Lavorare con coscienza

Chi desidera essere santo non può limitarsi a lavorare; deve lavorare bene, impegnandosi a fondo, accettando gli insuccessi e imparando a praticare le virtù nel lavoro quotidiano: la pazienza e la carità, tanto per fare un paio di esempi. Nuovo testo sulla santificazione del lavoro.

Lavoro
Opus Dei - Lavorare con coscienza Foto: Jan Willem Geertsma

Se davvero vogliamo santificare il lavoro, dobbiamo per forza soddisfare una prima condizione: lavorare e, naturalmente, lavorare bene, con molto impegno e serietà [1].

In un articolo precedente è già stato detto che lavorare per un motivo soprannaturale è in un certo modo l’anima della santificazione del lavoro [2].

Ora ci fermeremo a considerare che la materia, per così dire, cui quest’anima dà vita, è il lavoro ben fatto, perché il motivo soprannaturale, se è autentico amore di Dio e del prossimo, richiede necessariamente da parte nostra il cercare di portare a termine il nostro compito nel modo migliore possibile.

La santità non consiste nel fare cose ogni giorno più difficili, diceva san Josemaría, ma nel farle ogni giorno con più amore.

In modo particolare dobbiamo tener presente che, come ha insegnato san Josemaría, la santificazione del lavoro ordinario consiste nel compiere bene il lavoro stesso, nel cercare la perfezione anche umana, il compimento di tutti gli obblighi professionali e sociali: lavorare con coscienza, con senso di responsabilità, con amore e perseveranza, senza trascuratezze né leggerezze.

Per meditare con frutto quest’insegnamento del fondatore dell’Opus Dei, conviene osservare che, quando si parla di “lavorare bene”, ci si riferisce anzitutto all’attività del lavoro, non al suo risultato.

Può succedere che si lavori bene e che tuttavia il risultato non sia all’altezza, sia per uno sbaglio involontario sia per una causa indipendente da noi. In questi casi, abbastanza frequenti, appare con chiarezza la differenza tra chi lavora con senso cristiano e chi cerca soprattutto il successo umano. Per il primo, ciò che ha valore, innanzitutto, è il lavoro in sé; quando non riesce a ottenere un buon risultato, è consapevole che nulla è andato perso di ciò che ha cercato di fare per amore di Dio e per lo zelo di corredenzione; per questo non si ribella di fronte alle contrarietà; cercherà di superarle e vede in esse la possibilità di unirsi alla Croce del Signore. Invece, per il secondo crolla il mondo se il lavoro non dà i risultati sperati.  Evidentemente, chi la pensa così non capirà mai che cosa significhi santificare il lavoro professionale.

Lavorare con coscienza è lavorare con perfezione umana per un motivo soprannaturale. Non basta lavorare umanamente bene e “poi” collegarci il motivo soprannaturale. È qualcosa di più profondo. È l’amore di Dio che deve condurre un cristiano a svolgere con perfezione il suo compito, perché non possiamo offrire al Signore cose che, pur con le povere limitazioni umane, non siano perfette, senza macchia, compiute con attenzione anche nei minimi particolari: Dio non accetta le raffazzonature. Non offrirete nulla con qualche difetto, ammonisce la Sacra Scrittura, perché non sarebbe gradito (Lv 22, 20) [3].

Quando si cerca di agire in questo modo è normale tuttavia che il lavoro riesca bene e si ottengano buoni risultati. Ancor più, è facile che chi cerca di santificare il lavoro emerga tra i suoi colleghi perché, l’amore di Dio porta a prodigarsi volentieri, e sempre, nel dovere e nel sacrificio [4]. Ma non bisogna dimenticare mai – vale la pena ripeterlo – che Dio permette a volte contrarietà e insuccessi, perché così sappiamo purificare l’intenzione e partecipare della Croce del Signore. Ma questo non significa che non si sia lavorato bene e non ci si stia santificando.

VIRTÙ UMANE NEL LAVORO

Il lavoro ben fatto fa mettere in pratica le virtù umane informate dalla carità. Entra in gioco tutto un contesto di virtù: la fortezza, per perseverare nel lavoro, nonostante le naturali difficoltà, e per non lasciarsi mai vincere dal suo peso; la temperanza, per spendersi senza riserve superando la comodità e l'egoismo; la giustizia, per compiere i nostri doveri verso Dio, verso la società, la famiglia, i colleghi; la prudenza, per sapere in ogni circostanza che cosa conviene fare e metterci all'opera senza indugi... E tutto, insisto, per Amore [5].

Tutte le virtù umane sono necessarie, perché formano una trama in cui i fili si intrecciano. Ma anche lì c’è un ordine: alcuni fili vanno messi prima degli altri, come quando si tesse un tappeto.

Siccome la prima condizione è lavorare e lavorare bene, si comprende che il nostro fondatore sottolinei due virtù umane — laboriosità e diligenza —, che si confondono in una sola: l'impegno di mettere a frutto i talenti che ciascuno ha ricevuto da Dio [6].

Come nella parabola del Vangelo, Il Signore ci ha dato i talenti necessari per svolgere la missione di renderlo presente in tutte le attività umane, santificando ciascuno la propria professione. Non è lecito comportarsi come il servo malvagio e pigro [7] che sotterrò il talento ricevuto. Dio vuole che, per amor suo, facciamo rendere i doni che ci ha dato. Per questo bisogna lavorare con impegno e costanza, con rigore, con qualità umana, con tutto lo sforzo necessario.

La laboriosità e la diligenza portano insieme ad affrontare il lavoro che tocca fare, non qualsiasi cosa, oppure ciò che piace, e a compierlo come e quando occorre. La persona laboriosa utilizza con profitto il tempo, che non è solo denaro, è gloria di Dio. Fa quello che deve e si impegna in quello che fa, non per abitudine o per riempire le ore, ma come frutto di riflessione attenta e ponderata. Pertanto è diligente. Nell'uso attuale, la parola diligente ci ricorda la sua origine latina. Essa deriva dal verbo diligere, che significa amare, apprezzare, scegliere come risultato di un'attenzione delicata, accurata. Non è diligente la persona precipitosa, bensì chi lavora con amore, con premura [8].

È necessario lottare contro la pigrizia, vizio capitale e madre di tutti i vizi [9]. Una delle sue manifestazioni è il ritardo nel compimento degli obblighi [10]: rimandare ciò che costa dando priorità ad altre cose che piacciono di più o esigono meno sforzo. Non lasciare il tuo lavoro per l’indomani [11], consiglia san Josemaría, perché a volte con falsi pretesti, ce la prendiamo troppo comoda, dimentichiamo la benedetta responsabilità che pesa sulle nostre spalle, ci accontentiamo di salvare la faccia, ci lasciamo trascinare da 'ragioni senza ragione' per restare con le mani in mano, mentre Satana e i suoi complici non vanno mai in ferie [12]. Non serviamo Dio con lealtà quando diamo motivo di essere giudicati scansafatiche, leggeri, superficiali, disordinati, pigri, inutili...[13].

Le cose piccole sono il segreto per compiere ogni giorno meglio il lavoro: i dettagli che stanno a portata di mano di un figlio di Dio e che danno un tocco di perfezione alla nostra attività.

Il lavoro professionale è campo per l’esercizio di tutte le virtù umane, imitando l’esempio di Gesù negli anni di Nazaret. L’ordine e la serenità, la gioia e l’ottimismo, la fortezza e la costanza, la lealtà, l’umiltà e la mansuetudine, la magnanimità e tutte le altre virtù che sarebbe troppo lungo menzionare, fanno del lavoro professionale un terreno fecondo che si riempie di frutti con l’aiuto della grazia.

 

Senza la lotta per praticare quotidianamente queste virtù è facile cadere nell’errore di quanti si considerano cristiani ”praticanti” perché assistono ad alcuni atti di culto e recitano alcune preghiere, ma lasciano che la loro vita professionale si svolga, con maggiore o minore evidenza, al margine della morale cristiana, con mancanze di giustizia, di veracità, di onestà…

Un lavoro di questo tipo non è gradito a Dio, e non si può dire che sia ben fatto, né santificato, anche se ottiene risultati brillanti agli occhi umani e si distingue per la perfezione tecnica. San Josemaría ha insegnato sempre a mettere in pratica la fede, a incarnarla con unità di vita, nel lavoro professionale. E questo si ottiene mediante le virtù umane informate dalla carità.

Senza la carità, lo sforzo umano non basta per santificare il lavoro, perché la carità – l’amore soprannaturale per Dio e per le anime – è l’essenza della santità. Un cristiano pur molto efficace, se manca alla carità non santifica il suo lavoro. In realtà non si può neppure dire che lavori molto bene, perché la carità è una delle virtù, e la sua mancanza si manifesta prima o poi con il venir meno delle virtù stesse: emergono ingiustizie, odio, ira, invidie…

L’amore di Dio non è un sentimento inoperante. È l’atto della virtù teologale della carità che, insieme alla fede e alla speranza, deve dirigere la vita di un figlio di Dio mediante l’esercizio delle virtù umane. Soltanto così possiamo identificarci con Cristo, perfetto Dio e perfetto uomo.

COSE PICCOLE  

San Josemarĺa, con i suoi due successori, don Álvaro e don Javier.

Le virtù cristiane si manifestano e si sviluppano nell’attività professionale normalmente attraverso le cose piccole. Anche la laboriosità, che in qualche modo è la condizione delle altre virtù nel lavoro, non consiste soltanto nel lavorare molto, perché non bisogna dimenticare che a furia di trascurare i particolari, possono diventare compatibili il lavorare senza riposo e il vivere da perfetto fannullone [14].

Questa virtù può perdere il suo genuino valore se si trascura la lotta in quei particolari di ordine per i quali forse non ci si sente portati, o di puntualità nell’iniziare o terminare il lavoro, o se si trascurano la cura della famiglia o le iniziative apostoliche con la scusa che il lavoro assorbe quasi tutte le energie. Le cura delle cose piccole protegge da questo pericolo perché custodisce la rettitudine d’intenzione; molti particolari brillano soltanto davanti a Dio.

La santità non consiste nel fare cose ogni giorno più difficili, diceva san Josemarĺa, ma nel farle ogni giorno con più amore. Il segreto per fare ogni giorno meglio il lavoro sta nelle cose piccole, i dettagli che sono alla portata di un figlio di Dio e che danno un tocco di perfezione alla nostra attività.

Altra cosa diversa è il “perfezionismo”, il difetto di cercare la perfezione per la perfezione nel valutare il risultato di una determinata attività. Questo difetto implica una deformazione delle virtù umane, mostra che si è perduta la visione d’insieme, il senso della prudenza utile a comprendere che il meglio è nemico del bene, perché pretendere il meglio in alcuni casi porta a trascurare altre esigenze del lavoro ben fatto, per esempio, quella di concluderlo entro il tempo stabilito. Il perfezionismo è un surrogato della perfezione, che rivela amor proprio e compiacenza vana, ed è necessario combatterlo con il realismo dell’umiltà cristiana che sa riconoscere le proprie limitazioni e confidare in Dio.

Egli ha creato tutto per amore e le sue opere sono perfette: Dei perfecta sunt opera [15]. Il nostro lavoro è una partecipazione all’opera creatrice [16], e deve anche essere perfetto, in ciò che dipende dalle nostre forze, con la grazia di Dio.

La cura delle cose piccole caratterizza il modo divino di lavorare di un figlio di Dio perché manifesta la perfezione dell’amore. Ed è fondamentale arrivare a essere contemplativi nel lavoro, perché così come Dio creò e vide che era cosa buona [17]. – contemplò il riflesso del suo Amore e della sua Verità in ciò che aveva creato – analogamente, con l’infinita distanza che comporta qui l’analogia, il nostro lavoro sarà buono e mezzo di contemplazione se è un compito non solo terminato fino al dettaglio, ma portato a termine con rettitudine morale. Così il lavoro sarà orazione. Orazione contemplativa, perché un lavoro svolto con perfezione, con molto amore nelle cose piccole, permette di scoprire quel qualcosa di divino che è nascosto nei particolari [18]. Per questo, concludeva san Josemaría, quando un cristiano compie con amore le attività quotidiane meno trascendenti, in esse trabocca la trascendenza di Dio [19].

IMPARARE A LAVORARE BENE

Il panorama meraviglioso che si apre davanti ai nostri occhi deve essere messo in pratica nella nostra vita. Non basta voler fare il bene; è necessario saperlo fare [20]. Servire Dio e gli altri con il nostro lavoro richiede preparazione, competenza non solo tecnica ma pure morale, umana e cristiana.

San Josemarĺa voleva scolpire nei nostri cuori che non basta la “buona volontà” per essere un buon medico o una buona padrona di casa, ma si richiedono competenze e virtù.

Per servire, servire: sono parole che san Josemaría voleva scolpire nei nostri cuori affinché non dimenticassimo che non basta la “buona volontà” per essere un buon medico o una buona padrona di casa, ma si richiedono competenze e virtù. Non credo alla rettitudine di intenzione di chi non si sforza di ottenere la competenza necessaria per svolgere debitamente i compiti che gli sono affidati [21].

La “formazione professionale” per santificare il lavoro non consiste solo in alcune conoscenze teoriche previe. C’è bisogno di molto di più: servono virtù umane informate dalla carità. La formazione professionale dura tutta la vita, e migliora giorno dopo giorno se si mette impegno nel crescere nelle virtù cristiane. Non basta il desiderio di possedere tali virtù, bisogna imparare a praticarle. Discite benefacere (Is 1, 17), imparate a fare il bene. Bisogna esercitarsi continuamente negli atti corrispondenti a tali virtù — con fatti di sincerità, di veracità, di equanimità, di serenità, di pazienza... —, perché le opere sono amore e non si può amare Dio solo a parole, ma coi fatti e nella verità (1 Gv 3, 18). [22].

Per questa formazione la direzione spirituale è una strada stupenda. Se sappiamo spalancare l’anima, potremo ricevere consigli certi – a volte indicazioni circa doveri morali o di coscienza –, perché lo Spirito Santo, mediante questo mezzo, dà la sua luce e la sua grazia. Dobbiamo poi essere disposti a ricevere formazione anche sul posto di lavoro, sapendo trar profitto dalle osservazioni dei colleghi. Bisogna avere umiltà, semplicità per ammettere i propri limiti e per lasciarsi aiutare evitando la sufficienza, la presunzione e la vanità.

AMBIZIONE PROFESSIONALE

Una disposizione interiore molto conveniente per imparare a lavorare è una giusta ambizione professionale. Ma è importante avere un’idea retta, elevata, di ciò che tale ambizione deve essere in un cristiano, per non ridurla a una semplice inclinazione naturale.

A rigore è l’anelito di servire Dio e gli altri con il nostro lavoro, il desiderio di contribuire con la propria attività professionale al progresso umano, orientandolo con senso cristiano per impregnare così la società con lo spirito di Cristo. Questo è il nucleo dell’ambizione professionale di un figlio di Dio, che tiene alto l’interesse per ciò che si fa e lo aumenta con l’ausilio della speranza soprannaturale che mantiene vivo l’impegno di trasformare la prosa quotidiana in versi epici [23].

Le attività più ordinarie non sono un monotono succedersi di azioni sempre uguali, come non lo furono nella vita di Gesù, Maria e Giuseppe a Nazaret. Si scopre una nuova dimensione nei nostri compiti e si gode della presenza di Dio che li approva, accogliendo l’offerta del lavoro ben fatto.

Per un figlio di Dio, l’ambizione professionale non è un gusto o un capriccio. È il desiderio di fare il lavoro che Dio vuole, perché si santifichi e dia frutto. Esiste una vocazione professionale, che è parte importante della vocazione divina. Questo volere di Dio si scopre non solo in base alle inclinazioni e attitudini – che certamente contano –, ma anche in base alle circostanze nelle quali ognuno si trova per Provvidenza divina, e in particolare tenendo conto dei doveri che deve compiere e dei servizi che di fatto deve prestare.

“Metti gli impegni professionali al loro posto: sono esclusivamente mezzi per arrivare al fine, non possono essere considerati neanche remotamente come la cosa fondamentale! Quante “professionaliti” impediscono l’unione con Dio” (San Josemaría).

Tutto quest’insieme di fattori configura la vocazione professionale, e si chiama “vocazione” perché effettivamente rappresenta una chiamata di Dio a scegliere, d’accordo con le circostanze personali, l’attività professionale più conveniente come materia di santificazione e di apostolato.

In questa cornice si vede quanto sia lontana dall’ambizione professionale la patologia che si suole chiamare professionalite. L’amore per il lavoro come mezzo di santificazione e di apostolato viene sostituito dalla la schiavitù nei confronti di un idolo scelto arbitrariamente come fine. E ciò può succedere senza accorgersene, proprio per avere trascurato di rettificare l’intenzione e per aver agito in pratica per obiettivi terreni, gustando a fondo un trionfo effimero.

San Josemarĺa avverte di questo pericolo: Metti gli impegni professionali al loro posto: sono esclusivamente mezzi per arrivare al fine; non possono essere considerati neanche remotamente come la cosa fondamentale. Quante «professionaliti» impediscono l'unione con Dio! [24]. Imparare a lavorare bene è anche mettere il lavoro al proprio posto, un posto sì importante, essendo il cardine della santificazione nella vita ordinaria, ma che non deve essere il principale: è pur sempre un mezzo.

* * *

I buoni professionisti si riconoscono per il loro lavoro. San Giuseppe era conosciuto come l’artigiano  e Gesù come il figlio dell’artigiano, fabri filius [25]; e artigiano Egli stesso [26]. Non ci è rimasto il risultato del suo lavoro, nessuno degli oggetti che fabbricarono con qualità, con la perfezione che permettevano gli strumenti del mestiere, frutto di un lavoro svolto con sforzo, ordine, gioia…, mentre la Madonna si occupava con lo stesso spirito dei lavori della casa. Ci è rimasto invece l’amore redentore di Gesù nel suo lavoro e quello di Maria e di Giuseppe uniti al suo con un solo cuore. Questa è l’essenza della santificazione del lavoro.

Javier López Díaz, Professore di Teologia Spirituale presso la Pontificia Università della Santa Croce

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[1] Forgia, n. 698

[2] Cfr Cammino, n. 359

[3] Amici di Dio, n. 55

[4] Solco, n 527

[5] Amici di Dio, n. 72

[6] Ibidem n. 81.

[7] Mt 25, 26.

[8] Amici di Dio, n. 81

[9] Solco, n.505 , Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1866

[10] San Tommaso d’Aquino, S.Th II-II q. 54, a 2, ad 1.

[11] Cammino, n. 15.

[12] Amici di Dio, n. 62.

[13] Ibidem.

[14] Solco, n. 494.

[15] Dt 32, 4 (Vg)

[16] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica. n. 2477.

[17] Gn 1, 10 ss.

[18] Colloqui, n. 116.

[19] Ibidem.

[20] È Gesù che passa, n. 50

[21] Ibidem.

[22] Amici di Dio, n. 91.

[23] È Gesù che passa, n. 50.

 [24] Solco, n. 502.

[25] Mt 13, 55.

[26] Cfr Mc 6,3.