'altro, comprende che questi commette errori più per goffaggine o per ignoranza che per cattiva volontà. Non vede un'intenzionalità negativa nel suo agire e questo rende più facile parlare senza asprezza e senza scontri, e superare molti problemi.

Al contrario, conviene allontanare i pensieri negativi. "Non ha tempo per pensare a me"; "Le mie cose non gli interessano per niente"; "Pretende soltanto di imporsi". Può fare  molto danno al rapporto reciproco dare all'altro coniuge la responsabilità del proprio malessere. Bisogna anche stare attenti a evitare l'ironia mascherata da buon umore, perché finisce per rovinare la fiducia.

b)  attenzione alle “aspettative nascoste”

Le aspettative sono ciò che un coniuge si attende di ricevere dall'altro, a volte  in modo irriflessivo,  per l'influenza di un modello culturale o della pubblicità....È importante esplicitarle, perché altrimenti esse influiscono negativamente quando il coniuge non agisce come si sperava, deludendo l’attesa.

Sono molte le persone che se le tengono per sé per un bel po', senza parlarne con semplicità con il coniuge affinché possa cercare di realizzarle se sono ragionevoli; in caso contrario è meglio rinunciarci. Varie ragioni spiegano questo silenzio: a volte si pensa che non c'è bisogno di parlarne ("ormai mi conosce e sa quello che voglio, farà senz'altro come penso io"); altre volte è per paura del contrasto, quando uno dei due teme la reazione dell'altro e si sente insicuro; altre ancora, perché si pensa che l'affetto può tutto e quindi sarà sufficiente per superare ogni difficoltà.

c)       Conoscere le differenze nella comunicazione e nelle reazioni emotive

Molto è stato scritto su questo argomento. Qui si ricorderanno soltanto alcune situazioni più comuni.

·        Le domande. Con più frequenza sono utilizzate dalle donne come un modo per mantenere la conversazione e per mostrare il loro coinvolgimento negli argomenti che si stanno trattando; gli uomini, invece, fanno domande quando vogliono ottenere un'informazione. A volte il marito si sforza vanamente per cercare di risolvere i problemi posti dalle domande della moglie, quando in realtà lei non cerca soluzioni – in genere le conosce già  –, piuttosto desidera comprensione e qualche commento affettuoso e personale.

·        Il modo di mantenere un tema di conversazione. Una volta detto quello che devono dire, i mariti hanno raggiunto il loro obiettivo e tendono a non dilungarsi oltre; le mogli tendono a stabilire connessioni e continuano la conversazione fino ad arrivare dove volevano, e si trovano molte volte con la spiacevole sorpresa di non essere state ascoltate, poiché al marito sembrava che l'argomento fosse esaurito.

·        I particolari degli argomenti trattati. Alla moglie normalmente dà soddisfazione condividere in modo dettagliato i suoi pensieri e le sue emozioni con il marito; lui invece si trova più a suo agio nel parlare di politica, economia, sport. Se si ignora questo aspetto, può accadere che il marito perda la pazienza nell'ascoltare tanti particolari.

·        Il fine intrinseco della comunicazione. È necessario sapere che la moglie vuole riferire le sue esperienze al marito semplicemente per condividerle, mentre il marito può interpretare quanto viene detto come richiesta di un parere su problemi da risolvere. Gli uomini si preoccupano se un argomento viene fuori più volte e con particolari sempre più numerosi e dettagliati; cominciano a pensare che la questione è difficile e complicata, tendono a rattristarsi perché pensano di non riuscire a far sì che la moglie non si preoccupi. Dimenticano che è un buon segnale il fatto che la moglie commenti gli eventi della sua vita, perché è un segnale di fiducia: lei si aspetta interesse, un vero appoggio e cerca serenità e stabilità.

Quando tra i due si danno incomprensioni, queste tendono ad accentuarsi se non ci si mette rimedio. Le donne possono dare peso sempre maggiore agli aspetti negativi, citare particolari non graditi (andando a volte contro se stesse, perché, anche se non lo vogliono, non riescono a non farlo) e sentono l'impulso di tirar fuori del tutto quello che hanno dentro. Al contrario, i mariti, in una situazione di conflitto, in genere rimangono zitti, si chiudono in se stessi, anche se questo non vuol dire che non faranno niente: a volte poi, quando decidono quello che bisogna fare, tralasciano di informarne la moglie.

Per questa strada si corre il rischio di radicalizzare il carattere e di allargare le distanze nella coppia.

È importante capire che, generalmente, l'altro non mostra le sue emozioni o si comporta in un determinato modo per dare fastidio, ma perché non ha mai imparato ad agire diversamente.

·         Fraintendimenti sulla sincerità. Bisogna smascherare due deformazioni a proposito della sincerità nel matrimonio: a) una falsa pretesa di integrità, che portata all'estremo conduce alla nevrosi di dover raccontare assolutamente tutto, non perché al coniuge interessi o voglia ascoltarlo, ma perché si mette la sincerità al di sopra anche della carità, dimenticando il “veritatem facientes in caritate” (Ef 4,15). Non è materialmente possibile "raccontare tutto"; bisogna saper trovare un equilibrio e selezionare. C'è inoltre un ambito in parte incomunicabile che si riferisce alla vita interiore e di relazione con Dio e ci sono anche le tentazioni e suggestioni che tutti subiamo, che sarebbe indelicato e controproducente raccontare al di fuori della direzione spirituale;  b) La ingannevole "sincerità emotiva". Alcune persone pensano erroneamente che si sia più sinceri quando si dice tutto quello che viene in mente in un momento d'ira o di scarso controllo. È un errore che può causare molti problemi. Quello che si dice in preda a un forte stato emozionale non è ciò che si pensa (e quindi non è sincerità) e in questi momenti la tentazione è di fare del male, più che di dire la verità. Bisogna saper aspettare, chiedere scusa, togliere importanza al problema.

 ·         Il mito della “spontaneità”. Si pensa, di solito, che la spontaneità operi senza sforzo. Nel matrimonio, invece, bisogna formare la spontaneità  con sforzo:  saper vivere in casa le delicatezze e le cortesie che molte volte si usano fuori e fare in modo che la cortesia sia spontanea, invece di pensare che la spontaneità consista nel dare briglia sciolta in casa al capriccio o alla maleducazione. Per esempio, ci sono mariti che non si allenano a fare complimenti alla moglie ("non è cosa mia", "non mi viene spontaneo"), mentre invece non hanno difficoltà a imparare a giocare a tennis, nonostante sia più difficile…

Ci sono altri che si dicono incapaci di modificare piccole abitudini che non favoriscono la convivenza (mettersi a leggere il giornale appena arrivati a casa, sedersi nella poltrona preferita, parlare alla moglie in tono noioso...) e invece passano senza nessun problema da un’auto con il cambio automatico al manuale, o dal freno a destra nella bicicletta a quello a sinistra nello scooter... Non è poi così difficile cambiare le proprie abitudini: alzarsi prima, andare a salutare quando lei (o lui) arriva a casa, offrire la cosa migliore, apprezzare le sue cose… È l'educazione dell'amore, un amore di volontà, di decisione. Una regola semplice: provare a vedere se ci si sente a disagio quando si sta seduti a leggere il giornale mentre la moglie sbriga le faccende di casa (spesso dopo aver lavorato fuori); da parte sua, lei, invece, dovrebbe imparare a sedersi ogni tanto accanto a suo marito, anche se in casa ci sono ancora cose da mettere in ordine.

Le inerzie nell'amore creano abitudini monotone, perché non sono mai il prodotto di una decisione consapevole, ma tendenze della comodità che non sono passate attraverso il filtro dell'amore volontario e della condivisione. Molte volte sono involontarie e si mimetizzano (se no, bisognerebbe chiamarle con il loro nome: egoismo). Il semplice fatto di sapere che esistono è già un passo importante per sradicarle. Poi, c'è bisogno di un proposito e di un po' di allenamento, cioè di amore.

 

d)      imparare a razionalizzare le arrabbiature

La collera ha una sequenza, una progressione: dapprima uno percepisce di essere stato offeso in qualche modo, poi si irrita, successivamente sente l'impulso di restituire l’offesa e infine la ricambia.

Bisogna essere convinti (non tutti lo sono) che le arrabbiature nel matrimonio non sono una cosa buona. Altro è dire che, a volte, esse sono occasione di un bene maggiore, cioè della riconciliazione dopo l’arrabbiatura: è vero che la relazione matrimoniale si rafforza dopo il perdono reciproco e sembra rinascere dalle sue stesse ceneri...però in sé non è un buon cammino per edificare il matrimonio.

Per superare l’arrabbiatura conviene sapere come funziona. La prima reazione è l’offesa o la sensazione di offesa. Eliminarla del tutto è molto difficile, però esercitare un controllo discreto è alla portata di tutti, soprattutto se si è convinti che la maggioranza delle offese che si percepiscono non sono reali, ma immaginarie e sono un prodotto della suscettibilità. Se si cerca di eliminare un motivo al mese di arrabbiatura… (“a partire da domani mattina non mi darà più fastidio quella abitudine di mio marito o di mia moglie...", "da adesso in poi non mi seccherà più che non si renda conto di....."), allora in poco tempo crescerà la serenità in famiglia.

La seconda tappa è irritarsi. Se uno ha eliminato la prima fase e non percepisce più l’offesa, allora l’arrabbiatura non si presenta. Ma se salta fuori ancora? Si può lasciarla venir fuori e basta; oppure si può cercare di esaminarla: perché sono arrabbiato? qual è la vera ragione della mia arrabbiatura? quali circostanze mi spingono? Vale la pena chiederselo ogni tanto, perché altrimenti si trasferisce il problema sull'altro coniuge. Chi è sincero con se stesso, quasi sempre scopre che la causa vera della sua arrabbiatura ha a che fare con un insieme di elementi interni e che l'origine è più in se stesso (difetti personali, tensione sul lavoro, scontentezza per il proprio modo di agire....) che non nel coniuge.

E viene la terza tappa: la voglia di aggredire. Su questo gli esperti sono d'accordo: "conta fino a dieci". Poi ancora fino a dieci e così altre dieci volte, perché se arriva l'ultima tappa, l'aggressione, allora si produrrà la ferita.

Può venire la tentazione di pensare che quando si controllano le arrabbiature e le tendenze "spontanee" si perda personalità. Invece è proprio il contrario. Forgiare il carattere e sviluppare la personalità vuol dire, prima di tutto, mantenere il dominio di se stessi per amore di Dio e degli altri. Ha carattere chi si domina, mentre è debole chi si lascia dominare dalle tendenze del suo temperamento, che, paradossalmente, sono molte volte assai poco umane, poiché stanno al margine dell'intelligenza e della volontà.

 

7. Lavoro e famiglia. Tempo per la famiglia nella società della fretta

L'amore matrimoniale ha bisogno di tempo. Lo stare insieme produce l'affetto. In questo ambito è molto facile ingannarsi e cercare sostitutivi materiali che non soddisfano mai la necessità di condivisione richiesta dall'amore. La qualità del tempo che si passa in famiglia si appoggia su una quantità che deve essere sufficiente. Ognuno deve dividere il tempo reale di cui dispone, senza miraggi e false illusioni, e a partire da qui costruire una vita familiare che sia il più intensa possibile.

Gli esperti di orientamento familiare parlano di uno strumento efficace: l'agenda. L'agenda raccoglie non soltanto gli impegni professionali e gli appuntamenti a cui siamo invitati, ma anche i tempi che fissiamo noi stessi per occuparci della famiglia e della nostra vita privata. Se il tempo per la famiglia è annotato nello stesso posto delle riunioni "importanti", certamente non passerà inosservato. Altrimenti resterà sepolto sotto le mille urgenze di ogni giornata. Se un cliente vuole incontrarci alle sette e mezza di sera, quando è previsto il rientro a casa, gli si deve dire che abbiamo un'altra riunione - cosa peraltro assolutamente vera - e fissare l'appuntamento per un'altra ora o per un altro giorno. Se bisogna combinare un appuntamento telefonico, è preferibile chiedere di essere chiamati in orario di lavoro (e magari quando si è a casa è meglio spegnere il cellulare a partire da una certa ora).                                                            

La distribuzione del tempo va decisa con l'altro coniuge, poiché anch’egli ha voce in capitolo, perché non è una questione che riguarda solo uno dei due. È giusto considerare  gli straordinari – la dedicazione extra al lavoro – come un togliere alla famiglia il tempo che le spetta. A volte non c'è altra soluzione, ma se si prende questa decisione in reciproco accordo e in sintonia,  tutto avverrà in serenità.

Chi desidera santificare la vita ordinaria, deve cercare l'unità di vita, cioè non creare compartimenti stagni tra lavoro, famiglia, relazioni sociali... L'unità di vita esige che ogni cosa sia informata dall'amore di Dio e orientata alla sua gloria. È essenziale imparare a fare della Santa Messa il "centro e la radice" della vita cristiana, cioè orientare tutto alla Messa e ricavarne la forza per elevare tutto alla gloria di Dio.

Quando si fa della santificazione del lavoro professionale il cardine della vita cristiana, bisogna ricordare che non serve a niente un cardine senza porta, così come non funziona una porta senza cardine. Fare del lavoro un cardine non significa che sia più importante della famiglia, ma che occupa un posto particolare – quello di cardine, appunto - nell'insieme della santificazione della vita ordinaria.

 

8. Di fronte alle crisi: "La soluzione passa da me"

“Di fronte a qualsiasi difficoltà nella vita di relazione, tutti dovrebbero sapere che esiste un’unica persona sulla quale è possibile agire per far sì che la situazione migliori: se stessi. Questo è sempre possibile, però di solito si pretende che sia l’altro coniuge a cambiare e quasi mai lo si ottiene (…). Se vuoi cambiare il tuo coniuge, cambia prima tu in qualche aspetto” (U. Borghello).

È inutile aspettare: la soluzione è in mano nostra. Se lo vogliamo, l’amore supererà la crisi. Chi vede il problema e non riconosce che la soluzione passa da un cambiamento di se stesso, diventa la parte centrale del problema.

Si potrebbe fare qui un altro riferimento al perdono, un perdono rapido, che non dà tempo all’orgoglio di seppellirlo. Bisogna spiegare ai coniugi che anche per questo serve allenamento: le prime volte costa, però, quando si impara, le parole e i gesti opportuni nascono come per incanto e sono un nuovo alimento dell’amore. 

 

9. Epilogo: da “tu e io” a “noi”

Quando l’amore matrimoniale matura, configura un “noi” che trasforma la biografia individuale in una biografia comune.  Questo “noi” implica l’instaurazione di un’opera comune che è essenzialmente il bene dei coniugi e l’apertura dell’intimità coniugale ai figli, cioè alla famiglia. Il matrimonio impegna ad integrare la propria biografia in un progetto comune, a fondere la traiettoria personale in quella matrimoniale; se questo non accade, finisce per trasformarsi in un’intimità che si autocompiace, in due egoismi che convivono.

Questa comunità instaurata dal matrimonio, questo “noi” è molto di più della semplice convivenza, non è soltanto stare “insieme a“ o “con” l’altro coniuge; non è sufficiente questo per definire la comunità matrimoniale. Il “noi” che fonda l’impegno matrimoniale si colloca a un livello più profondo. Il coniuge non dà all’altro quello che gli spetta, né di più di quello che gli spetta e neppure di più di quello che mai sarebbe arrivato a sognare, perché non è questione di quantità, ma di amore coniugale. Il “noi” matrimoniale è formato da tutto ciò che è di entrambi, perché si mette tutto in comune e rinasce poi come “nostro”.

Soltanto così si può accogliere l’altro quando non può o non vuole dare. Lo sposo ama la sposa (e viceversa), non solo come ama se stesso (questo è dovuto a tutte le persone), ma “con l’amore di se stesso a se stesso” (J.Hervada). Gli sposi arrivano a essere “un’unica unità di vita e per tutta la vita” (P.J. Viladrich).

J.Vidal-Quadras

Segretario generale de IFFD (International Federation for Family Development)  

In questo scritto non si vuole fare un’esposizione sistematica con un linguaggio concettualmente preciso, ma trasmettere alcune esperienze in termini semplici, a volte colloquiali. Tra le altre fonti, alcune conferenze di Vidal Quadras, padre di famiglia, esperto in orientamento familiare.

 

© J.V. Quadras