Il cardine della nostra santificazione

Per molti cristiani il lavoro è una delle situazioni principali nelle quali cercare la santità. San Josemaría definiva l’attività lavorativa il “cardine della nostra santificazione”. L’editoriale illustra questo suo messaggio.

Lavoro

Fra tutte le attività umane che sono materia di santificazione, il lavoro professionale occupa uno dei primi posti negli insegnamenti di san Josemaría. Di parola o per iscritto, egli afferma spesso che la santificazione del lavoro è il cardine della vera spiritualità per tutti noi che – immersi nelle realtà terrene – siamo decisi a coltivare un intimo rapporto con Dio[1].E ancora: l’unico scopo dell’Opus Dei è sempre stato quello di contribuire a far sì che nel mondo, in mezzo alle realtà e alle aspirazioni temporali, ci siano uomini e donne di ogni razza e condizione sociale intenti ad amare e servire Dio e gli uomini nel lavoro quotidiano e per mezzo di questo lavoro[2].

Questo insegnamento di san Josemaría è una caratteristica peculiare dello spirito che il Signore gli fece vedere il 2 ottobre 1928. Non è, dunque, l’unico modo di orientare la santificazione delle realtà terrene, ma il modo specifico e proprio dello spirito dell’Opus Dei. Siccome la condizione umana è il lavoro, la vocazione soprannaturale alla santità e all’apostolato secondo lo spirito dell’Opus Dei conferma la vocazione umana al lavoro [...]. Uno dei segni essenziali della vocazione è proprio l’impegno di voler restare nel mondo e di svolgere un lavoro quanto più perfetto possibile – tenendo conto, come dicevo, delle proprie imperfezioni personali – sia dal punto di vista umano che dal punto di vista soprannaturale[3].

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IL LAVORO PROFESSIONALE Il lavoro ordinario non è un particolare di scarsa importanza, bensì il cardine della nostra santificazione, l’occasione continua del nostro incontro con Dio, per lodarlo e glorificarlo con l’opera della nostra intelligenza e delle nostre mani[4]. In questi testi e in molte altre occasioni, con l’espressione cardine della nostra santificazione, san Josemaría si riferisce alcune volte al lavoro e altre alla santificazione del lavoro. Al lavoro, perché è la materia stessa di cui è fatto il cardine; alla santificazione del lavoro, perché non basta lavorare: se non lo si santifica, neppure può fare da cardine nella ricerca della santità.

In ogni caso, il lavoro che san Josemaría indica come cardine della vita spirituale non è un lavoro qualsiasi. Non riguarda le attività che si compiono per hobby, per coltivare una passione o per altri motivi, a volte necessarie e impegnative; si tratta propriamente del lavoro professionale: la funzione pubblicamente riconosciuta – munus publicum – che ognuno svolge nella società civile, come attività che la delinea, la serve e la edifica, e che è oggetto di alcuni doveri e responsabilità, oltre che di alcuni diritti, tra i quali si trova generalmente quello della giusta retribuzione. Professionali sono, per esempio, i lavori di architetto, di falegname, di maestro o il lavoro domestico.

"Il lavoro ordinario non è un particolare di scarsa importanza, bensì il cardine della nostra santificazione, l’occasione continua del nostro incontro con Dio, per lodarlo e glorificarlo con l’opera della nostra intelligenza e delle nostre mani".

In un certo senso, si può definire “lavoro professionale” anche il ministero sacerdotale – anche  san Josemaría talvolta lo chiama così[5] -, poiché si tratta di un’attività pubblica al servizio di tutte le anime e, in particolare, della santificazione dei fedeli nel disimpegno della propria professione, e contribuisce così all’edificazione cristiana della società; missione che richiede la cooperazione del sacerdozio comune e di quello ministeriale. Pur essendo un ministero sacro, un’attività che non è profana ma santa, non rende automaticamente santo chi la compie. Il sacerdote deve lottare per santificarsi nell’esercizio del suo ministero, e di conseguenza può vivere lo stesso spirito di santificazione del lavoro che insegna il fondatore dell’Opus Dei, se lo svolge con anima veramente sacerdotale e mentalità pienamente laicale[6].

È bene ricordare che qualche volta san Josemaría definisce lavoro professionale anche la malattia, la vecchiaia e altre situazioni della vita che assorbono le molte energie che potrebbero essere dedicate alla professione: è il caso, per esempio, di chi deve darsi da fare per trovare un posto di lavoro. Chiamandolo lavoro professionale, il fondatore dell’Opus Dei fa vedere che chi si trova in questa situazione deve comportarsi come se avesse un lavoro professionale da santificare. Così come l’amore di Dio induce a compiere con perfezione i doveri professionali, anche un malato può seguire, per quanto da lui dipende, per amore di Dio e con senso apostolico, le esigenze di una terapia, di una riabilitazione o di una dieta; sarà così un buon malato, che sa obbedire fino a identificarsi con Cristo, “obbediente fino alla morte e alla morte di Croce”[7]. Si può dire allora che la malattia e la vecchiaia, quando arrivano, si trasformano in lavoro professionale. Così non s’interrompe la ricerca della santità, secondo lo spirito dell’Opera, che si regge sul lavoro professionale come la porta si regge sui cardini[8].

Naturalmente, quando si parla di lavoro professionale, si pensa di solito alle persone che esercitano la loro professione civile, e non alle altre situazioni appena citate, alle quali l’espressione si applica per analogia. Tale lavoro professionale, in senso proprio e principale, è quello che costituisce il fulcro o il cardine della santificazione nello spirito dell’Opus Dei.

 

L’ORDITO DELLA VITA ORDINARIA

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Le attività familiari, professionali e sociali formano quell’ordito che è la materia di santificazione e il terreno di apostolato e che sono caratteristici di qualsiasi cristiano. Questo ordito può essere intrecciato in modi diversi. San Josemaría insegna che le attività familiari e sociali s’imperniano intorno al lavoro professionale, fattore fondamentale con il quale la società civile qualifica i cittadini[9].

Questa caratteristica è centrata sul rapporto tra la santificazione personale in mezzo al mondo e il compimento dei doveri professionali, familiari e sociali, come verrà detto più avanti. In questo caso, per mondo s’intende la società civile che i fedeli laici, con la cooperazione del sacerdozio ministeriale, devono configurare e impregnare di spirito cristiano.

La santificazione in mezzo al mondo richiede la santificazione del mondo ab intra, dall’interno stesso della società civile[10], affinché si compia ciò che dice san Paolo: “Instaurare omnia in Christo”[11]. Per compiere questa missione è essenziale santificare la famiglia, che è «principio e fondamento della società umana» e sua «prima e vitale cellula»[12]. Tuttavia la società non è semplicemente un insieme di famiglie, così come neppure un corpo è soltanto un agglomerato di cellule.

C’è una organizzazione e una struttura, una vita del corpo sociale. Per modellare la società secondo lo spirito cristiano è necessario santificare, oltre alla famiglia, i rapporti sociali, creando un clima di amicizia e di servizio, dando tono cristiano alle consuetudini, alla moda e ai divertimenti.

Tuttavia sono le varie attività professionali a configurare alla radice la società, la sua organizzazione e la sua vita, influenzando profondamente anche le relazioni familiari e sociali.

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La santificazione del lavoro professionale non soltanto è necessaria, insieme con la santificazione della vita familiare e sociale, per modellare la società secondo la Volontà di Dio, ma serve anche da parte centrale nell’ordito da essi formato. Questo non significa che i doveri professionali siano più importanti delle attività familiari e sociali, ma che essi costituiscono il sostegno attorno a cui formare la famiglia e la convivenza sociale. L’importanza e la priorità di un dovere dipendono dall’ordine della carità, e non dal fatto che si tratti di un dovere professionale, sociale o familiare.

Per comprendere il ruolo che il lavoro ha nella vita spirituale, bisogna tenere presente anche che, come insegna il Magistero della Chiesa, «principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno della vita sociale»[13].

Quando si parla di istituzioni sociali occorre includere, come indica poco dopo il medesimo documento, «la famiglia e la comunità politica [che] sono più immediatamente rispondenti alla sua [dell’uomo] intima natura»[14]. La famiglia e la società sono totalmente ordinate al bene della persona, che ha bisogno della vita sociale. Da parte sua la persona deve cercare il bene della famiglia e della società, ma non è interamente ordinata a questo bene con tutto il suo essere e con tutto il suo agire.

In senso rigoroso, è interamente ordinata soltanto all’unione con Dio, alla santità[15]. Il lavoro può essere il cardine di tutta la vita spirituale perché, oltre a servire al bene della famiglia e alla configurazione cristiana della società, è un terreno adatto al perfezionamento dell’uomo attraverso l’esercizio delle virtù in quegli aspetti e in quelle modalità che sono specifici dell’ambito professionale, come la giustizia nei rapporti di lavoro, la responsabilità nello stesso lavoro, la laboriosità e molte manifestazioni di fortezza, costanza, lealtà, pazienza... – per fare soltanto alcuni esempi – che il lavoro professionale richiede.

A tutto questo insieme di elementi si riferisce san Josemaría quando invita a considerare che il lavoro è il veicolo attraverso il quale l’uomo si inserisce nella società, il mezzo che gli permette di unirsi agli altri nei rapporti umani, lo strumento che assegna un posto, un luogo nella convivenza degli uomini. Il lavoro professionale e l’esistenza nel mondo sono due facce della stessa moneta, sono due realtà che si reclamano a vicenda, senza che sia possibile intendere l’una ignorando l’altra[16].

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LA VOCAZIONE PROFESSIONALE

Dato che nello spirito dell’Opus Dei il lavoro è il cardine della vita spirituale, si comprende che la vocazione professionale non è semplicemente una parte, ma è una parte principale della nostra vocazione soprannaturale[17].

La vocazione professionale si individua mediante le qualità e le attitudini che ciascuno ha ricevuto da Dio, mediante i compiti che è chiamato a svolgere nel luogo e nelle circostanze in cui si trova, mediante le necessità della sua famiglia e della società, mediante le possibilità reali di esercitare questa o quella professione. Tutto questo, e non soltanto le preferenze o le inclinazioni – e ancor meno i capricci della fantasia – è ciò che costituisce la vocazione professionale di ciascuno. Si chiama vocazione perché questo insieme di fattori rappresenta una chiamata di Dio a scegliere l’attività professionale più conveniente come materia di santificazione e di apostolato.

Non si deve dimenticare che la vocazione professionale fa parte della nostra vocazione divina – scrive san Josemaría – in quanto è mezzo per santificarci e per santificare gli altri[18]; pertanto, se a un certo punto la vocazione professionale rappresenta un ostacolo, [...] se impegna tanto da rendere difficile o da impedire la vita interiore o il fedele compimento dei doveri di stato [...], non fa parte della vocazione divina, perché certamente non è vocazione professionale[19].

Dato che la vocazione professionale in parte è determinata dalla situazione di ciascuno, non si tratta di una chiamata a esercitare un lavoro professionale fisso e predeterminato, indipendente dalle circostanze. La vocazione professionale è qualcosa che si va concretizzando durante la vita: non poche volte chi ha cominciato certi studi, scopre in seguito di essere meglio portato per altre attività, e a esse si dedica; oppure finisce per specializzarsi in un campo diverso da quello che aveva previsto in un primo tempo; oppure, quando ormai esercita pienamente la professione scelta, trova un nuovo lavoro che gli permette di migliorare la posizione sociale dei suoi o di contribuire più efficacemente al bene della collettività; o talvolta si vede obbligato, per motivi di salute, a cambiare ambiente e occupazione[20].

La vocazione professionale è una chiamata a esercitare una professione nella società. Non una qualsiasi, ma quella, fra le tante possibili, con la quale si può raggiungere meglio il fine al quale è ordinato il lavoro come materia e mezzo di santificazione e di apostolato. Una professione con cui tutti si guadagnano la vita, sostengono la famiglia, contribuiscono al bene comune, realizzano la loro personalità[21]. Non si deve optare per il lavoro più semplice quasi fosse lo stesso preferire l’uno o l’altro, né si deve scegliere con superficialità guidati solo della preferenza o dalla ripercussione sociale. Il criterio di scelta dev’essere l’amore di Dio e delle anime: il servizio che si può offrire perché il Regno di Cristo si estenda e l’umanità progredisca, facendo rendere i talenti ricevuti.

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 Quando il cardine è correttamente posizionato, la porta si apre e si chiude dolcemente e senza difficoltà. Quando il lavoro è fermamente poggiato sul senso della filiazione divina, quando è lavoro di un figlio di Dio – opera di Dio, come il lavoro di Cristo – tutta la trama della vita ordinaria si può muovere armonicamente, aprendo gli ambiti più profondi della società alla grazia divina. Se il cardine venisse a mancare, come sarebbe possibile impregnare la società di spirito cristiano? E se il cardine fosse ossidato, o storto, o fuori posto, a che servirebbe, per quanto pregevole possa essere il metallo di cui è fatto?

Se entrasse in conflitto con le attività familiari e sociali, le disturbasse, le complicasse e addirittura le paralizzasse, bisognerebbe domandarsi a che serve un cardine senza la porta. E soprattutto, alla radice di tutto, se il lavoro fosse sradicato dal suo fondamento che è la filiazione divina, se non fosse un lavoro santificato, che senso avrebbe per un cristiano?

Chiediamo luce a Gesù Cristo nostro Signore, e preghiamolo di aiutarci a scoprire, in ogni momento, il significato divino che trasforma la nostra vocazione professionale nel cardine sul quale poggia e ruota la nostra chiamata alla santità. Nel Vangelo potete leggere che Gesù era conosciuto come faber, filius Mariae (Mc 6, 3), l’artigiano, il figlio di Maria: ebbene, anche noi, con santo orgoglio, dobbiamo dimostrare con i fatti che siamo lavoratori, uomini e donne che lavorano![22].

J. López  [1]   San Josemaría, Amici di Dio, n. 61.

 [2]   San Josemaría, Colloqui, n. 10.

 [3]   Ibid., n. 70.

 [4]   San Josemaría, Amici di Dio, n. 81.

 [5]   Cfr. San Josemaría, Amici di Dio, n. 265.

 [6]   San Josemaría, Lettera 28-III- 1955, n.3, citata da A. de Fuenmayor, V. Gómez Iglesias, J.L. Illanes, L’itinerario giuridico dell’Opus Dei. Storia e difesa di un carisma, Giuffrè 1991, p. 396.

 [7]   Fil 2, 8.

 [8]   San Josemaría, Appunti della predicazione (AGP, P01 III-65, p. 11), cit. da Ernst Burkhart e Javier López, Vida Cotidiana y santidad en la enseñanza de san Josemaría, Rialp, Madrid 2013, vol. III, pp. 165 e ss.

 [9]   Cfr. Ernst Burkhart e Javier López, Vida Cotidiana y santidad en la enseñanza de san Josemaría, Rialp, Madrid 2013, vol. III, pp. 222 e ss.

[10]   San Josemaría, Lettera 14-II-1950, n. 20, cit. da Ernst Burkhart e Javier López, Vida Cotidiana y santidad en la enseñanza de san Josemaría, Rialp, Madrid 2013, vol. I, p. 81.

[11]   Ef 1, 10.

[12]   Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 11.

[13]   Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 25.

[14]   Ibid. [15]   Cfr. San Tommaso, S. Th. I-II, q. 21, a. 4 ad 3.

[16]   San Josemaría, Lettera 6-V-1945, n. 13, cit. da Ernst Burkhart e Javier López, Vida Cotidiana y santidad en la enseñanza de san Josemaría, Rialp, Madrid 2013, vol. III, p. 161.

[17]   San Josemaría, Testo del 31-V-1954, cit. da José Luis Illanes in La santificazione del lavoro, Ares, Milano 2003, p. 44.

[18]   San Josemaría, Lettera 15-X-1948, n. 7, cit. da Ernst Burkhart e Javier López, Vida Cotidiana y santidad en la enseñanza de san Josemaría, Rialp, Madrid 2013, vol. III, p. 180.

[19]   Ibid.

[20]   Ibid., n. 33.

[21]   San Josemaría, Colloqui, n. 70.

[22]   San Josemaría, Amici di Dio, n. 62.