Clama, ne cesses

Riportiamo il racconto di un episodio della vita di san Josemaría avvenuto il 6 agosto 1970 a Premeno (Verbania), dove passava l'estate. Dal libro di Pilar Urbano "Josemaría Escrivá, romano".

Bibliografia e saggi
Opus Dei - Clama, ne cesses

Il 6 agosto 1970, al mattino, dopo aver fatto le sue mezz'ora di orazione , mentre si dispone a indossare i paramenti per la Messa, dice a Javier Echevarría, che gli è accanto, nel piccolo oratorio della casa:

«Siediti un momento, per favore…»

Ha parlato a bassa voce, in tono particolarmente umile e commosso. Javier si siede su una delle sedie di fronte all'altare. Escrivá, senza guardarlo e puntando gli occhi sul Tabernacolo, come se volesse chiamare Gesù Cristo a testimone di quanto sta per dire, gli racconta:

Villa Galavresi a Premeno, dove San Josemaría trascorse l'estate negli anni 1969 e 1970

«Questa mattina mi è successo qualcosa, e voglio che tu lo sappia. Poco fa, nella mia stanza, prima di venire in oratorio, mentre con la mente e con il cuore insistevo presso il Signore che l'Opera deve poter fare tutto il lavoro di anime per il quale lui ha voluto che esistesse su questa terra, ho sentito che il Signore metteva nella mia anima alcune parole della Scrittura… Queste parole mi hanno riempito di fiducia e mi hanno dato un impulso nuovo, per incalzare nella richiesta; per pregare con perseveranza ancora maggiore; e per insistere con le mie figlie e con i miei figli perché non trascurino, neppure per un istante!, la preghiera, che è l'unica arma dell'Opus Dei… Quello che ho ascoltato interiormente è stato: Clama, ne cesses!… Queste parole mi sono venute senza che io le abbia cercate o pensate… Non so… Sono molto commosso… Mi si è riprodotta interiormente la stessa atmosfera degli inizi dell'Opera…"

Poi Javier osserva il Padre mentre celebra la Messa: congiunge le mani, palma contro palma, e appoggia la fronte sulla punta delle dita. Chiude gli occhi e si raccoglie con molta concentrazione. Alla consacrazione, scandita, sgrana le parole lentissimamente, quasi lasciandole cadere, sillaba dopo sillaba, sull'ostia e sul vino. Le genuflessioni, i baci sull'altare, i testi delle rubriche… tutto, con straordinario raccoglimento. Si nota, si tocca, si sente che Escrivá è pienamente compenetrato in Dio. Una goccia di sudore, che gli cade dalla fronte, lungo la guancia e si ferma sul mento, indica che questa intensa presenza di Dio gli sta costando un uno sforzo impegnativo.

Clama, ne cesses!… È un brano delle profezie di Isaia: "Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce; dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati"(Is 58,1).

(…)

Adesso, di fronte al Clama, ne cesses! sopraggiunto come un bussare alla porta quando non si aspetta nessuno, Josemaría si spaventa, perché il soprannaturale impressiona e intimorisce sempre, ma subito si sente inondato di pace: Dio, come tante tante altre volte, lo sta conducendo per mano e gli sta dicendo, all'orecchio dell'anima, che cosa deve fare.

Pilar Urbano, Josemaría Escrivá, romano, Leonardo 1996, pp. 403