Il valore della sofferenza

Un convegno promosso dall’Università Campus Bio-Medico ricorda il significato del dolore nell’insegnamento del Beato Josemaría Escrivá e illustra il contributo che può apportare lo spirito dell'Opus Dei al miglioramento della cura e dell'assistenza dei malati. Si è tenuto a Roma, presso la sala convegni CNR, il 9 novembre 2001, di fronte a più di 500 persone.

Dall'Opus Dei

Un tema insolito e particolare è quello del valore umano del dolore e del significato redentivo della sofferenza. La società contemporanea non ama mettere in vista né il dolore né la morte: si tende ad annullarli, o almeno a mascherarli, perché passino inosservati. Non è questo l’atteggiamento che caratterizza il Campus Bio-Medico, né lo spirito che lo ispira. «Nell’insegnamento del beato Escrivà – ha detto il rettore Lorenzelli – il dolore è una componente essenziale della formazione umana, il dolore nelle sue varie accezioni.» Citando un insegnamento di Giovanni Paolo II in occasione della giornata del malato, il Rettore ha ribadito che cercare nuovi ed efficaci modi per alleviare la sofferenza è giusto ma la sofferenza rimane un fatto fondamentale della vita umana. L’auspicio della giornata di studio è che possa essere per ciascuno un momento di riflessione e di crescita personale.

Il dolore insegna ad amare

Hanno partecipato alla prima tavola rotonda, moderata da Fabrizio del Noce, anche alcuni docenti delle altre Università di Roma, per svolgere una riflessione comune alle facoltà di medicina, su un problema così importante.

La prof.ssa Paola Binetti ha introdotto specificamente il tema allo studio, dicendo che sotto il profilo umano il dolore è sempre una scuola di solidarietà e un’opportunità concreta per vivere la generosità; dà concretezza all’amore, che vorremmo dare e ricevere. Il Fondatore dell’Opus Dei non ha mai perso di vista che il dolore, vissuto senza prospettiva umana e soprannaturale, può allontanare da Dio, rendendo le persone aspre e risentite. Per questo, mentre ricordava che senza una autentica capacità di soffrire con gli altri e per gli altri è impossibile voler loro bene, invitava tutti a prendersi cura gli uni degli altri, a perdonarsi reciprocamente. In questo modo qualunque dolore diventa più sopportabile.

Al servizio di chi soffre

È intervenuto alla tavola rotonda Antonio Guidi, Sottosegretario del Ministero della Salute, in rappresentanza del Ministro Sirchia, che ha aperto la discussione.

All’esperienza professionale di neuropsichiatra infantile Guidi aggiunge la conoscenza in prima persona della realtà del Policlinico del Campus Bio-Medico, che – a suo dire – offre qualcosa in più al paziente: «In primo luogo la fede profonda di chi agisce all’interno del Campus … è un valore in sé. In secondo luogo la pari dignità di tutte le figure del mondo sanitario. C’è una pari opportunità di discussione, di alleanza tra chi cura e chi deve essere curato, che è l’elemento fondamentale del curare. Al di là della tecnologia e della scienza sempre più avanzata e sofisticata, c’è un atto d’amore non detto, ma continuamente rimarcato e dimostrato nella pratica, che alla fine si rivela altamente scientifico perché ottiene, se non proprio la guarigione, almeno buona parte di essa.

Molto spesso, invece, con la scusa di dare una vita migliore, c’è il forte rischio di attuare forme di selezione, di razzismo, di discriminazione che rappresentano un rifiuto della vita, veramente inquietante».

«La quantità non è sinonimo di qualità – ha proseguito Guidi-. Però vedendo stamattina la sala piena di persone intensamente partecipanti su un tema così estraneo, apparentemente, alla cultura di oggi, la quantità ci rincuora. La società rappresentata troppo spesso come egoistica, disattenta, con giovani disinformati che non apprezzano la solidarietà, è un quadro assolutamente artificiale. Il giovane, l’adulto, l’anziano se ha luoghi in cui praticare la solidarietà, l’interesse per gli altri, l’affrontare temi così impegnativi, risponde con disponibilità e spirito di iniziativa.»

Piero Micossi, Assessore alla Salute della Regione Liguria, ha proposto una riflessione in controtendenza: la morte non è ‘necessariamente’ un passaggio spiacevole. Da giovane medico aveva il terrore di accostarsi al letto dei moribondi; poi capì che un medico capace di guardare in faccia la morte, di star accanto a chi è dato per spacciato, è un medico portatore di speranza. «La funzione del medico che è di curare non si arresta di fronte al dolore e alla morte, ma spingendo lo sguardo oltre, introduce in una reale prospettiva di speranza.»

La testimonianza degli studenti

Nelle tavole rotonde del pomeriggio, diversi operatori del Campus Bio-Medico hanno portato la loro testimonianza sul confronto con il dolore vissuto nella realtà professionale di ogni giorno.

Fabio Cacciapaglia, studente del quarto anno di Medicina, ha raccontato come ha imparato a fare visite ai poveri ed agli ammalati seguendo l’esempio del beato Josemaría. «Non che prima non ne avessi mai fatte; ma, alla luce dell’insegnamento del fondatore dell’Opus Dei, è cambiata l’ottica con la quale entro in relazione con le persone che soffrono».

«Prima facevo queste visite con la convinzione di portare aiuto, come se potessi risolvere così un problema sociale. Ora, dopo aver approfondito le ragioni della carità cristiana, spendendo il mio tempo e le risorse affettive al loro servizio ho scoperto che ciò che si riceve dal contatto con il dolore è ben più di ciò che si dà».

«Così ho preso coscienza della mia condizione e gli orizzonti mi si sono spalancati, facendomi capire che i miei problemi, i miei dolori, vissuti spesso come insostenibili, ben poca cosa sono in confronto delle sofferenze fisiche e morali di tanti altri. Ho visto persone anziane, abbandonate dai propri familiari, con i dolori più atroci, ma con il sorriso sulle labbra e senza lamentarsi: da questa cattedra ho ricevuto ottime lezioni.»

Un ospite speciale

Particolarmente toccante la testimonianza del prof. Antonio Ricciardi, direttore del Corso di management sanitario che il Campus Biomedico ha avviato da alcuni anni in collaborazione con il Politecnico di Milano. Ha raccontato ad una platea commossa come, insieme a sua moglie, siano riusciti ad accettare la nascita di Maria, la sesta figlia, le cui diagnosi prenatali risultavano infauste. Grazie alla preghiera e al sostegno di tanti colleghi dell’università e amici, hanno seguito il consiglio che dava il beato Escrivá di reagire adoperandosi come se tutto dipendesse solo dalle cure e allo stesso tempo pregando come se tutto dipendesse solo dalla volontà di Dio. La piccola Maria è stata portata sul palco dei relatori in braccio alla mamma, testimonianza vivente della fede dei genitori e della scienza medica.