Lettera del prelato dell'Opus Dei sull'Anno della Fede

Il prelato dell'Opus Dei ha scritto una lettera sull'Anno della fede. Mette in evidenza la necessità di una nuova evangelizzazione, così come l'esigenza di conoscere e professare la propria fede, uniti a Cristo nella preghiera.

Lettere pastorali e messaggi

LETTERA PASTORALE PER L’"ANNO DELLA FEDE"

mons. Javier Echevarría, Prelato dell’Opus Dei

Roma, 29 settembre 2012

SOMMARIO

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA EVANGELIZZAZIONE RITORNARE ALLE RADICI DEL VANGELO

L’esempio dei primi cristiani

È questione di fede

Un solido punto di appoggio

ALCUNI SETTORI PRIORITARI

La ricerca e l’insegnamento

L’armonia tra fede e ragione

La morale pubblica

L’istituzione familiare

CONOSCERE E PROFESSARE LA FEDE

Esempi di fede

L’esempio di san Josemaría

Chiedere la fede e approfondire questa virtù

LA FORMAZIONE DOTTRINALE

La formazione nella dottrina della Chiesa

Approfondire la dottrina della fede

L’UNIONE CON CRISTO MEDIANTE L’ORAZIONE E LA MORTIFICAZIONE

L’unione con Cristo sulla Croce

Nascondersi nelle piaghe di Cristo

Ricorrere allo Spirito Santo

L’arma della preghiera

Il sale della mortificazione

L’ATTIVITÀ APOSTOLICA

Ognuno al proprio posto

Come il lievito nella massa

Prendere il largo!

Utilizzare tutti i mezzi

PER CONCLUDERE

La pietà eucaristica

Veni, Sancte Spiritus!

La devozione mariana

Copyright © Prælatura Sanctæ Crucis et Operis Dei

(Proibita qualsiasi divulgazione pubblica, totale o parziale, senza l’autorizzazione esplicita del titolare del copyright )

( Pro manuscripto )

Carissimi, che Gesù vi protegga!

1. Tutti noi abbiamo provato una grande gioia per la pubblicazione della Lettera apostolica Porta fidei , nella quale il Papa annunciava l’ Anno della fede . Benedetto XVI non ha lesinato sforzi pur di presentare i contenuti fondamentali del Vangelo con un linguaggio accessibile agli uomini del XXI secolo. In questa linea, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 2011 ha indetto un Anno della fede , che avrà inizio il prossimo 11 ottobre e si concluderà nella solennità di Cristo Re dell’universo, il 24 novembre 2013. L’inizio di questo anno coincide inoltre con il ventesimo anniversario della Costituzione apostolica Fidei depositum , con la quale il beato Giovanni Paolo II ordinava la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica , un testo di straordinario valore per la formazione personale e per la catechesi che dobbiamo ininterrottamente svolgere in tutti gli ambienti.

L’ Anno della fede si presenta, dunque, come una nuova chiamata a ogni figlio della Chiesa, perché prenda viva coscienza della fede, si sforzi di conoscerla meglio e di metterla in pratica fedelmente, impegnandosi nello stesso tempo a diffonderla, comunicandone il contenuto – con la testimonianza dell’esempio e della parola – alle innumerevoli persone che non conoscono Cristo o che sono lontane da Lui.

Il Santo Padre si rammarica del fatto che molti cristiani, anche tra quanti si considerano cattolici, « si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone » [1] .

2. Non sono nuove queste considerazioni. Per quanto paradossale possa apparire, già alla conclusione del Concilio Vaticano II si poteva intravvedere il pericolo che, in vasti settori della Chiesa, l’entusiasmo suscitato da quella Assemblea potesse fermarsi alle belle parole, ma senza influenzare in profondità la vita dei fedeli; oppure che, addirittura, erronee interpretazioni e applicazioni degli insegnamenti conciliari potessero condurre il genuino spirito cristiano ad assimilarsi erroneamente allo spirito del mondo, invece di elevare il mondo all’ordine soprannaturale.

Chi di noi ha vissuto quei tempi ricorda il dolore con cui Paolo VI, terminato il Concilio, si lamentava con frequenza della grande crisi di fede, di disciplina, di liturgia, di obbedienza, che incombeva su alcuni settori della Chiesa. San Josemaría si faceva eco di questa preoccupazione del Santo Padre e, in una lettera inviata ai suoi figli, scritta poco prima della chiusura del Concilio, scriveva: « Mi siete testimoni dell’amore con cui in questi anni ho seguito il lavoro del Concilio, cooperando con la mia preghiera e, in tante occasioni, con il mio lavoro. Conoscete anche il mio desiderio di essere fedeli – io e voi tutti – alle decisioni della Gerarchia della Chiesa sin nei minimi particolari, operando non come sudditi di un’autorità, ma con pietà di figli, con l’affetto di persone che si sentono e sono membri del Corpo di Cristo. Non vi ho nascosto neppure il mio dolore per la condotta di coloro che non hanno vissuto il Concilio come un atto solenne della vita della Chiesa e una manifestazione dell’azione soprannaturale dello Spirito Santo, ma come un’opportunità di affermazione personale, per dare briglia sciolta alle proprie opinioni personali o, peggio ancora, per danneggiare la Chiesa. Il Concilio sta terminando: è stato già detto più volte che la prossima sessione sarà l’ultima. Quando questa lettera giungerà nelle vostre mani il periodo postconciliare sarà già cominciato e il mio cuore trema al pensiero che possa essere occasione di nuove ferite nel corpo della Chiesa. Gli anni successivi a un Concilio sono sempre importanti, perché richiedono docilità per applicare le decisioni adottate e anche fermezza nella fede, spirito soprannaturale, amore per Dio e per la sua Chiesa, fedeltà al Romano Pontefice » [2] .

Non c’era la minima traccia di pessimismo in san Josemaría quando parlava in questi termini; voleva mettere in evidenza che, allora e sempre, occorrono donne e uomini di fede.

3. Malgrado gli sforzi del Magistero nell’ultimo mezzo secolo, e della fedele testimonianza di un gran numero di persone, tra le quali non sono mancati i santi, il disorientamento si è man mano esteso al mondo intero. Scrive il Papa: « Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr. Mt 5, 13-16). Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (cfr. Gv 4, 14). Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono suoi discepoli (cfr. Gv 6, 51). L’insegnamento di Gesù, infatti, risuona ancora ai nostri giorni con la stessa forza: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna” ( Gv 6, 27). L’interrogativo posto da quanti lo ascoltavano è lo stesso anche per noi oggi: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” ( Gv 6, 28). Conosciamo la risposta di Gesù: “Questa è l’Opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” ( Gv 6, 29). Credere in Gesù Cristo, dunque, è la via per poter giungere in modo definitivo alla salvezza » [3] .

4. L’ Anno della fede ci offre una magnifica occasione per comprendere meglio il tesoro divino che abbiamo ricevuto e, con la grazia di Dio, diffondere questa virtù in onde concentriche che giungano molto lontano; ci viene offerta una straordinaria occasione per imprimere una forte spinta alla nuova evangelizzazione di cui il mondo ha bisogno, cominciando a migliorare noi stessi ogni giorno, con fatti concreti, nel rapporto personale con le tre Persone della Trinità, appoggiandoci proprio sulla fede di Maria e di Giuseppe, contemplata e ammirata da san Josemaría tanto da consentirgli di progredire nel suo identificarsi con Cristo e con la Volontà divina. Se vogliamo smuovere le anime perché si avvicinino a Dio, dobbiamo parlar loro, soprattutto, attraverso la nostra vita di cristiani.

Sappiamo che nostro Padre volgeva sempre lo sguardo agli Apostoli, ai primi cristiani. Nei Dodici e nelle prime comunità di uomini e donne che seguirono Cristo risplendeva luminosa la sicurezza della fede in Cristo e nei suoi insegnamenti. Essi seppero e vollero scrutare attentamente il passaggio del Redentore lungo le vie dell’umanità. Non è esagerato pensare che avranno ricordato con forza le numerose occasioni in cui Gesù aveva chiesto con insistenza ai malati, agli storpi, e a loro stessi, di rivolgersi a Lui con fede, di pregare o di chiedere con fede. E del resto sembra pure evidente che avranno conservato perfettamente impresso nell’anima quel paterno e chiaro rimprovero circa la loro mancanza di fede, subito prima di affidare loro l’incarico di andare in tutto il mondo per portare la Buona Novella (cfr. Mc 16, 14-15).

Salta agli occhi quanto i primi cristiani fossero consapevoli – sono meravigliose le tante testimonianze che ci hanno tramandato con la loro condotta – di essere tenuti a credere fermamente nella grazia del Cielo per poter adempiere il mandato di diffondere gli insegnamenti del Maestro.

I Dodici, e quei nostri fratelli e sorelle, sapevano bene che questa virtù, sollecitata con grande forza dal Figlio di Dio, avrebbe aperto la strada alla speranza che il progetto di redenzione si sarebbe compiuto. Nello stesso tempo, il loro amore e la loro gratitudine al Dio Uno e Trino divennero ogni giorno sempre più forti, più apostolici, vale a dire, capaci di trascinare verso la Verità persone di tutti gli ambienti e di tutte le professioni.

5. Figlie e figli miei, altrettanto accade ora, perché i mezzi – ce lo ripeteva san Josemaría – sono gli stessi: il Vangelo – vissuto! – e il Crocifisso.

Proclamiamo in ogni momento che riscoprire la gioia e la certezza della fede è un obbligo della Chiesa universale, di tutta la Chiesa: non è, dunque, soltanto un compito dei pastori, ma di tutti i fedeli. Naturalmente i pastori devono aprire la strada, con il loro esempio e le loro esortazioni, come scrive il Papa nel motu proprio con il quale ha indetto questo tempo speciale nella Chiesa; ma inoltre invita tutti a far propria l’esigenza di trasmettere agli altri il tesoro della predicazione di Cristo.

La Congregazione per la Dottrina della Fede, in una nota del 6 gennaio scorso, consiglia ai Vescovi di dedicare a questo tema una lettera pastorale, tenendo conto delle circostanze specifiche della comunità di fedeli che è stata loro affidata [4] . È ciò che mi sono proposto di fare con queste righe, che non hanno altro scopo che quello di stimolarvi affinché ognuno, per proprio conto o in comunione con altri, ammiri nuovamente la bellezza della fede ricevuta da Dio, la metta in pratica nella sua vita quotidiana e la diffonda senza rispetti umani.

Il documento afferma anche che «i santi e i beati sono gli autentici testimoni della fede» [5] ; per questo motivo raccomanda ai Pastori di impegnarsi a far conoscere la vita e la dottrina di tanti santi. Pertanto sarò pienamente coerente se in queste pagine mi ispirerò spesso agli insegnamenti scritti e orali di san Josemaría, l’amatissimo fondatore dell’Opus Dei; un santo che, per i frutti prodotti, ci mostra l’assoluta adesione con la quale confidò in Dio.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

6. L’umanità è andata e andrà sempre avanti, anche ora, con una gran fame della parola e della conoscenza di Dio, anche se molte persone non sono coscienti di questa profonda necessità delle loro anime. Su coloro ai quali, come noi, il Signore ha concesso il dono della fede, incombe il dovere di svegliarsi e di svegliare quanti sono immersi in un letargo di morte, di inefficacia. L’ Anno della fede , che si apre nel quadro dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata alla nuova evangelizzazione, comporta un nuovo stimolo per tutti. È giunto il momento di accelerare l’andatura, come fanno i corridori quando si avvicina il traguardo di una corsa.

Conservo un ricordo molto vivo di come il Venerabile Servo di Dio Álvaro del Portillo ci incoraggiava a partecipare personalmente al lavoro della nuova evangelizzazione. In occasione del Natale del 1985 scrisse una lettera pastorale con suggerimenti per collaborare con maggiore intensità alla ricristianizzazione di alcuni paesi, nei quali in modo particolare si registrava un progressivo indebolimento della vita cristiana. Metteva in guardia dal nuovo paganesimo proveniente dalle nazioni più sviluppate sul piano economico, il quale – ne parlava in questi termini – si caratterizzava, come ora, «per la ricerca del benessere materiale ad ogni costo, e per il conseguente oblio – sarebbe meglio dire timore, autentico terrore – di tutto ciò che può far soffrire» [6] .

A questo immenso lavoro apostolico si somma ora la necessità di assistere anche i popoli e le società dell’Europa centrale e orientale che per decenni sono stati sottomessi al giogo del materialismo comunista e che, con un lungo e silenzioso martirio, hanno mantenuto noi altri nella libertà.

Ogni giorno dobbiamo rinnovare il desiderio di porre Cristo al di sopra e all’interno delle realtà umane. Per questo è necessario crescere nel rapporto personale con Dio e nella dedizione agli altri, contribuendo con il nostro granello di sabbia – la completa donazione quotidiana – alla costruzione di un mondo rinnovato dalla grazia e dal sale del Vangelo, che il Signore ha affidato ai suoi discepoli. Se qualche volta il pessimismo si annidasse nella nostra anima, constatando di non aver raccolto subito i frutti dei nostri aneliti, allora dovremmo respingere questa mancanza di speranza, perché non siamo noi – così poca cosa, così pieni di difetti – a dover portare avanti i progetti divini. Varie pericopi della Scrittura, nelle loro molteplici allusioni, ci confermano che inter medium montium pertransibunt aquae ( Sal 103/104, 10). Questa certezza si oppone a qualsiasi moto di scoraggiamento, anche nel caso in cui gli ostacoli giungessero al culmine; questa strada è la più adatta a farci arrivare in Cielo, con la certezza che le acque divine eliminano tutti i nostri limiti e ci danno la spinta per arrivare a stare con Dio.

7. Mi vengono in mente alcune frasi di san Josemaría, scritte poco prima che se ne andasse nella casa del cielo. Osservando la crisi di fede, di virtù e di valori che già allora – era l’anno 1973 – si era scatenata dappertutto, scriveva, pieno di senso soprannaturale e di zelo apostolico: « Nei momenti di crisi profonde nella storia della Chiesa, non sono stati mai numerosi coloro che, rimanendo fedeli, hanno messo insieme la preparazione spirituale e dottrinale sufficiente e le risorse morali e intellettuali, in modo da opporre una decisa resistenza agli agenti della malvagità. Per quanto pochi, hanno ridato la luce, una volta di più, alla Chiesa e al mondo » [7] . Dobbiamo fare in modo che molte donne e molti uomini accolgano la vita della grazia e si riparino e si fortifichino in questo rifugio.

La nuova evangelizzazione appare particolarmente urgente in Europa e nei Paesi più sviluppati. Nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa , il beato Giovanni Paolo II tratteggiava la situazione religiosa della società nel vecchio continente. Pur essendo destinata ad accogliere le conclusioni dell’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi dell’Europa, le sue affermazioni si potevano applicare in gran misura a molti altri luoghi. Infatti, dopo venti secoli, anche in Paesi di grande tradizione cristiana, «cresce il numero delle persone non battezzate, sia per la notevole presenza di immigrati appartenenti ad altre religioni, sia perché anche figli di famiglie di tradizione cristiana non hanno ricevuto il Battesimo» [8] . Ed ecco la conclusione del Papa: «Di fatto, l’Europa si colloca ormai tra quei luoghi tradizionalmente cristiani nei quali, oltre a una nuova evangelizzazione, in certi casi si impone una prima evangelizzazione» [9] . Prima evangelizzazione e nuova evangelizzazione: due forme di annuncio del Vangelo che oggi la situazione della Chiesa e del mondo ci richiede.

8. La verità della frase « missionario – con missione – e non chiamarti missionario », alla quale san Josemaría si riferisce nel punto 848 di Cammino , si colloca nel momento radicale e originario della missione – come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi ( Gv 20, 21) –, che delinea le forme storiche che la missione di Cristo prenderà nella vita della Chiesa: dalla cura della vita di fede dei cattolici (pastorale, fraternità), alla proclamazione ai pagani di Cristo Salvatore (primo annuncio, evangelizzazione); dal rapporto fraterno con i cristiani non cattolici per spingerli alla piena comunione (ecumenismo), al nuovo annuncio di Cristo e della sua dottrina ai battezzati che lo hanno abbandonato e respingono la sua dottrina (nuova evangelizzazione). Noi fedeli dell’Opus Dei, siamo chiamati, nella nostra piena secolarità, a far nostre queste differenti dimensioni della “missione” unica della Chiesa.

San Josemaría lo ripeteva con insistenza: « Siamo missionari, con una missione, senza definirci missionari. Missionari, sia nelle strade asfaltate di Roma, di New York, di Parigi, di Città del Messico, di Tokyo, di Buenos Aires, di Lisbona o di Madrid, di Dublino o di Sidney, sia nel cuore dell’Africa » [10] . La necessità di comunicare il primo annuncio della fede non si limita ormai ai Paesi tradizionalmente conosciuti come terre di missione , ma purtroppo riguarda tutto il globo, e a questo grande compito dobbiamo dedicarci.

Però questa responsabilità non può limitarsi a semplici considerazioni; ciascuna e ciascuno deve pensare: io, che contributo posso dare? E ancor prima dobbiamo riflettere sul modo in cui la fede influisce sul nostro agire, e pure se sappiamo ringraziare ogni giorno per questo dono e, di conseguenza, se cerchiamo di trasmettere agli altri un così grande tesoro. Eleviamo la nostra anima al Signore, implorando: Adauge nobis fidem ( Lc 17, 5), per pregare tutti meglio; adauge mihi fidem, per lavorare santificandomi e santificando gli altri; per dare alla mia amicizia un continuo senso cristiano. Non dimentichiamo il detto secondo cui l’esempio è il miglior predicatore, seguendo i passi di Cristo, che cœpit facere et docere (cfr. At 1,1), cominciò a fare e a insegnare.

Stiamo sicuri che dovunque « c’è bisogno di un rinnovato annuncio anche per chi è già battezzato . Tanti [...] contemporanei pensano di sapere che cos’è il cristianesimo, ma non lo conoscono realmente. Spesso addirittura gli elementi e le stesse nozioni fondamentali della fede non sono più noti» [11] , e noi dobbiamo affrontare questa sfida con la nostra vita e la nostra formazione dottrinale. Senza pessimismo, ci renderemo conto che la missione apostolica, alla quale il Signore sollecita i cristiani, tutti coloro che sanno di essere figli di Dio, assume nel nostro tempo tonalità diverse a seconda delle circostanze dell’ambiente, del luogo, delle persone che ciascuno frequenta. In ogni caso, dobbiamo mettere in contatto con Cristo le persone che ci stanno attorno o che ci sono note, facendo loro conoscere , o riconoscere , il volto del nostro Redentore, e aiutandoli a camminare nella sua sequela, anche nel caso in cui debbano andare contro corrente.

9. Che grande lavoro ci aspetta! Con umiltà, con un personale anelito di santità, dobbiamo arrivare alle persone prima di tutto con il nostro esempio. Sappiamo bene che lo sforzo per comportarci come cristiani veri, malgrado le nostre miserie personali, è parte della luce che il Signore vuole accendere nel mondo. Non dobbiamo aver paura di scontrarci con le situazioni incompatibili con la fede cattolica, neppure quando questo comportamento può arrecarci pregiudizi materiali o sociali: « Convincetevi, e suscitate negli altri il convincimento, che noi cristiani dobbiamo navigare contro corrente. Non vi lasciate trascinare da false illusioni. Riflettete: contro corrente andò Gesù, contro corrente andarono Pietro e gli altri primi, e tutti coloro che, nel corso dei secoli, hanno voluto essere perseveranti discepoli del Maestro. Siate dunque fermamente persuasi che non è la dottrina di Gesù che si deve adattare ai tempi, ma sono i tempi che devono aprirsi alla luce del Salvatore » [12] .

Volgendo dunque lo sguardo al Redentore, e chiedendogli di concederci la sua pace e la capacità di perdonare e amare quanti causano queste incomprensioni, preghiamo con ostinazione per quelli che ostinatamente vogliono mettere alla berlina la Chiesa, la Gerarchia, i cattolici. Consapevoli della nostra debolezza personale, cerchiamo instancabilmente di rendere bene per male; come conseguenza della nostra unione con Dio, amiamo coloro che tentano di perseguitare la religione o di rinchiuderla in sacrestia, nell’ambito esclusivo del privato.

D’altra parte, se i rispetti umani non devono frenare lo zelo apostolico, ancor meno lo fermerà il pensiero della personale debolezza o della mancanza di mezzi, perché non confidiamo nelle nostre forze, ma nella grazia del Cielo: Omnia possum in eo, qui me confortat ( Fil 4, 13). A tal proposito, il fondatore dell’Opus Dei scriveva: « Rimanere tutti uniti nell’orazione: questa è [...] l’origine della nostra gioia, della nostra pace, della nostra serenità e, quindi, della nostra efficacia soprannaturale » [13] . In un altro momento aggiungeva: « Che altri consigli posso darvi? Quelli che sempre hanno aiutato i cristiani che volevano seguire davvero Cristo, e che già vennero applicati dai primi che accolsero l’insegnamento di Gesù: il rapporto assiduo col Signore nell’Eucaristia, l’invocazione filiale della Beatissima Vergine, l’umiltà, la temperanza, la mortificazione dei sensi [...] e la penitenza » [14] ; una fede solida, ben fondata sul Signore Onnipotente. Difficile da spiegare è l’ottimismo e la fermezza che, fra i molti altri testi, hanno sempre prodotto in san Josemaría le parole del Salmo: In lumine tuo videbimus lumen ( Sal 35/36, 10), perché – con Lui – tutte le tenebre si dissolvono.

RITORNARE ALLE RADICI DEL VANGELO

10. Molte volte, in passato, l’Europa si è trovata ad affrontare travagliati periodi di trasformazione e di crisi, ma «sempre li ha superati traendo linfa nuova dall’inesauribile riserva di energia vitale del Vangelo» [15] . Queste parole del beato Giovanni Paolo II, pronunciate nel 1995, ci danno la conferma sulla via che è necessario percorrere. Non ve ne sono altre: ritornare alle radici della nostra fede per impregnarci della linfa vivificante che esse ci trasmettono (a questo mira la formazione dottrinale che ci dà l’Opera) e mettere poi gli uomini e le donne di ogni parte del mondo in contatto vitale con Cristo.

San Josemaría affermava che « vivere la fede vuol dire anche trasmetterla agli altri ». Per ottenerlo, bisogna camminare assieme a loro. Durante il cammino occorre ascoltare le difficoltà che provano davanti al messaggio cristiano, comprenderle e dimostrare loro che le comprendiamo, in modo che si sentano capiti e illuminati dalla nostra conversazione capace di orientare; così, camminando con loro, potremo comunicare con affetto e amabilità il Vangelo, la parola viva del Signore; vale a dire, mostrare loro le meraviglie dello spirito cristiano che armonizza ragione e fede, dà risposta a tutti gli interrogativi e placa ogni agitazione del cuore umano; in tal modo li prepareremo a desiderare i sacramenti e a disporsi a riceverli.

In molti casi la grazia divina dovrà costruire nelle anime dalle fondamenta l’edificio soprannaturale. Prendiamo spunto dal desiderio di fare il bene e dalla solidarietà che si notano nelle nuove generazioni – e non soltanto in esse –, perché scoprano il Salvatore, annunciando loro la dottrina con il dono delle lingue e ponendo le basi, poco per volta, con un piano inclinato, perché acquisiscano stabilità nella vita cristiana.

L’esempio dei primi cristiani

11. Ripeto che ci conviene considerare spesso la condotta degli Apostoli e dei nostri primi fratelli nella fede. Erano pochi, erano privi di mezzi umani, non annoveravano tra le loro fila – almeno all’inizio – grandi pensatori o persone di un certo rilievo pubblico. Si muovevano in un clima sociale di indifferentismo, di mancanza di valori, simile in molti aspetti a quello che oggi ci tocca affrontare. Eppure non si intimorirono: « Intavolarono meravigliose conversazioni con tutte le persone che incontravano o che cercavano nei loro viaggi e nelle loro peregrinazioni. La Chiesa non esisterebbe se gli Apostoli non avessero mantenuto questo dialogo soprannaturale con tutte quelle anime » [16] . Donne e uomini, loro contemporanei, ebbero una profonda trasformazione quando furono toccati dalla grazia divina. Non si limitarono ad aderire a una nuova religione, più perfetta di quelle che conoscevano, ma, grazie alla fede, scoprirono Gesù Cristo e si innamorarono di Lui, del Dio-Uomo che si era donato in sacrificio per loro ed era risuscitato per aprire le porte del Cielo. Questo fatto inaudito penetrò con una forza straordinaria nelle anime di quei primi, dotandoli di una fortezza a prova di qualsiasi attacco. «Nessuno ha creduto a Socrate fino a morire per la sua dottrina – annotava con semplicità san Giustino a metà del II secolo –; ma per Cristo persino gli operai e gli ignoranti hanno disprezzato, non soltanto l’opinione del mondo, ma anche la paura della morte» [17] .

In un mondo che anelava ardentemente la salvezza, senza sapere dove trovarla, la dottrina cristiana si fece strada come una luce accesa nell’oscurità. Quei primi, con il loro comportamento seppero far brillare davanti ai loro concittadini questo chiarore salvifico e divennero messaggeri di Cristo, con semplicità, con naturalezza, senza ostentazioni, con grande coerenza tra la loro fede e le opere. «Noi non diciamo cose grandi, ma le facciamo» [18] , scrisse uno di loro. E cambiarono il mondo pagano.

Nella Lettera apostolica inviata a tutta la Chiesa in preparazione al grande giubileo del 2000, il beato Giovanni Paolo II spiegava che «in Cristo la religione non è più un “cercare Dio come a tentoni” (cfr At 17, 27), ma risposta di fede a Dio che si rivela: risposta nella quale l’uomo parla a Dio come al suo Creatore e Padre; risposta resa possibile da quell’Uomo unico che è al tempo stesso il Verbo consustanziale al Padre, nel quale Dio parla a ogni uomo e ogni uomo è reso capace di rispondere a Dio» [19] .

È questione di fede

12. Noto in queste parole un’altra considerazione che vorrei proporvi, vista la necessità di impegnarci senza tregua nel lavoro della nuova evangelizzazione della società. Anzitutto abbiamo bisogno di fede e di speranza, fatte nostre con fermezza; vale a dire, procedere in ogni momento intimamente convinti, con un convincimento che sgorga dal rapporto con la Trinità, che è possibile cambiare la rotta di questo nostro mondo, indirizzare tutte le attività umane alla gloria del Signore e alla conversione delle anime. Sicuramente non mancheranno la lotta, le sofferenze, ma andremo avanti sempre in lætitia , con gioia e fiducia, perché ci sostiene la promessa divina: Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra ( Sal 2, 8).

È impressionante – torno a ripeterlo – vedere come gli Apostoli, senza altri mezzi che la fede in Cristo e animati da una speranza sicura e lieta, si dispersero per tutti i punti della terra allora conosciuta e diffusero dappertutto la dottrina cristiana. San Josemaría gioiva nel celebrare le loro feste e le feste delle sante donne che seguirono Gesù nel suo passaggio sulla terra! Le figure degli Apostoli, di Maria Maddalena, di Lazzaro, di Marta e di Maria, le sorelle di Lazzaro, lo entusiasmavano. Da ognuna, da ognuno di essi, possiamo imparare a credere di più, completamente, in Cristo e ad amarlo con l’intensità con la quale lo amarono quelli che gli stettero accanto. Come noi, anche loro si sapevano pieni di miserie ma, seppure in scarso numero rispetto alla popolazione delle nazioni conosciute, riuscirono a diffondere il seme divino con il loro esempio quotidiano e con la loro parola di consolazione.

Ricordo la forza con cui nostro Padre, quando parlava dell’apostolato in ambienti difficili, assicurava: « È questione di fede! ». Sì, è questione di fede! Quella fede che, come dice il Signore nel Vangelo, è in grado di spostare i monti dal loro posto (cfr. Mt 17, 20) e di superare qualsiasi ostacolo; è come i fiumi che si scavano un alveo dalle alte rupi dei monti fino al mare (cfr. Sal 103/104, 10). Per questo vi domando e mi domando: con quale fede ci muoviamo nell’ora dell’apostolato, ben sapendo che è sempre l’ora? Siamo veramente convinti che, come scrive san Giovanni, questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede ( 1 Gv 5, 4)? Agiamo di conseguenza? Affrontiamo gli ostacoli che dovessero sorgere con spirito ottimista, con spirito di vittoria? E appoggiamo ogni attività apostolica con la preghiera e la mortificazione? Diamo testimonianza della nostra fede senza lasciarci intimorire dalle difficoltà dell’ambiente in cui ci muoviamo?

Ripetiamo più spesso al Signore: Credo, Signore, aiutami nella mia incredulità ( Mc 9, 24). Questa richiesta del padre del giovane epilettico commuoveva profondamente san Josemaría. Non accontentiamoci del modo in cui noi imploriamo dal Signore le virtù teologali. San Josemaría, ben sapendo che la fede è un dono soprannaturale che soltanto Dio può infondere e rafforzare nell’anima, disse una volta: « Tutti i giorni, non una sola volta ma molte, glielo ripeto [...]. Gli dirò quello che gli chiedevano gli Apostoli [...]: adauge nobis fidem! ( Lc 17, 5), aumenta la nostra fede. E aggiungo: spem, caritatem ; aumenta in noi la fede, la speranza e la carità » [20] .

Un solido punto di appoggio

13. In diverse occasioni il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto notare le contraddizioni del tempo in cui viviamo: « In vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di Dio. Sembra che tutto vada ugualmente anche senza di Lui. Ma al tempo stesso esiste anche un sentimento di frustrazione, di insoddisfazione di tutto e di tutti. Vien fatto di esclamare: non è possibile che questa sia la vita! Davvero no. E così insieme con la dimenticanza di Dio esiste come un boom del religioso. Non voglio screditare tutto ciò che c’è in questo contesto. Può esserci anche la gioia sincera della scoperta. Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto. Ma la religione cercata alla maniera del “fai da te” alla fin fine non ci aiuta. È comoda, ma nell’ora della crisi ci abbandona a noi stessi » [21] . E il Papa conclude con il seguente invito: « Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo! » [22] .

Malgrado il clima di relativismo e di permissivismo dominante in vasti strati della società, molte persone sono assetate di eternità, magari dopo aver cercato inutilmente di appagarla con cose periture. Che grande verità è racchiusa in quella nota frase di Sant’Agostino: «Tu ci hai fatti, Signore, per te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te» [23] . Soltanto Dio, infatti, soddisfa completamente gli aneliti dello spirito umano. Dobbiamo essere donne e uomini di vigorosa pietà, che ricorrono ai diversi modi di pregare – l’autentico scacciapensieri – con il sincero desiderio di pregare di più. Avviciniamoci alla Santa Messa con fede profonda, persuasi che si fa sacramentalmente presente il Sacrificio del Calvario, il Sacrificio che ci ha portato la salvezza e ci rivitalizza per la battaglia quotidiana verso la santità.

14. Nel momento della Consacrazione eucaristica la fede, la pietà e il raccoglimento di san Josemaría – corpo e anima – producevano una profonda impressione. Si stupiva ogni giorno, con rinnovata riconoscenza e nuova devozione, nel contemplare il mistero della transustanziazione, della donazione del Figlio di Dio al Padre, con lo Spirito Santo, per le anime. Penso di non esagerare se affermo che, sapendosi in quegli istanti ipse Christus , da lì traeva tutta la forza della sua efficacia e della sua vasta attività apostolica. Con identica fede ardente ripeteva, prima di dare la Santa Comunione, le parole del Battista: Ecce agnus Dei! Esortò tutti i cattolici, e lo ripeteva alle sue figlie e ai suoi figli, ai sacerdoti, che è necessario identificarsi con Cristo, perché a questo Lui ci ha invitato e perché così attireremo le anime verso l’Amore di Dio. Attualizzare la nostra fede, come nostro Padre, proprio nel momento della transustanziazione è un aiuto potente per fare di ogni giorno una messa .

La certezza che Dio vuole affidarsi a noi può e deve costituire un solido punto di appoggio per rinnovare quotidianamente il nostro zelo apostolico; dev’essere una spinta che ci conduca, pieni di speranza e di ottimismo soprannaturale, al servizio delle persone che ci passano accanto: « Dobbiamo infiammarci con il desiderio e la realtà di portare la luce di Cristo, l’anelito di Cristo, i dolori e la salvezza di Cristo, a tante anime di colleghi, di amici, di parenti, di conoscenti, di sconosciuti – indipendentemente dalle loro opinioni nelle cose terrene –, per stringere tutti loro in un buon abbraccio fraterno. Allora saremo un rubino di fuoco, e non saremo più questo nulla, questo povero e miserabile carbone, ma saremo voce di Dio, luce di Dio, fuoco di Pentecoste! » [24] .

ALCUNI SETTORI PRIORITARI

15. In tutto il mondo e sempre bisogna fare un profondo apostolato dell’intelligenza. “Comunicare” sulla verità per “comunicare” la Verità. Questa è la sintesi dell’intero lavoro apostolico. Non possiamo stancarci di chiedere a Dio con umiltà, con insistenza e con fiducia, di far aprire alla sua luce le intelligenze e i cuori. Molte persone ripetono, come i Magi: Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo ( Mt 2, 2). Ce lo diranno se noi che crediamo in Cristo ci avvicineremo a tutti con sincera amicizia, impregnata di carità e di comprensione, di simpatia anche umana, garantita dalla vita di pietà; e anche con gratitudine per il bene che non pochi fanno in tanti luoghi.

Ciò che stupisce nell’atteggiamento dei Magi – commenta Benedetto XVI , « è che essi si prostrarono di fronte a un semplice bambino in braccio a sua madre, non nella cornice di un palazzo regale, bensì nella povertà di una capanna a Betlemme (cfr. Mt 2, 11). Come è stato possibile? Che cosa ha convinto i Magi che quel bambino era “il re dei giudei” e il re dei popoli? Li ha certamente persuasi il segno della stella, che essi avevano visto “nel suo sorgere” e che si era fermata proprio sopra il luogo dove si trovava il Bambino (cfr. Mt 2, 9). Ma anche la stella non sarebbe bastata , se i Magi non fossero state persone intimamente aperte alla verità. A differenza del re Erode, preso dai suoi interessi di potere e di ricchezza, i Magi erano protesi verso la meta della loro ricerca, e quando la trovarono, benché fossero uomini colti, si comportarono come i pastori di Betlemme: riconobbero il segno e adorarono il Bambino, offrendogli i doni preziosi e simbolici che avevano portato con sé» [25] .

Non dimentichiamo che « il Signore si rivolge a tutti gli uomini perché tutti gli vadano incontro, perché tutti siano santi. Non chiama soltanto i Magi, uomini saggi e potenti; prima aveva inviato ai pastori di Betlemme non già una stella, ma uno dei suoi angeli (cfr. Lc 2, 9). Ma tutti, poveri o ricchi, sapienti o meno, devono maturare nell’anima la disposizione umile che permette di ascoltare la voce di Dio » [26] .

16. Questo impegno non è riservato a persone che lavorano in settori particolarmente qualificati. Di grande efficacia sarà sempre l’apostolato personale di ogni cristiano, nell’ambito del quale abitualmente si svolge la sua esistenza. Per questo suggerisco di soffermarci, in un esame personalissimo, su come cerchiamo di aiutare le anime ad avvicinarsi a Dio: quali preghiere, quali mortificazioni, quante ore di lavoro ben fatto abbiamo offerto, che tipo di dialogo abbiamo intavolato oralmente o per iscritto, con amici, con parenti, colleghi o conoscenti. Contagiamo questa santa preoccupazione a quelli che vivono con noi, perché la fede nell’efficacia degli insegnamenti di Cristo ci deve stimolare a servire e ad amare di più i nostri fratelli e le nostre sorelle: nessuno ci può lasciare indifferenti.

L’apostolato dell’intelligenza, come ho detto, è un impegno di tutti; ma, senza perdere di vista i numerosi settori nei quali appare urgente una nuova evangelizzazione, oggi è prioritario impregnare della dottrina di Cristo alcuni ambiti particolari . Basta prendere in considerazione l’attività dei governanti, degli scienziati e dei ricercatori, dei professionisti dell’opinione pubblica…; senza dimenticare che tutti gli uomini e le donne sentono, e noi con loro, la necessità di ascoltare la voce del Signore e di seguirla.

«La lotta per l’anima del mondo contemporaneo è massima là dove lo spirito di questo mondo sembra più potente», scriveva il beato Giovanni Paolo II, a motivo dell’esistenza «di “moderni areopaghi”, cioè di nuovi pulpiti. Questi areopaghi sono oggi il mondo della scienza, della cultura, dei mezzi di comunicazione; sono gli ambienti in cui si creano le élite intellettuali, quelli degli scrittori e degli artisti» [27] .

La ricerca e l’insegnamento

17. Anche se dobbiamo essere sempre disponibili per tutti, è chiaro che riveste una grande importanza far conoscere il Vangelo alle persone che si muovono in ambienti intellettuali. In particolare, quanti lavorano nelle istituzioni universitarie devono ricordare una frase del Signore, rivolta a tutti, ma si può ritenere che riguardi loro in particolare: Vos estis lux mundi ( Mt 5, 14), voi siete la luce del mondo. Infatti, il loro lavoro professionale li pone nell’avanguardia della nuova evangelizzazione. San Josemaría, che fin da prima del 1928 ha tanto incoraggiato l’apostolato con gli intellettuali, scriveva: « L’Università ha come sua più alta missione il servizio agli uomini, l’essere fermento della società in cui vive » [28] .

Queste parole esprimono molto bene quale dev’essere la linea apostolica che devono seguire coloro che operano in questi ambienti: essere fermento, dare luce e calore – la luce e il calore del Vangelo – affinché i loro amici e colleghi, i loro studenti, impregnino la propria anima e il proprio agire della Buona Novella di Cristo, pienamente fedeli al Magistero della Chiesa. In tal modo contribuiranno all’evangelizzazione della cultura. Di perenne attualità è quel punto di Cammino: « Devi comunicare ad altri Amore di Dio e zelo per le anime, affinché essi a loro volta accendano molti altri ancora che si trovano in una terza fila, e ciascuno di questi faccia altrettanto con i propri compagni di professione. Di quante calorie spirituali hai bisogno! E che responsabilità grande se ti raffreddi! E – non lo voglio pensare – che orribile crimine se dovessi dare cattivo esempio! » [29] .

Non dobbiamo permettere che cada nel vuoto la bella sfida di far sì che molte persone e istituzioni, in tutto il mondo, promuovano, spinti dall’esempio dei primi cristiani, una nuova cultura, una nuova legislazione, una nuova moda, che sia in accordo con la dignità della persona umana, destinata alla gloria dei figli di Dio in Gesù Cristo (cfr. 2 Cor 3, 18). Anche se tutti dobbiamo pregare e collaborare con assoluta generosità perché ciò avvenga, ai docenti universitari e ai ricercatori spetta la responsabilità di un impegno profondo e perseverante nel trarre profitto da ogni occasione offerta dall’esercizio della loro professione. In questo contesto, la fede costituisce il punto di appoggio per fare passi avanti verso la verità, mentre ci impegniamo, con la stessa forza della virtù, a portarla in tutti gli ambiti, aiutando nel contempo quelli che ci stanno accanto ad accoglierla o ad accrescerla.

18. La ricerca occupa un posto importante nel lavoro dei professori universitari e di altri intellettuali. In questo settore, ogni cristiano che s’impegna nella ricerca e nella diffusione della verità, incoraggiato dal giusto desiderio di collaborare alla formazione di un sapere che vada oltre la frammentazione e il relativismo, scopre continue opportunità per svolgere un profondo apostolato dottrinale. Nessun oggetto di ricerca, nessun’area del vasto campo dell’insegnamento è neutra dal punto di vista della fede. Qualsiasi nostra attività, persino alcune lezioni di scienze chimiche – per fare un esempio preciso – possono contribuire o meno alla diffusione del Regno di Cristo. « La necessaria oggettività scientifica rifiuta giustamente ogni neutralità ideologica, ogni ambiguità, ogni conformismo, ogni pusillanimità: l’amore per la verità impegna la vita e l’intera attività dello scienziato » [30] . Se il professore, o il ricercatore, è mosso soprattutto dal desiderio di dar gloria a Dio e di servire le anime, allora la coerenza cristiana del suo esempio, la disponibilità che dimostra verso gli studenti e i collaboratori, la rettitudine con cui mette a fuoco il suo lavoro, l’impegno nel formare i suoi discepoli e trasmettere il suo sapere, contribuiscono indubbiamente a far sì che le persone che lo ascoltano o ricevono l’eco del suo lavoro, scoprano o tocchino l’impronta dei discepoli di Cristo.

D’altra parte, il lavoro scientifico favorisce le relazioni professionali con i ricercatori prestigiosi del proprio Paese o di altri Paesi; induce a stabilire amicizie sincere, che sono l’ambito naturale dell’apostolato personale, il che rende più facile ottenere che i colleghi, nella loro attività di ricerca, rispettino almeno i principi morali fondamentali.

I cattolici responsabili che intervengono in questi nodi cruciali per la nuova evangelizzazione, dovrebbero domandarsi come arrivare, nella misura delle loro possibilità, anche ai mezzi di comunicazione e ai centri di opinione, per trasmettere una buona e solida dottrina nel loro ambito specifico: collaborando con la stampa, intervenendo nei programmi della radio e della televisione o attraverso internet, partecipando alle attività culturali, fornendo una opinione scientifica autorevole su temi che sorgono nel dibattito pubblico… Nello stesso tempo, i cattolici che promuovano imprese di comunicazione e di opinione pubblica, o che vi lavorano professionalmente, debbono impegnarsi affinché le loro pagine o le loro telecamere mostrino con profondità e rigore tutto ciò che di sano e giusto viene prodotto in questi spazi.

Desidero che sia ben chiaro che coloro che intervengono in queste aree devono sentire la responsabilità di trarre profitto dai propri talenti, senza dimenticare che molte altre persone, che fanno lavori materiali o apparentemente di poca importanza, si sforzano di trasformare la loro occupazione in preghiera a Dio, affinché gli uomini e le donne che stanno nelle aree cruciali della società sappiano essere interamente responsabili, consapevoli che Dio chiederà loro conto di quello che hanno fatto; e devono mostrarsi molto grati a quanti lavorano, per così dire, nella penombra. Ricordiamo a tal proposito ciò che diceva san Josemaría: chi è più importante, il Rettore Magnifico di una Università o la persona semplice che cura la manutenzione dell’edificio? E non aveva dubbi sulla risposta: chi adempie al proprio compito con più fede, con più desiderio di santità.

L’armonia tra fede e ragione

19. Noi che sappiamo di essere figli di Dio dobbiamo far capire che non c’è «motivo di competitività alcuna tra la ragione e la fede: l’una è nell’altra, e ciascuna ha un suo spazio proprio di realizzazione [...]. Dio e l’uomo, nel loro rispettivo mondo, sono posti in un rapporto unico. In Dio risiede l’origine di ogni cosa, in Lui si raccoglie la pienezza del mistero, e questo costituisce la sua gloria; all’uomo spetta il compito di investigare con la sua ragione la verità, e in ciò consiste la sua nobiltà» [31] .

È sempre attuale l’orizzonte che descriveva san Josemaría: « Sulla solida base di un profondo sapere scientifico, dobbiamo dimostrare che non c’è alcuna contrapposizione tra la fede e la ragione » [32] , ma che, al contrario, dev’esserci una piena sintonia, perché i due ambiti di conoscenza provengono da Dio, dal Logos creatore che, inoltre, si è fatto uomo.

Nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte , Giovanni Paolo II ha scritto: «Per l’efficacia della testimonianza cristiana, specie in questi ambiti delicati e controversi, è importante fare un grande sforzo per spiegare adeguatamente i motivi della posizione della Chiesa, sottolineando soprattutto che non si tratta di imporre ai non credenti una prospettiva di fede, ma di interpretare e difendere i valori radicati nella natura stessa dell’essere umano. La carità si farà allora necessariamente servizio alla cultura, alla politica, all’economia, alla famiglia, perché dappertutto vengano rispettati i principi fondamentali dai quali dipende il destino dell’essere umano e il futuro della civiltà» [33] . Per questo compito occorre il dono delle lingue , che si raggiunge quando si invoca con fede lo Spirito Santo e si impiegano i mezzi umani.

È da tutti conosciuta l’assoluta libertà che, nell’ambito della dottrina cattolica, la Chiesa riconosce ai suoi figli nel loro comportamento professionale e di cittadini, uguali agli altri cittadini. La sensibilità verso i problemi umani, il senso soprannaturale per giudicarli e decidere cristianamente, secondo la retta coscienza ben formata, deve spronare la responsabilità apostolica personale e apportare nel dibattito scientifico una visione più umana e sempre cristiana. Per questo, conviene affrontare con seria rettitudine le attività che presentano un particolare rilievo dottrinale ed etico, nelle aree scientifiche e umanistiche proprie di ciascuno. La crisi morale che sta attraversando la società e la perenne necessità di evangelizzare, rendono ancora più urgente che i ricercatori cristiani non desistano da questo lavoro e sviluppino con costanza e profondità questi temi per contribuire a risolvere correttamente gli attuali problemi.

La morale pubblica

20. Un’altra sfida prioritaria di evangelizzazione riguarda la morale pubblica. Uno degli ostacoli che con maggiore virulenza si oppone al regno di Cristo, nelle anime e nella società intera, è l’ondata di sensualità che invade i costumi, le leggi, le mode, i mezzi di comunicazione, le espressioni artistiche. Per frenare questo attacco virulento, oltre a pregare e invitare a pregare, a riparare e muovere alla riparazione, mossi da una responsabilità cristiana e anche umana, dobbiamo mobilitare molte persone – cattoliche o meno, ma uomini e donne di buona volontà – sollecitandole a sentire l’urgenza di fare qualcosa . Non servono le sterili lamentele, e ancor meno ogni atteggiamento di indifferenza, di chi si accontenta di non causare personalmente il male. Al contrario, è sempre il momento propizio per lanciarsi con maggior brio in un apostolato capillare, in un cambiamento radicale, cominciando dalla propria vita, dal proprio focolare, dal proprio ambiente professionale.

Ascoltiamo l’Apostolo dei gentili, che ci esorta a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti “Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso”. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! ( 2 Cor 6, 1-2). Noi cristiani dobbiamo comportarci con la sicurezza della fede, proprio per sanare tutto ciò che attorno a noi non è in accordo con la legge di Dio, senza rispetti umani, senza temere che si noti la nostra condizione di persone convinte della propria fede. Vi sono valori che non sono negoziabili, ripetute volte lo ha detto Benedetto XVI: « La tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale; il riconoscimento e la promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e la sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale; la tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli » [34] .

Il Papa chiarisce poi che « questi principi non sono verità di fede, anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Al contrario, tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi perché ciò costituisce un'offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia stessa » [35] .

21. Un identico ragionamento, uguale è il motivo, vale anche per i punti essenziali della dottrina cristiana che oggi subiscono un’astiosa intolleranza da parte di gruppi di persone ciecamente determinate a eliminare il senso religioso dalla società civile. Purtroppo gli esempi sono numerosi: dai grossolani attacchi a Cristo, al fine di ridicolizzarlo, fino alle accuse calunniose contro la Chiesa, i suoi ministri e le sue istituzioni.

Il compito del cristiano che vuole essere coerente con la propria vocazione, consiste nel mostrare Cristo agli altri, sapendosi araldo – prima di tutto con l’esempio, ma anche con la parola opportuna – degli insegnamenti della Chiesa, specialmente sui temi più dibattuti nell’opinione pubblica. Mi viene in mente ciò che con tanta chiarezza scrisse don Álvaro: «Dato che è necessario spazzare prima di tutto la propria casa [...], ognuno deve chiedersi fino a che punto si preoccupa di questo dovere eminentemente cristiano» [36] . Parole che suonano come un’eco della predicazione dell’Apostolo ai primi fedeli: Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione [...]; che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello [...]. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione (1 Ts 4, 3-7).

La raccomandazione di san Paolo assume un singolare rilievo nelle attuali circostanze. Appare impossibile, infatti, lottare efficacemente contro l’ondata viscida e sudicia che vuole ricoprire ogni cosa, se nel nostro intimo permettiamo una certa complicità, sia pure minima, in queste « cose perverse che salgono, salgono, ribollendo dentro di te, per cercare di annegare nel loro putridume odoroso i grandi ideali, i comandamenti sublimi che Cristo stesso ha messo nel tuo cuore » [37] .

L’importanza di tutto ciò è sottolineata nel testo di san Gregorio Nazianzeno che il beato Giovanni Paolo II cita nella sua esortazione apostolica sulla missione dei Vescovi. Ecco come si esprimeva quel Padre e Dottore della Chiesa: «Prima purificarsi e poi purificare, prima lasciarsi istruire dalla sapienza e poi istruire, prima diventare luce e poi illuminare, prima avvicinarsi a Dio e poi condurvi gli altri, prima essere santi e poi santificare» [38] .

Dato che non ci consideriamo migliori degli altri – e non ci sbagliamo in questa valutazione–, ci conviene ogni tanto cercare di adeguare nel modo più perfetto possibile la nostra situazione personale alla dottrina di Cristo. Dobbiamo convincerci, prima di tutto, di dover lottare nel nostro intimo, decisi veramente a modellare secondo il volere di Dio i nostri pensieri, i progetti, le parole e le opere, persino nelle cose più minute: « La lotta ha un fronte nel nostro intimo, il fronte delle nostre passioni. È vigilante chi lotta interiormente per allontanarsi decisamente dalle occasioni di peccato, da ciò che può indebolire la fede, cancellare la speranza o rovinare l’Amore » [39] .

22. Qui si deve mettere a fuoco – lo si dovrà fare sempre – un punto di esame quotidiano per i prossimi mesi. A che punto è la nostra lotta per la santità? Arriviamo a dettagli pratici, in sintonia con quanto ci suggeriscono nella direzione spirituale personale? Ricorriamo spesso al Signore, chiedendogli una fine delicatezza di coscienza – che non ha niente a che vedere con gli scrupoli –, per scoprire le piccole crepe sulle pareti dell’anima, attraverso le quali tenta di introdursi il nemico, togliendo efficacia anche alla nostra attività apostolica? Ci riempie di contentezza la possibilità di trovare nuovi punti di lotta per affrontarli con decisione, sportivamente, sostenuti dalla grazia di Dio?

Non enim vocavit nos Deus in immunditiam sed in sanctificationem ( 1 Ts 4, 7), Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santità. Anche se certi mezzi di comunicazione o aberrazioni di altro tipo – con la complicità, in primo luogo, delle nostre tendenze disordinate –, vogliono inculcarci ben altro, la lotta per una condotta pulita appare sempre attraente, sempre possibile; pertanto, in qualsiasi circostanza questo ideale può e deve essere proposto a ogni persona, per quanto apparentemente sia lontana da questa meta. Non esiste creatura umana che non cerchi un appiglio cui aggrapparsi in questo mare di ondate tempestose che la nostra epoca sta attraversando e che per la verità non è una situazione nuova. Noi cristiani abbiamo l’immensa fortuna e la capacità di trasmettere questa sicurezza, cui molti forse anelano senza rendersene conto. Andiamo avanti, portando avanti con gioia le battaglie del Signore (cfr. 1 Mac 3, 2), in hoc pulcherrimo caritatis bello , in questa bellissima lotta di carità il cui lieto fine è pienamente assicurato, per coloro che restano fedeli al suo Amore, con la vittoria del Signore.

23. Benedetto XVI ha sottolineato recentemente l’importanza di ricorrere abitualmente al sacramento della penitenza. Parlando a sacerdoti e a candidati al sacerdozio, nel contesto dell’ Anno della fede , affermava che « la celebrazione del sacramento della Riconciliazione è essa stessa annuncio e perciò via da percorrere per l’opera della nuova evangelizzazione. In che senso allora la Confessione sacramentale è “via” per la nuova evangelizzazione? Anzitutto perché la nuova evangelizzazione trae linfa vitale dalla santità dei figli della Chiesa, dal cammino quotidiano di conversione personale e comunitaria per conformarsi sempre più profondamente a Cristo. E c’è uno stretto legame tra santità e Sacramento della Riconciliazione, testimoniato da tutti i Santi della storia. La reale conversione dei cuori, che è aprirsi all’azione trasformante e rinnovatrice di Dio, è il “motore” di ogni riforma e si traduce in una vera forza evangelizzante. Nella Confessione il peccatore pentito, per l’azione gratuita della Misericordia divina, viene giustificato, perdonato e santificato, abbandona l’uomo vecchio per rivestirsi dell’uomo nuovo. Solo chi si è lasciato profondamente rinnovare dalla Grazia divina, può portare in se stesso, e quindi annunciare, la novità del Vangelo » [40] .

L’istituzione familiare

24. Nell’Opera dobbiamo comportarci sempre con l’ottimismo e con la visione soprannaturale che discendono dalla filiazione divina, ma non possiamo ignorare che, in questo periodo, uno degli ambiti più minacciati dall’ondata di edonismo è la famiglia. Tra i gravi danni che questa situazione produce, salta agli occhi l’aumento delle infedeltà matrimoniali e la crescente difficoltà per i giovani di trovarsi nelle condizioni di ascoltare e di seguire la chiamata di Dio, soprattutto nel celibato apostolico. Per questo oggi è particolarmente urgente e necessaria una « crociata di virilità e di purezza » [41] , ai vari livelli della società.

In questa battaglia di pulizia, come in tutte le altre virtù, ha grande importanza la delicatezza nel praticare personalmente quell’affermazione gioiosa che è la santa purezza, nello stato in cui ognuno si trova, anche per non trascurare l’influsso che si può esercitare mediante l’apostolato di amicizia e di confidenza. Inoltre sono sempre utili gli studi interdisciplinari sulla possibilità di indurre molte persone e istituzioni, in tutto il mondo, a stimolare – seguendo l’esempio dei primi cristiani – una nuova cultura, una nuova legislazione, una nuova moda, alle quali mi riferivo prima.

Bisognerà pregare incessantemente, e lavorare molto, per raggiungere un obiettivo così ambizioso. Però sono queste le mete che si pongono i cristiani: magnanime nei desideri e aderenti alla realtà di ciò che individualmente si è in condizioni di ottenere. Dobbiamo persuaderci che ognuno di noi è capace di ottenere di più, molto di più di quello che pensiamo, a partire dalle cose piccole nel proprio ambiente: affermazioni, esempi, santa intransigenza. Mi ritorna in mente un’immagine che san Josemaría impiegava a proposito del problema ecologico. La trascrivo, perché mi sembra che chiarisca bene ciò che sto dicendo.

« Dicevo recentemente ai vostri fratelli più grandi, ricordandomi che abbiamo parlato tante volte di barche e di reti, che ora e dappertutto si parla e si scrive molto di ecologia. E ci si dedica a prendere campioni di acqua nei fiumi e nei laghi e nel mare, per analizzarla... Quasi sempre il risultato è che la qualità dell’acqua è pessima: i pesci non dispongono di un ambiente sano, vivibile. Quando parliamo di barche e di reti, voi e io intendiamo sempre riferirci alle reti di Cristo, alla barca di Pietro e alle anime. Non per nulla il Signore ha detto : Seguitemi, vi farò pescatori di uomini ( Mt 4, 19). Può dunque succedere che qualche pesce –qualche persona –, vedendo ciò che sta succedendo in tutto il mondo e all’interno della Chiesa di Dio, di fronte a questo mare che sembra pieno di sporcizia, davanti a questi fiumi pieni di cose ripugnanti, dove non trova né cibo né ossigeno; se qualche pesce, stavo dicendo, pensasse – e stiamo parlando di pesci che pensano, perché hanno un’anima –, e si facesse venire in mente la decisione di dire: basta, faccio un salto, e… fuori! Non vale la pena vivere in questo modo. Mi rifugerò sulla riva e prenderò una boccata d’aria, respirerò un po’ di ossigeno. Basta! No, figli miei, noi dobbiamo continuare in mezzo a questo mondo putrido, in mezzo a questo mare di acque torbide, in mezzo a questi fiumi che attraversano le grandi città e i villaggi e che non hanno nelle loro acque la virtù di fortificare il corpo, di spegnere la sete, perché avvelenano. Figli miei, dobbiamo stare sempre nel bel mezzo della strada, in mezzo al mondo, cercando di creare attorno a noi uno specchio di acqua limpida, affinché vengano altri pesci e col concorso di tutti riusciamo ad ampliare lo specchio d’acqua, purificando il fiume, restituendo la qualità alle acque del mare [42] .

25. La Chiesa, pur in mezzo a congiunture sociali e morali simili o peggiori di quelle che stiamo attraversando, iniziò con l’anelito di cambiare l’atmosfera del decadente impero romano; così noi cristiani dobbiamo lavorare sempre, cercando con decisione di portare Cristo all’umanità.

In questo compito svolgono un ruolo insostituibile i padri e le madri di famiglia: il loro impegno nell’infondere un tono profondamente cristiano nelle loro famiglie e nell’educazione dei figli farà di queste famiglie un modello di comportamenti cristiani, un’oasi di acque limpide che influirà su molte coppie di coniugi, rendendo così più facile che fioriscano vocazioni di donazione a Dio nel sacerdozio e nelle diversissime realtà ecclesiali, sia nell’ambito secolare che nella vita consacrata, e nuovi « focolari luminosi e lieti », come diceva san Josemaría.

Ai padri e alle madri di famiglia compete per diritto proprio – insisto – un ampio ventaglio di apostolati personali con diverse manifestazioni. Ed è assolutamente logico che liberamente si associno con molte altre persone alle prese con problematiche simili, per affrontare problemi di evidente importanza: l’impiego del tempo libero, lo svago e il divertimento, i viaggi, la creazione di luoghi adeguati perché le figlie e i figli vadano maturando umanamente e spiritualmente… Ai coniugi che hanno figli in età scolare compete a giusto titolo – è una parte molto importante della loro responsabilità educativa – la scelta e anche l’organizzazione di scuole e di club giovanili; inoltre, è evidente l’importanza che essi intervengano attivamente nell’andamento dei centri scolastici frequentati dai loro ragazzi o ragazze, utilizzando tutti gli strumenti che la legge pone nelle loro mani, per orientarli adeguatamente.

In questi ultimi tempi, dopo molti anni di propaganda a favore della coeducazione, si sta facendo strada l’idea che l’educazione separata dei bambini e delle bambine, a livello elementare e medio, offre benefici per la formazione delle nuove generazioni. Conviene non disinteressarsi di questa possibilità, favorendo l’impegno della ricerca e della divulgazione – per gli aspetti giuridici, pedagogici e di opinione pubblica – nel mostrare la legittimità e i vantaggi di questo modo di procedere, che implica un grande rispetto verso le bambine e i bambini, e pure nei confronti degli adolescenti, e una acclarata efficacia educativa, anche riguardo alla formazione umana.

26. In questo contesto, è ugualmente necessario diffondere un giusto concetto della libertà, perché assai spesso questo dono viene identificato, erroneamente e banalmente, con la possibilità di scegliere ciò che più piace in quel momento, ciò che appaga il capriccio o la comodità, dimenticandone l’intimo legame con la verità. La libertà, un grande bene naturale, fu indebolita dal peccato, ma Cristo la ristabilì mediante la grazia, elevandola a livello della nuova e vera libertà soprannaturale: quella dei figli di Dio (cfr. Rm 8, 18-19.21). San Josemaría, proprio perché sapeva di essere e si sentiva davvero figlio di Dio Padre – una filiazione che comprende la verità più intima dell’uomo e della donna –, riuscì a raggiungere una comprensione particolarmente profonda della libertà cristiana e mise in guardia dall’« inganno di coloro che si accontentano di gridare tristemente: libertà, libertà! Molto spesso – avvertiva –, tanto schiamazzare racchiude una tragica schiavitù: perché la scelta che preferisce l’errore, non libera; soltanto Cristo ci libera (cfr. Gal 4, 31), perché soltanto Lui è Via, Verità e Vita (cfr. Gv 14, 6) » [43] . E aggiungeva: « La libertà acquista il suo autentico significato quando viene esercitata al servizio della verità che redime, quando è spesa alla ricerca dell’Amore infinito di Dio, che ci scioglie da ogni schiavitù » [44] .

Come cittadini responsabili, noi cristiani dobbiamo fare tutto il possibile per difendere e garantire la libertà personale e quella altrui, aiutando contemporaneamente tutti a scoprire questa nuova libertà: Hac libertate nos Christus liberavit ( Gal 5, 1), con la quale Cristo ci ha liberati. Si tratta di uno dei compiti più urgenti della nuova evangelizzazione. Ho già ricordato che le persone che devono santificarsi nello stato matrimoniale svolgono un ruolo insostituibile in questo ambito; ma desidero ribadire che l’obbligo di diffondere la retta dottrina sul matrimonio e la famiglia compete a ciascuna e a ciascuno.

CONOSCERE E PROFESSARE LA FEDE

27. Tutti gli sforzi per portare avanti la nuova evangelizzazione, sia nell’apostolato dell’intelligenza, sia nei campi prioritari che ho appena indicato, devono reggersi sul solido fondamento della fede. Senza la fede però è impossibile essere graditi a Dio ( Eb 11, 6), precisa la Sacra Scrittura.

Questa virtù teologale, porta della vita cristiana, richiede la libera adesione dell’intelletto e conduce alla piena fedeltà alla Volontà di Dio, attualizzata con le verità che Egli stesso ci ha rivelato, trasmettendoci la certezza che esse devono essere accettate per la stessa autorità del Creatore che, come narrano i passi espliciti della Genesi, ha voluto soltanto il bene di tutto ciò che ha creato. Per questo, la fede seriamente accolta e praticata, stimola una continua e piena fiducia in Dio, che ci assicura – se ci alleniamo nell’abbandono libero e responsabile – la partecipazione alla sua stessa vita divina, che ci è stata comunicata con queste verità come la via per raggiungere l’unione con Dio stesso.

« L’ Anno della fede , in questa prospettiva, è un invito a un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo. Nel mistero della sua morte e risurrezione, Dio ha rivelato in pienezza l’Amore che salva e chiama gli uomini alla conversione di vita mediante la remissione dei peccati (cfr. At 5, 31). Per l’apostolo Paolo, questo Amore introduce l’uomo a una nuova vita: “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a Lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una nuova vita” ( Rm 6, 4). Grazie alla fede, questa vita nuova plasma tutta l’esistenza umana sulla radicale novità della risurrezione » [45] .

Esempi di fede

28. Le lettera agli Ebrei mette davanti ai nostri occhi una successione di uomini e donne fedeli che, nel corso della storia della salvezza, a partire dal giusto Abele, credettero in Dio e aderirono a Lui con tutta l’energia della loro intelligenza e della loro volontà, spendendo con gioia la propria esistenza al suo servizio (cfr. Eb 11, 4-40). Eccelle fra tutti la figura di Abramo, nostro padre nella fede [46] , dal quale dobbiamo imparare anche la fortezza della sua speranza in Dio, perché tutti noi dobbiamo crescere nella vita teologale durante i prossimi mesi, avendo sempre più fiducia nei mezzi che ci conducono al Cielo, e chiedendo con fermezza alla Trinità di aumentarci la fede, la speranza e la carità.

Quando si trovava nella città di Ur, nella Caldea, «Abramo udì la parola del Signore che lo strappava alla sua terra, al suo popolo, in certo senso a se stesso, per farne lo strumento di un disegno di salvezza che abbracciava il futuro popolo dell’alleanza e anzi tutti i popoli del mondo» [47] . Immediatamente, senza un attimo di indecisione, il patriarca si mise in cammino.

Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare ( Eb 11, 8-12).

La stessa epopea di credere fermamente continua e si sviluppa, con una intensità e una estensione maggiore, nel Nuovo Testamento. Maestra ineguagliabile è la Vergine Santissima, che per fede « accolse la parola dell’Angelo e credette all’annuncio che sarebbe divenuta Madre di Dio nell’obbedienza della sua dedizione (cfr. Lc 1, 38). Visitando Elisabetta innalzò il suo canto di lode all’Altissimo per le meraviglie che compiva in quanti si affidano a Lui (cfr. Lc 1, 46-55). Con gioia e trepidazione diede alla luce il suo unico Figlio, mantenendo intatta la verginità (cfr. Lc 2, 6-7). Confidando in Giuseppe suo sposo, portò Gesù in Egitto per salvarlo dalla persecuzione di Erode (cfr. Mt 2, 13-15). Con la stessa fede seguì il Signore nella sua predicazione e rimase con Lui fin sul Golgota (cfr. Gv 19, 25-27). Con fede Maria assaporò i frutti della risurrezione di Gesù e, custodendo ogni ricordo nel suo cuore (cfr. Lc 2, 19.51), lo trasmise ai Dodici riuniti con lei nel Cenacolo per ricevere lo Spirito Santo (cfr. At 1, 14; 2, 1-4) » [48] .

Per questo, meditare e addentrarsi nella fede di Maria ci conduce e ci aiuta a sentire l’assoluta dipendenza che abbiamo da Dio; dipendenza che ci consente, fermamente afferrati alla sua mano, di compiere meraviglie, con un’importanza straordinaria per la nostra esistenza, per la Chiesa, per la corredenzione che ci è stata affidata; un’importanza straordinaria, dovuta logicamente ad azioni di poco conto, apparentemente irrilevanti, perché con Dio possumus , noi possiamo tutto; senza di Lui, nihil , niente.

Per fede gli Apostoli lasciarono tutto per seguire il Maestro. Nello stesso modo si comportarono i discepoli della prima ora, i martiri che diedero la loro vita per testimoniare il Vangelo e innumerevoli cristiani di tutti i tempi, anche recenti. « Per fede, nel corso dei secoli, uomini e donne di tutte le età, il cui nome è scritto nel Libro della vita (cfr. Ap 7, 9; 13, 8), hanno confessato la bellezza di seguire il Signore Gesù là dove venivano chiamati a dare testimonianza del loro essere cristiani: nella famiglia, nella professione, nella vita pubblica, nell’esercizio dei carismi e ministeri ai quali furono chiamati » [49] .

L’esempio di san Josemaría

29. Fissiamo il nostro sguardo nella storia della Chiesa, nella quale non sono mai mancati uomini e donne che sono stati strumenti nelle mani di Dio per dare nuovo slancio e vitalità alla fede del popolo cristiano in momenti di difficoltà. Penso all’esempio del nostro fondatore. San Josemaría ha meditato molto sulla figura e la risposta dei nostri predecessori nella fede. Come il patriarca Abramo, nostro Padre abbandonò i suoi nobili progetti e, obbediente alla voce divina, divenne pellegrino per tutti i sentieri del mondo, per insegnare ai suoi fratelli e alle sue sorelle una dottrina « vecchia come il Vangelo e come il Vangelo nuova » [50] : Dio invita tutti noi a essere santi nel lavoro e nelle circostanze della vita ordinaria, in mezzo alle realtà temporali. È stato un uomo, un sacerdote, di fede e di speranza: virtù che, insieme alla carità, il Signore infuse con crescente intensità nella sua anima. Per il fatto di coltivare questa fede gigantesca e questa grande speranza, ebbe la capacità di portare a termine la missione che aveva ricevuto, e oggi sono innumerevoli – come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare ( Gn 22, 17) – le persone di differente età, razza e condizione che si alimentano di questo spirito e cercano così la gloria di Dio.

L’esistenza di san Josemaría dimostra che ogni nostra giornata può e deve essere un tempo di fede, di speranza, di amore, senza concessioni all’egoismo. È bene, dunque, che ci domandiamo come le virtù teologali si manifestano nella nostra condotta quotidiana: se sappiamo riconoscere la mano provvida di Dio nostro Padre in tutte le circostanze, sia in quelle che si presentano con un aspetto favorevole, sia in quelle che sembrano avverse; e cioè se siamo fermamente convinti che omnia possibilia credenti ( Mc 9, 23), che tutto è possibile per chi crede, pur privo di meriti personali e di mezzi umani; se siamo ottimisti nell’apostolato, con un ottimismo soprannaturale basato sulla convinzione che – come afferma l’Apostolo – omnia possum in eo, qui me confortat ( Fil 4, 13), tutto posso in Colui che mi dà la forza.

Forse potremmo dire che ancora non ci esercitiamo con sufficiente intensità in queste virtù. Possiamo allora applicarci le considerazioni di san Josemaría: « Ci manca fede. Il giorno in cui vivremo questa virtù – confidando in Dio e in sua Madre –, saremo coraggiosi e leali. Dio, che è il Dio di sempre, opererà miracoli per mano nostra. – Dammi, o Gesù, questa fede, che desidero davvero! Madre mia e Signora mia, Maria Santissima, fa’ che io creda! » [51] .

Nostro Padre implorò molte volte, per se stesso, per i suoi numerosi figli e figlie, e per tutti i cristiani, l’aumento delle virtù teologali: Adauge nobis fidem, spem, caritatem! , aumenta in noi la fede, la speranza e l’amore; così pregava ogni giorno, chiedendolo anche, in silenzio e nel suo cuore, mentre innalzava l’ostia o il calice nella Santa Messa. Era mosso dall’unico fine di essere, lui e noi, migliori servitori di Dio e delle anime in ogni momento e in ogni situazione. In questo, ripeto, sta il presupposto necessario perché il percorso della Chiesa si riempia di nuovi frutti, ora e sempre. Scrive il Papa: « Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza » [52] .

« Riflettere sullo stesso atto con cui si crede - aggiunge il Papa -, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno. Non a caso, nei primi secoli i cristiani erano tenuti a imparare a memoria il Credo . Questo serviva loro come preghiera quotidiana per non dimenticare l’impegno assunto con il battesimo » [53] .

Chiedere la fede e approfondire questa virtù

30. Durante questi mesi – e sarebbe un’abitudine da conservare per sempre –, nel recitare il Credo, nella Messa e in altri momenti, sforziamoci di professare la fede della Chiesa con una maggiore consapevolezza, con un’attenzione maggiore alle parole e al loro significato. Sarà anche di grande aiuto lo studio e la frequente meditazione dei diversi articoli che compongono il Simbolo. Tra i mezzi che Benedetto XVI suggerisce per dare rilievo e autentica efficacia a questo tempo, uno di primaria importanza è costituito dallo studio dal Catechismo della Chiesa Cattolica, o del suo Compendio, preziosa eredità del Concilio Vaticano II, dove sono raccolte in modo completo, organico e ordinato tutte le verità della dottrina cattolica.

« Esiste un’unità profonda tra l’atto con cui si crede e i contenuti a cui diamo il nostro assenso » [54] . La conoscenza dei contenuti della fede è essenziale per poter dare loro il nostro assenso, per aderire pienamente con l’intelletto e la volontà a ciò che la Chiesa propone; l’accettazione comporta, pertanto, che, quando si crede, si accolga liberamente tutto il mistero della fede, dato che Dio stesso ne garantisce la verità rivelandosi e offrendo alla nostra ragione il suo mistero d’amore.

« D’altra parte – prosegue il Papa -, non possiamo dimenticare che nel nostro contesto culturale tante persone, pur non riconoscendo in sé il dono della fede, sono comunque in una sincera ricerca del senso ultimo e della verità definitiva sulla loro esistenza e sul mondo. Questa ricerca è un autentico “preambolo” alla fede, perché muove le persone sulla strada che conduce al mistero di Dio » [55] .

Non perdiamoci d’animo nello stupendo tentativo di portare allo scoperto i tormenti spirituali che si annidano in tutte le anime, offrendo loro la formazione opportuna che ne sazi la sete di Verità. Specialmente nei tempi attuali, ha una grande importanza insegnare o ricordare a coloro che frequentiamo per qualsiasi motivo, che la vita terrena costituisce una tappa transitoria dell’esistenza umana. Dio ci ha creati per la vita eterna, ci ha destinati a partecipare della sua stessa Vita divina, raggiungendo così una felicità completa che non avrà mai fine. Questo dono della Trinità Santissima si ottiene pienamente soltanto dopo la morte corporale, ma ha inizio già quaggiù. Questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo ( Gv 17, 3). C hi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno ( Gv 6, 54).

31. Nei prossimi mesi avremo una nuova opportunità di meditare in profondità il mistero di Cristo. Con la sua opera e le sue parole, Gesù ci ha manifestato il Padre e ci ha indicato la via che conduce a Lui; ci ha donato quanto è necessario per raggiungere la meta: la Chiesa, con i suoi sacramenti e le sue istituzioni; ancor più, ci ha inviato lo Spirito Santo che, abitando nelle anime mediante la grazia, spinge continuamente gli uomini verso la casa del Padre. Ogni cosa appare come frutto della benevolenza divina, perché in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati ( 1 Gv 4, 10).

Convinciamoci dell’importanza fondamentale di meditare e di invitare gli altri a meditare questa verità essenziale: « Dio ci ama! Sì, l’Onnipotente, Colui che può tutto, Colui che ha fatto il cielo e la terra » [56] . Meravigliamoci e siamo riconoscenti per questo annuncio impressionante, che siamo chiamati a diffondere dappertutto mediante una catechesi universale. Proprio questa parola, catechesi , che nella sua etimologia greca più letterale significa “fare risuonare negli orecchi” un messaggio, per i cristiani fu il metodo di insegnamento usato dalla Chiesa fin dai primi tempi, da quando ha cominciato a trasmettere all’umanità la perla preziosissima e il tesoro della salvezza, come spiegava il Maestro. Così, ascoltando, i primi discepoli del Signore accolsero la buona novella e la trasmisero ad altri, tanto da coinvolgere la volontà e l’agire di coloro che l’ascoltavano e ne facevano norma di condotta.

Nello stesso modo noi dobbiamo comportarci ora, dopo venti secoli di cristianesimo: fare risuonare la Verità portata da Cristo, nel cuore delle persone che incontriamo nel nostro cammino sulla terra e, con la preghiera, anche nel cuore di quelle che non conosciamo. A tutti, nel modo più opportuno, dobbiamo dire: Dio ha pensato a te da tutta l’eternità! Dio ti ama! Dio ha preparato per te un luogo straordinario, il Cielo, dove Egli stesso si darà a te in un possesso e in una gioia eterna, saziando pienamente il desiderio di felicità che si annida nel tuo cuore!

32. Non si possono dare per scontate queste verità fondamentali. Molte persone non conoscono Dio e si sono formate di Lui un’idea sbagliata. Alcuni s’immaginano un Dio geloso del compimento della legge, sempre pronto al castigo, o un Dio al quale si ricorre soltanto in caso di necessità; altri pensano a un Dio chiuso nella propria felicità, molto lontano dalle sofferenze e dalle ansie degli uomini... Domandiamoci sempre se, grazie alla nostra gioia e alla nostra pace, coloro che ci vedono riescono a toccare la Bontà del Signore verso i suoi figli.

Tutti noi abbiamo bisogno di rinsaldare continuamente « il supporto di idee chiare sui temi fondamentali, per essere nelle condizioni di illuminare tante intelligenze e di difendere la Chiesa dagli attacchi che a volte riceve da ogni parte: idee chiare sulle verità dogmatiche e morali; sulle esigenze della famiglia e dell’insegnamento cristiano; sui diritti al lavoro, al riposo, alla proprietà privata, ecc.; sulle libertà fondamentali di associazione, di espressione, ecc. In questo modo potrete verificare con gioia la verità della frase: veritas liberabit vos ( Gv 8, 32), perché la verità vi darà gioia, pace ed efficacia » [57] .

Preghiamo con insistenza lo Spirito Santo perché ci assista e ci renda capaci di offrire una testimonianza convincente e di esporre – secondo la scienza e la formazione di ciascuno – gli argomenti razionali che aiutano ogni creatura ad aprire la propria mente alla verità. Preghiamo con perseverante fiducia. Questo punto si rivela il più importante, e ricordiamo la promessa del Signore: Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà ( Mt 18, 19). Se rimaniamo ben uniti nella preghiera, serrando le fila come schiere a vessilli spiegati ( Ct 6, 4), in una battaglia di pace e di gioia, otterremo dal Cielo quello che chiediamo a Dio.

Commentando il versetto del Vangelo appena trascritto, Benedetto XVI dice che nel « verbo che l’evangelista usa per “si accorderanno” [...] c’è il riferimento ad una “sinfonia” dei cuori. È questo che ha presa sul cuore di Dio. L’accordo nella preghiera risulta dunque importante ai fini del suo accoglimento da parte del Padre celeste » [58] . Rimaniamo sempre molto uniti al Papa e alle sue intenzioni, perché in questo modo ci avvicineremo di più a Cristo e, con Lui, mediante lo Spirito Santo, la nostra preghiera arriverà con efficacia a Dio Padre.

LA FORMAZIONE DOTTRINALE

33. Nostro Padre enumerava cinque aspetti fondamentali della formazione: umana, dottrinale-religiosa, spirituale, apostolica e professionale. L’ Anno della fede , in maniera molto evidente, ci invita a riflettere ancora una volta sulla nostra formazione dottrinale. Questo per la semplice ragione che tutta questa formazione è rivolta, secondo prospettive diverse, ad approfondire personalmente i contenuti della fede e il senso della fede stessa; in questo modo, grazie alla mediazione di un rinnovato intellectus fidei , potremo annunciare e proporre in maniera adeguata, a colleghi e amici, il mistero dell’Amore di Dio in Cristo.

La formazione nella dottrina della Chiesa

34. Per questo il nostro fondatore sintetizzò, con una frase espressiva, l’attività fondamentale dell’Opera: « Dare dottrina ». Da qui il continuo e gradito impegno di assicurare ai fedeli della Prelatura l’alimento della formazione, specialmente nell’aspetto dottrinale-religioso. Penso alla gioia di nostro Padre nel contemplare dal Cielo l’ininterrotto svolgimento di queste lezioni, secondo i programmi e le necessità di ogni luogo. Ricordo a tutti ciò che ci ripeteva con insistenza, perché ce lo ricordassimo sempre: « Mettete molto impegno nell’assimilare la dottrina che vi viene data, in modo che non ristagni; dovete sentire la necessità e il dovere gradito di portare ad altre menti la formazione che ricevete, affinché si trasformi in opere buone, piene di rettitudine, anche nei cuori di altri » [59] .

Per servire, servire diceva molto spesso san Josemaría, utilizzando i diversi significati del verbo servire : essere utile agli altri e avere la capacità reale di affrontare le differenti circostanze. Riassumeva in questa frase l’importanza di prepararsi bene, in tutti gli aspetti, desiderosi di offrire un’effettiva collaborazione ai piani di Dio e alla Chiesa. « Per poter servire le anime dobbiamo, prima di tutto, servire noi; vale a dire, formarci. Altrimenti non saremo buoni strumenti, non serviremo » [60] . Applicato al nostro fine apostolico: serve soltanto colui che ha e coltiva una fede viva e illuminata, perché soltanto con una fede simile si può servire all’apostolato dell’Opera e alla formazione dottrinale degli altri.

Convinto di questa perenne necessità, san Josemaría fissò le regole per la formazione dottrinale-religiosa dei fedeli dell’Opera e le sviluppò poco per volta. Riesaminiamoci, parlando con il Signore, su ciò che ci diceva continuamente. « I fini che ci proponiamo nell’Opera sono la santità e l’apostolato. E per realizzarli abbiamo bisogno anzitutto di formazione. Per la nostra santità, dottrina; per l’apostolato, dottrina. Per la dottrina, tempo, in un luogo opportuno, con i mezzi opportuni. Non aspettiamoci illuminazioni straordinarie, che Dio non ha motivo di darci, dal momento che ci offre gli strumenti adatti: lo studio, il lavoro. Occorre formarsi, occorre studiare » [61] .

Il Paraclito, presente nelle anime in grazia, con il Padre e con il Figlio, è veramente, per coloro che ascoltano la sua voce e si mostrano docili alle sue ispirazioni, colui che fa «penetrare nello spirito e nel cuore degli uomini l’insegnamento di Gesù» [62] . Gesù stesso lo chiamò Spirito di verità e ci assicurò: Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito [...]. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà ( Gv 16, 13-14). E il santo padre Giovanni Paolo II, commentando questi testi evangelici, insegnava: «Se Gesù ha detto di Sé: “Io sono la Verità” ( Gv 14, 6), è questa verità di Cristo che lo Spirito Santo fa conoscere e diffonde [...]. Lo Spirito è Luce dell’anima: Lumen cordium , come lo invochiamo nella sequenza di Pentecoste» [63] .

Noi cristiani possiamo ritenerci più liberi di chiunque, se non ci facciamo trascinare dalle tendenze effimere del momento. La Chiesa incoraggia i suoi figli a comportarsi come « cittadini cattolici responsabili e coerenti, in modo che il cervello e il cuore di ognuno di noi non se ne vadano discordanti, ciascuno per conto loro, ma armonizzati e stabili, per fare in ogni momento ciò che appare chiaramente che si debba fare, senza lasciarsi trascinare – per mancanza di personalità e di lealtà verso la coscienza – da tendenze o mode passeggere: perché non siamo più dei fanciulli sballottati dalle onde, che si lasciano portare da qualsiasi vento di dottrina ad opera della falsità degli uomini, che per ingannare impiegano astutamente gli artifici dell’errore ( Ef 4, 14) » [64] .

Approfondire la dottrina della fede

35. Se davvero desideriamo conoscere e amare Dio, che anche gli altri lo conoscano e lo amino, è importante che la dottrina cattolica modelli sempre più il nostro intelletto e muova la nostra volontà. Oggi poi, visto che la cultura dominante tende ad allontanarsi da Dio, questo dovere è diventato particolarmente pressante.

A questo è dovuta l’importanza e l’urgenza decisiva che ha assunto la nostra preparazione dottrinale, senza soluzione di continuità. Non abbandonate mai lo studio, specialmente quello dedicato alla teologia, ognuno secondo le proprie possibilità, per acquistare l’ intellectus fidei di cui vi parlavo. Dobbiamo sentire, potente e lieta, l’intima tensione della « fides quærens intellectum » [65] : quella dell’intelligenza informata dalla fede, che muove a conoscere sempre più profondamente ciò che si crede. Lo studio della teologia, non abitudinario né semplicemente nozionistico, ma vitale, aiuta in gran misura a far sì che le verità della nostra fede diventino pienamente connaturali all’intelligenza e a imparare a pensare nella fede e grazie alla fede. Soltanto così si è in condizioni di valutare le molteplici questioni, a volte complesse, che suscitano il lavoro professionale e lo sviluppo della società nel suo insieme. Proprio perché siete liberi, figlie e figli miei, perché ognuno decide e agisce in piena e assoluta autonomia, sforzatevi con particolare attenzione di formare bene la vostra intelligenza e la vostra coscienza, in modo da poter contare su un bagaglio di conoscenze, non soltanto nelle scienze umane, ma anche nella scienza teologica, che vi permettano di pensare, giudicare e operare come deve fare ogni cristiano.

Dobbiamo arricchirci intellettualmente per affrontare con scioltezza quei temi della dottrina cattolica che rivestono una particolare importanza nell’ambito della propria professione o che godono di particolare attualità nel Paese. Saranno diversi da luogo a luogo, ma alcuni di essi, nel momento attuale, sono validi dappertutto: quelli collegati al matrimonio e alla famiglia, all’educazione, alla bioetica, ecc.

36. Su questa linea, ho insistito affinché si continui a stimolare il miglioramento e la specializzazione dei professori nei diversi Studia Generalia della Prelatura; si incoraggino le linee di ricerca di alto livello nelle università alle quali l’Opus Dei presta un’assistenza spirituale; si organizzino gruppi interdisciplinari – per esempio di medici, biologi, giuristi, filosofi, sociologi – che si dedichino con senso apostolico a questo compito.

Non pochi fedeli della Prelatura potranno compiere un lavoro analogo, insieme ad altre persone, nei centri accademici, pubblici o privati, nei quali lavorano. Molti altri, pur non dedicandosi professionalmente a questi settori specifici, sono nelle condizioni di apportare un loro granello di sabbia, contribuendo a creare un’opinione pubblica sana, rispettosa della legge naturale e modellata dal messaggio cristiano, utilizzando opportunamente i mezzi di comunicazione sociale. Mi avete sentito dire che una semplice lettera o una e-mail a un giornale, in cui si spiega in modo simpatico e chiaro – con il dono delle lingue – un punto della dottrina cattolica, certe volte è più efficace di un voluminoso trattato. Quando l’opinione pubblica di un Paese offre una visione deformata della Chiesa, e anche quando si organizzano apertamente campagne denigratorie, noi cattolici non possiamo restare passivi: per giustizia verso Dio e verso la società dobbiamo reagire contro questi abusi, smascherare gli attacchi più o meno subdoli ed esigere il rispetto che merita la Chiesa, a prescindere dalle mancanze di alcuni suoi membri.

Perciò, ripeto, dobbiamo far nostra la premura imprescindibile di progredire continuamente nella nostra formazione teologica, di approfondire, a seconda delle necessità e delle situazioni individuali, le questioni presenti nella pubblica opinione relative agli aspetti fondamentali della Rivelazione. Mettiamo a frutto seriamente le lezioni e le conferenze su filosofia, teologia, diritto canonico, partecipando a questi momenti di formazione con entusiasmo, con puntualità e con il desiderio di trarne molto frutto; inoltre queste attività offrono l’occasione ad altre persone di fruire della catechesi dottrinale e spirituale alla quale aspirano.

37. Analizzando gli insegnamenti dei Santi Padri, Benedetto XVI si sofferma su un punto di particolare importanza nel momento attuale. Egli afferma che il grande errore delle antiche religioni pagane consisteva nel non attenersi alle vie tracciate in fondo alle anime dalla divina Sapienza. « Perciò il tramonto della religione pagana era inevitabile: esso fluiva come logica conseguenza del distacco della religione – ridotta a un artificioso insieme di cerimonie, convenzioni e consuetudini – dalla verità dell’essere » [66] . Poi il Papa aggiunge che gli antichi Padri e gli scrittori cristiani, invece, scelsero « per la verità dell’essere contro il mito della consuetudine » [67] . Tertulliano, dice il Pontefice, scrisse: « Dominus noster Christus veritatem se, non consuetudinem, cognominavit – Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine » [68] . Il Successore di Pietro ci dà poi la seguente indicazione: « Si noti in proposito che il termine consuetudo , qui impiegato da Tertulliano in riferimento alla religione pagana, può essere tradotto nelle lingue moderne con le espressioni “moda culturale”, “moda del tempo” » [69] .

Non v’è dubbio: malgrado l’apparente vittoria del relativismo in alcuni luoghi, questo modo di pensare e di disorientare tanta gente finirà per crollare come un castello di carte, perché non è ancorato alla verità di Dio Creatore e Provvidente, che indirizza le vie della storia. Nello stesso tempo, la realtà che vediamo attorno a noi ci deve incoraggiare a non arrenderci e a non abbandonare le persone che si muovono in una situazione di delusione e di mancanza di contenuti.

L’UNIONE CON CRISTO MEDIANTE L’ORAZIONE E LA MORTIFICAZIONE

38. Mi consta che san Josemaría ripeté e meditò spesso una frase di sant’Ignazio di Antiochia: in viaggio per Roma, dove avrebbe subito il martirio, riteneva di essere «frumento di Dio» destinato a essere macinato dai denti delle fiere «al fine di essere presentato come puro pane di Cristo» [70] . Anche noi cristiani sappiamo di essere frumento di Dio , perché abbiamo il piacevole obbligo di fornire alimento spirituale a coloro che, per un motivo o per l’altro, ci passano accanto.

Dobbiamo essere profondamente convinti che Dio desidera che siamo pane di Cristo , per lenire la fame delle anime. Per ottenerlo, bisogna lasciarsi macinare senza resistenze, come i chicchi delle spighe; bisogna decidersi a utilizzare fino in fondo, non soltanto a metà, le maniere di cui il Signore si serve per ripulirci, per limare gli spigoli del nostro carattere, per sradicare dalla nostra condotta esteriore e interiore – per amore, anche se costa –, quell’ io che ciascuno di noi conserva in grado eminente. Questo lavoro di purificazione, lo sappiamo per esperienza personale, è necessario per ottenere gli opportuni frutti soprannaturali. Ce lo ha spiegato il Maestro in termini espressivi: Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto ( Gv 12, 24).

L’unione con Cristo sulla Croce

39. Cristo vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità ( 1 Tm 2, 4). Questa santa ambizione deve improntare il nostro comportamento: dobbiamo dare una decisa impronta apostolica a quanto facciamo, nelle situazioni e nei momenti più diversi. Così ogni fedele dell’Opera, anche chi non è in condizioni di svolgere un apostolato diretto – perché è ammalato, oppure si trova in un luogo nuovo di cui ignora la lingua… –, farà apostolato in modo diretto e fecondo. Ci riusciremo tutti, se ci impegniamo a dialogare con Dio attraverso le Norme di pietà e a compiere un lavoro ben fatto, presentato a Dio ogni giorno nella Santa Messa. Il Signore si aspetta che gli offriamo la capacità di utilizzare e di cercare le piccole mortificazioni con un ritmo continuo, « come il battito del cuore » [71] .

L’unione con Cristo sulla Croce ha un’importanza capitale per portare avanti questo programma apostolico. Non è possibile seguire Gesù senza negarci a noi stessi, senza coltivare lo spirito di mortificazione, senza praticare opere concrete di penitenza. Il Santo Padre afferma che « ogni cristiano è chiamato a comprendere, a vivere e a testimoniare con la sua esistenza la gloria del Crocifisso . La Croce – il donare se stesso da parte del Figlio di Dio – è in definitiva il “segno” per eccellenza che ci è dato per comprendere la verità dell’uomo e la verità di Dio: tutti siamo stati creati e redenti da un Dio che per amore ha immolato il suo unico Figlio. Ecco perché nella Croce, come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est , “si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo: amore, questo, nella sua forma più radicale” (n. 12) » [72] .

Nascondersi nelle piaghe di Cristo

40. Non poche volte abbiamo udito un paragone che era solito fare san Josemaría. Diceva che noi cristiani che vogliamo camminare vicino al Maestro dobbiamo essere, « nelle mani piagate di Cristo, il seme che il Seminatore divino lancia nel solco. E come il seminatore mette il pugno nella bisaccia, lo ritrae pieno di chicchi dorati e li sparge tutt’intorno, così ci dobbiamo sacrificare, voi e io, senza sperare nulla sulla terra, né inventarci sofferenze inesistenti. Ma è necessario, come afferma il Vangelo, che il chicco di grano, per essere fecondo, sia sepolto e in apparenza muoia (cfr . Gv 12, 24). Soltanto così saremo buon seme nella semina che il Signore vuol fare per aprire i cammini divini della terra » [73] .

Alla luce di queste considerazioni, esaminiamoci se ci sforziamo seriamente di essere anime devote e penitenti, fermamente persuasi che « l’azione senza l’orazione non vale nulla: l’orazione si avvalora con il sacrificio » [74] . Preghiamo il Signore di concederci il desiderio quotidiano di una maggiore donazione, il desiderio efficace di spenderci lietamente per il bene delle anime. Questo si raggiunge soltanto se cerchiamo di attualizzare ogni giorno, nella Santa Messa, il desiderio di essere ostia viva in unione con Cristo.

Nessuno nega la grandezza e l’importanza di ciò che ci viene proposto: essere ostia con Cristo. Ricerchiamo questi santi desideri nei momenti in cui abbiamo un rapporto personale e più intimo con Lui. Supplichiamo Gesù, attraverso la sua Santissima Madre – Maestra di fede –, di concederci la grazia di rinnovare quotidianamente l’anelito apostolico, e traduciamo questi propositi in opere concrete, in accordo anche con i consigli che ci suggeriscono nella direzione spirituale.

Allora, sì: Cristo ci prenderà nella sua mano piagata e dopo averci impregnato – come ripeteva san Josemaría – del suo prezioso Sangue, senza che abbandoniamo il posto dove ha collocato ognuno di noi, ci lancerà lontano, molto lontano: renderà feconda la nostra donazione in luoghi vicini e remoti; si servirà del nostro lavoro e del nostro riposo, delle nostre gioie e dei nostri dolori, delle nostre parole e dei nostri silenzi, per lanciare i suoi semi divini in una miriade di cuori. Saremo veramente « pane per l’altare e pane per la tavola: divini e umani » [75] . E Gesù compirà nuovi miracoli portentosi , come prima li aveva compiuti nelle anime e nei corpi di coloro che lo cercavano, quando la moltitudine tentava di toccarlo perché da Lui usciva una forza che sanava tutti ( Lc 6, 19).

Ricorrere allo Spirito Santo

41. Gesù predicò la buona novella per impulso dello Spirito Santo (cfr. Lc 4, 14); anche noi cristiani dobbiamo ricorrere pieni di fiducia al Paraclito, come raccomandava il beato Giovanni Paolo II nell’imminenza del Giubileo dell’anno 2000. «Rientra pertanto negli impegni primari [...] – scrisse in una Lettera apostolica – la riscoperta della presenza e dell’azione dello Spirito , che agisce nella Chiesa sia sacramentalmente, soprattutto mediante la Confermazione, sia attraverso molteplici carismi, compiti e ministeri da Lui suscitati per il bene di essa» [76] .

Niente di più logico, dunque, che nell’apostolato personale e in qualsiasi attività apostolica ci affidiamo anzitutto alla consolante realtà che lo Spirito Santo agisce incessantemente in ciò che riguarda la santificazione delle anime, anche se di solito compie la sua azione nel silenzio. Egli è, «anche per la nostra epoca, l’agente principale della nuova evangelizzazione [...], Colui che costruisce il Regno di Dio nel corso della storia e prepara la sua piena manifestazione in Gesù Cristo, animando gli uomini nell’intimo e facendo germogliare all’interno del vissuto umano i semi della salvezza definitiva che avverrà alla fine dei tempi» [77] . Non dubitiamo: se ricorriamo con fede al Consolatore, Egli porrà sulla nostra bocca la parola giusta, il suggerimento opportuno, la correzione amabile e umile nel caso di comportamenti sbagliati; parole che aiuteranno queste persone a reagire.

Coltiviamo seriamente, dunque, il dialogo con lo Spirito Santo, perché, come insegnava anche san Josemaría, parlando dell’azione del Signore sui figli fedeli, « Dio non soltanto passa, ma rimane in noi. Possiamo dire che sta al centro della nostra anima in grazia, dando un senso soprannaturale alle nostre azioni, purché non ci opponiamo e non lo scacciamo via con il peccato. Dio è nascosto dentro di voi e di me, nell’anima di ciascuno » [78] .

L’arma della preghiera

42. Rileggiamo un passaggio dell’omelia pronunciata dal beato Giovanni Paolo II il giorno della canonizzazione del fondatore dell’Opus Dei. «Per portare a compimento una missione tanto impegnativa, occorre però un’incessante crescita interiore alimentata dalla preghiera. San Josemaría fu un maestro nella pratica dell’orazione, che egli considerava come straordinaria “arma” per redimere il mondo. Raccomandava sempre: “In primo luogo, orazione; poi, espiazione; in terzo luogo, molto ‘in terzo luogo’, azione” ( Cammino , n. 82). Non è un paradosso – proseguiva il Papa –, ma una verità perenne: la fecondità dell’apostolato sta innanzitutto nella preghiera e in una vita sacramentale intensa e costante. Questo è, in fondo, il segreto della santità e del vero successo dei santi» [79] .

È un comportamento spirituale che questo santo sacerdote – nostro Padre – mise in pratica da quando il Signore passò per la sua anima e si riflette chiaramente nei primi anni dell’Opus Dei, quando tutto era ancora da fare. Nel 1930 – l’Opus Dei era allora una creatura appena nata – san Josemaría scriveva a Isidoro Zorzano, l’unico fedele dell’Opera di allora, alcune parole che conservano una validità perenne. « Se dobbiamo essere ciò che il Signore e noi desideriamo – annotava –, dobbiamo gettare solide fondamenta, prima di tutto nell’ orazione e nella espiazione (sacrificio). Pregare: non rinunciare mai, ripeto, alla meditazione appena alzato; e offri ogni giorno, come espiazione, tutte le contrarietà e le mortificazioni della giornata » [80] .

Seguiamo questa norma di condotta, irrinunciabile per aumentare la nostra vita di fede e dare compimento alla missione soprannaturale che il Maestro affida ai cristiani. Prima di tutto, dunque, dobbiamo crescere ogni giorno nel rapporto personale con Cristo. Sia in mezzo al lavoro professionale più esigente, sia nella quiete di un oratorio o di una chiesa, o nel traffico stradale, anche nei momenti di svago o di riposo, e naturalmente nelle occupazioni familiari, nella malattia e nelle contrarietà – in ogni momento! –, dobbiamo parlare a Dio con l’anima, con il cuore, con i sensi, con le labbra, impegnandoci a trasformare tutto quel che facciamo in una preghiera gradita a Dio, spesso senza proferire parole. Però, ripeto, l’orazione è il frutto di una vita di fede. Occorre una grande fede per pregare veramente, con convinzione, come fece san Josemaría: « Gesù, dimmi qualcosa; dimmi qualcosa, Gesù ».

Non dimentichiamo che la persona che prega veramente fa passi avanti nella virtù dell’umiltà; ha in sé la gioia della filiazione divina, sente la premura dell’apostolato quotidiano, agisce sempre con amabilità e cordialità, sa servire, cerca di scomparire ed è docile nella direzione spirituale.

Il sale della mortificazione

43. Unitamente al dialogo con il Signore, abbiamo bisogno della mortificazione, che s’innalza a Dio come « la preghiera dei sensi ». Qualcuno si spaventa alla parola “espiazione”, immaginando chissà quali insopportabili sofferenze. Nulla di più lontano dalla realtà. Di solito Dio ci richiede uno spirito di penitenza che si manifesta nell’adempiere alla perfezione i propri doveri di stato, secondo le circostanze di ognuno; un adempimento perseverante fatto con gioia, anche se costa, senza soluzione di continuità, con una fedeltà eroica nelle cose piccole.

San Josemaría, che fu tanto generoso nelle grandi penitenze alle quali il Signore lo invitava perché facevano parte della sua missione fondazionale, dava anche una straordinaria importanza alla mortificazione piccola, ma traboccante d’amore. Ne fa cenno in alcuni brevi appunti del 1930 sul modo di fare l’esame di coscienza. « Espiazione : come ho accolto, oggi, le contrarietà venute dalla mano di Dio? Quelle che mi hanno procurato, con il loro carattere, i miei colleghi? Quelle frutto della mia stessa miseria? Ho saputo offrire al Signore, come espiazione, proprio il dolore che sento per averlo offeso tante volte!? Gli ho offerto la vergogna dei miei rossori e delle mie umiliazioni interiori, nel considerare quanto poco riesco ad avanzare sulla via delle virtù? » [81] .

Oggi, e sempre, il mondo ha una particolare necessità di anime che amino il sacrificio volontariamente abbracciato per amore di Dio. In qualsiasi momento, s’innalza anche come arma capace di vincere la battaglia contro l’edonismo, che tanta strage fa tra i cristiani e i non cristiani: contro l’eccessivo appagamento del corpo e dei sensi. Rendiamoci conto che, per calpestare l’attaccamento disordinato al proprio io, il rimedio consiste nell’offerta completa, autentico olocausto, dei nostri sensi interni ed esterni, delle nostre potenze, della nostra anima e del nostro corpo, compiuta in stretta unione con Cristo.

Dobbiamo « offrire la nostra vita, la nostra dedizione senza riserve e senza risparmiarsi, come espiazione per i nostri peccati; per i peccati di tutti gli uomini nostri fratelli, per i peccati commessi in tutti i tempi e per quelli che saranno commessi sino alla fine dei secoli: anzitutto, per i cattolici, per gli eletti da Dio che non sanno corrispondere, che tradiscono l’amore di predilezione che il Signore ha avuto per loro » [82] ; aggiungo un aspetto che nostro Padre curò sempre: vincere questa battaglia con un ottimismo pieno di speranza, con la certezza che il Signore ci farà vincitori mediante la fede, la fiducia in Lui e la carità verso Dio e le anime.

44. Queste parole di san Josemaría ci aiutano ad affrontare con generosità le mortificazioni abituali. Tutti abbiamo bisogno di purificarci senza riserve: soltanto così saremo nelle condizioni di risanare, con la letizia propria dei figli di Dio, l’ambiente nel quale ci muoviamo. « Espiare, per trovare aldilà dell’espiazione, l’Amore. Un amore che cauterizzi, che bruci le scorie della nostra anima, che sia fuoco che accende di fiamma divina la miseria del nostro cuore » [83] . Vi suggerisco anche, se talvolta ci sentiamo codardi, di contemplare Gesù nelle ore della sua Passione per amore nostro. « E poi... avrai ancora paura dell’espiazione? » [84] .

Grazie a queste coordinate del comportamento cristiano, incoraggiamo gli altri a una urgente azione apostolica concreta e continua con i giovani e con i più grandi, con i sani e con i malati, o con coloro che abitualmente avviciniamo per motivi di lavoro professionale o per i rapporti di amicizia, di parentela, di interessi comuni..., che compongono il tessuto della nostra partecipazione all’ambiente nel quale ci muoviamo. Chiediamo alla Vergine Santissima di aumentare in noi, nei prossimi mesi, lo zelo apostolico, in modo da essere capaci di diffondere la gioia della fede in Dio, e di continuare sempre così; chiediamole, inoltre, di inviarci abbondanti grazie di suo Figlio, affinché molti uomini e donne aprano i loro cuori alla grazia di Dio senza chiusure, e si decidano a camminare con Cristo per la strada che conduce alla piena felicità, che Egli stesso ha preparato per ciascuno di noi fin dall’eternità.

L’ATTIVITÁ APOSTOLICA

45. La “missione”, il compito apostolico che il Signore ci ha affidato, è possibile soltanto mediante quella “vita di fede” che siamo andati scoprendo: deve essere una specie di “epifania” della fede. È la fede – dottrina e vita – che dà solidità ed efficacia all’esistenza cristiana e la rende straordinariamente attraente, come è dimostrato dal fatto che molte persone che non hanno la fede, desiderano – forse senza mettere in pratica tali desideri – raggiungere la felicità, la sicurezza e la pace che notano in coloro che credono in Dio.

Vi ho appena detto che dobbiamo occuparci dell’apostolato, mediante la virtù della fede. Non deve venir meno, quindi, la nostra quotidiana fiducia nel Signore. Occorre riparare molto per le offese fatte a Dio e per il danno che causano alle anime. Figlie e figli miei, ci renderemo conto dell’urgenza e della continuità di questa riparazione proprio attraverso l’apostolato personale che svolgiamo: la riparazione è la cartina di tornasole che indica, senza alcun dubbio, la profondità dei sentimenti della nostra anima cristiana, l’autenticità del nostro dolore per la situazione della società. Andiamo avanti così, sapendo di essere, come ci diceva nostro Padre, capaci di commettere gli errori e gli orrori della creatura più peccatrice, se lasciamo la mano di Dio. Evitiamo ogni occasione di starcene inattivi. Ognuno di noi personalmente, in unione di obiettivi apostolici, affidi al Signore le persone che in un modo o nell’altro condividono gli stessi ideali; partecipiamo senza timore a questa semina di pace, utilizzando tutti i mezzi leciti affinché i rintocchi delle campane del gaudium cum pace arrivino fino all’ultimo angolo della terra.

Ognuno al proprio posto

46. Se fortifichiamo con fede robusta e perseverante i fondamenti del nostro dialogo con la Trinità, saranno efficaci le singole azioni apostoliche: approfittiamo di tutte le occasioni che ci si presentano per servire le anime, e andiamo avanti con il desiderio di crearne di nuove. Completiamo a fondo il nostro lavoro, qualsiasi sia, con assoluta rettitudine d’intenzione, vigilando su noi stessi affinché in queste attività non s’infiltri la vanagloria. La rettitudine d’intenzione non deve svanire o mancare nel nostro lavoro quotidiano. In questo modo, qualsiasi attività, perfettamente conclusa e offerta al Cielo, diventerà una identificazione con Cristo e contribuirà potentemente alla nostra unità di vita.

Nel cuore della nuova evangelizzazione della società, ogni persona ha un posto preciso assegnatole dalla Provvidenza. Però non dobbiamo comportarci passivamente, né accontentarci della nostra fedeltà; andiamo incontro alle anime, per servirle, lì dove si trovano: nei mille ambiti dell’organizzazione sociale, nelle università e nelle scuole, negli ambiti di lavoro e di riposo, nelle famiglie, per offrire loro la formazione cristiana di cui hanno bisogno. Sentiamo la santa fretta di contribuire all’azione della Chiesa nel mondo, imitando i primi cristiani. Certe volte appariranno ai nostri occhi, con evidente crudezza, gli ostacoli; sarà il momento di applicare a noi i brani di una lettera di san Josemaría, diretti a tutti, senza eccezione: « È logico, figli miei, che qualche volta [...] sentiate la vostra piccolezza e pensiate: proprio io, tutto questo lavoro? Proprio io, che sono così poca cosa? Proprio io, così pieno di miserie e di errori? Io vi invito ad aprire, in questi momenti, il Vangelo di san Giovanni e a meditare con calma il passo nel quale è narrata la guarigione del cieco nato. Nota come Gesù fa del fango con polvere della terra e saliva, e applica questo fango agli occhi del cieco per dargli la luce (cfr. Gv 9, 6). Il Signore usa come collirio un po’ di fango [...]. Proprio con la consapevolezza della nostra fragilità, di non valere niente, ma con la grazia del Signore e la buona volontà, siamo una medicina, per dare luce; siamo – consapevoli della nostra pochezza umana – fortezza divina per gli altri » [85] .

Alcuni di voi saranno nelle condizioni di collaborare in modo più diretto ad avviare la nuova cultura, la nuova legislazione, la nuova moda, cui ho fatto riferimento varie volte; modellate dallo spirito evangelico, devono essere perseguite, senza scoraggiarsi. Ma a ognuno di noi, ripeto, viene assegnato un posto preciso in questa « guerra di amore e di pace ». Ognuno, all’avanguardia o in retroguardia, è nelle condizioni di portare a termine un apostolato direttissimo che, in comunione con tutta la Chiesa, inciderà efficacemente nel raggiungimento di questi obiettivi.

Come il lievito nella massa

47. Quando qualche volta sentite con particolare forza il peso dell’ambiente avverso – nel posto di lavoro, tra i vostri parenti, nel circolo di amici e conoscenti –, pensate con profondo senso di responsabilità che il Signore chiama i cristiani a essere fermento in mezzo alla massa. Il Regno dei Cieli si può paragonare al lievito che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti ( Mt 13, 33). San Giovanni Crisostomo spiega: «Come il lievito trasferisce la propria virtù in una grande massa, così voi dovete trasformare il mondo intero» [86] .

Così ha operato e opera Dio nella storia del mondo. Sta nelle sue mani la possibilità che tutti cadano ai suoi piedi, perché nessuna creatura può resistere al suo potere; ma in questo modo non rispetterebbe la libertà che Egli stesso ci ha concesso. Dio non vuole vincere con la forza, ma convincere con l’amore, contando sulla collaborazione libera ed entusiasta di altre creature, senza dimenticare che al Maestro interessano le folle, le persone, quelle disorientate come pecore senza padrone. Non vuole imporre dispoticamente la sua Verità, ma neppure rimane indifferente davanti all’ignoranza delle persone o alle deviazioni morali; per questo dalla bocca del buon padre di famiglia che invita al banchetto proviene l’indicazione: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia ( Lc 14, 23): compelle intrare !

«Pur rimanendo nello stesso posto, Cristo avrebbe potuto attrarre a sé le persone, perché ascoltassero la sua predicazione, ma non fece così; ci diede un esempio, perché anche noi percorriamo le strade, cercando coloro che si perdono come il pastore cerca la pecora smarrita, come il medico visita il malato» [87] .

Grazie a questo lavoro costante sono avvenute innumerevoli conversioni quando la Chiesa si faceva strada nel mondo. Raramente sono sorte come frutto dell’azione di una personalità di spicco o come risultato di una strategia pensata sin nei minimi dettagli. Sono sorte per effetto del buon esempio di uomini e di donne, di famiglie intere, che con l’aiuto della grazia hanno praticato la loro fede con naturalezza e hanno saputo dare con continuità ragione della speranza che abitava in loro (cfr. 1 Pt 3, 15).

Quanto è grande la responsabilità dei cristiani, di ogni cristiano! Dal nostro comportamento, dallo zelo per le anime, dipendono tante attività grandi, straordinariamente efficaci e attraenti. «Se gli altri diventano insipidi, voi potete restituire loro il sapore; ma se questo accadesse a voi, con la vostra perdita trascinereste anche gli altri. Per questo avete bisogno di più fervore e zelo quanto più grandi sono gli incarichi che svolgete» [88] .

Prendere il largo!

48. Fin dagli inizi dell’Opus Dei, l’apostolato dei fedeli della Prelatura, dei Cooperatori e degli amici, è nato in seno alla Chiesa come uno strumento nelle mani del Signore, per prestare grandi servizi nel mondo intero, malgrado la nostra personale pochezza. Gratias tibi, Deus! , dobbiamo esclamare continuamente. E dobbiamo fare di più. Duc in altum! ( Lc 5, 4), prendi il largo, andiamo più lontano senza paura e senza titubanze, poggiando sempre sul fermo fondamento del mandato del Maestro, pieni di sicura fede in Lui! Quali panorami apostolici ci apre l’ Anno della fede! Ognuno deve sentire il desiderio di approfittarne, e questo lavoro di anime può essere svolto in qualsiasi situazione: pregando Dio, innanzi tutto, per persone e intenzioni specifiche.

Soffermiamoci sui settori prioritari della nuova evangelizzazione che ho ricordato prima; di fronte all’ Anno della fede , esaminiamo il modo in cui ci comportiamo individualmente per trasmettere un maggior sapore cristiano in famiglia, nell’ambiente professionale nel quale operiamo, nel circolo culturale, sociale o ricreativo che frequentiamo. Soffermiamoci con coraggio su questo esame, traendone conseguenze per la situazione personale, senza cedere a vane preoccupazioni ma, quando è necessario, con dolore d’amore. Allora la sintesi, certe volte, sarà la consapevolezza di non essere stati abbastanza ottimisti, o di dover pregare più intensamente, con più fiducia e perseveranza; forse avremmo dovuto essere più generosi nell’offrire le mortificazioni, avremmo dovuto essere più esigenti nel dialogo apostolico al servizio degli altri, o meno trascurati nella formazione dottrinale. Altre volte renderemo grazie perché il Signore ha voluto servirsi di noi per la sua messe di anime.

Ammettere queste manchevolezze, lungi dal provocare scoraggiamento, deve diventare nuovo incentivo per chiedere al Cielo una fede più viva e per ricominciare. Nunc cœpi! , ripeteva san Josemaría con parole del Salmo: Ora comincio; questo cambiamento viene dalla destra dell'Altissimo (cfr. Sal 76, 11, Vg). Così dobbiamo reagire noi quando verifichiamo che i risultati sono più scarsi dei desideri, e anche quando diventa del tutto evidente la nostra personale piccolezza o l’apparente inefficacia dei nostri sforzi. Allora la soluzione consiste nel ricominciare con tutta l’urgenza necessaria: Euntes docete ! ( Mt 28, 19), confidando nella parola del Signore, quando invitò i discepoli a lanciarsi nell’apostolato.

49. Questo era l’invito che il beato Giovanni Paolo II diresse ai cattolici alla fine del 2000. «All’inizio del nuovo millennio [...] un nuovo tratto di cammino si apre per la Chiesa, riecheggiano nel nostro cuore le parole con cui un giorno Gesù, dopo aver parlato alle folle dalla barca di Simone, invitò l’Apostolo a “prendere il largo” per la pesca: “ Duc in altum ” ( Lc 5, 4). Pietro e i primi compagni si fidarono della parola di Cristo, e gettarono le reti. “E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci” ( Lc 5, 6)» [89] .

Questa scena, che nostro Padre considerò e sulla quale predicò spesso durante la sua vita, la contempliamo in modo molto diretto nella lettura evangelica della Messa nella festa di san Josemaría. Vi invito a meditarne ancora una volta, senza fretta, ogni versetto, perché anche ora, come ai tempi di Gesù, la folla ha fame di ascoltare la parola di Dio.

Il Signore è salito sulla barca di Pietro perché la sua parola arrivi alla folla; poi chiede la collaborazione materiale di Simone e degli altri discepoli, allora per prendere il largo, e in tante altre occasioni perché il suo messaggio si diffonda sempre più. Si realizza, per un verso, questo primo modo di partecipare alla missione evangelizzatrice: fornire alla Chiesa – come Pietro la sua povera barca – gli opportuni mezzi materiali per lavorare con maggiore efficacia per il bene delle anime. Ma questo impegno non basta. Il Signore ci richiede, inoltre, che contribuiamo personalmente all’apostolato, ognuno secondo la propria situazione personale, mettendo a frutto le proprie possibilità con piena generosità. C’è un grande bisogno di donne e di uomini seriamente impegnati nel magnifico lavoro di portare le anime ai piedi di Cristo, come fecero i primi discepoli.

La pesca miracolosa ci appare come un segno dell’efficacia apostolica come conseguenza dell’obbedienza alla parola del Maestro. Dopo aver istruito la folla, Gesù si rivolge a Pietro e agli altri, dicendo: Prendi il largo e calate le reti per la pesca ( Lc 5, 4). Simone esegue l’ordine del Signore, malgrado la sua recente esperienza negativa nei risultati, e allora, grazie alla sua docilità, avviene il miracolo: Presero una quantità enorme di pesci ( Lc 5, 6).

«Duc in altum! Questa parola risuona oggi per noi, e ci invita a fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirci con fiducia al futuro; “Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre!” ( Eb 13, 8)» [90] .

Vi ripropongo anche, per la loro attualità, alcune parole di Benedetto XVI nel giorno del solenne inizio del suo servizio pastorale nella sede di Pietro:

« Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli Apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo, a Dio, a Cristo, alla vera vita [...]. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così: nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita » [91] .

Utilizzare tutti i mezzi

50. La condizione indispensabile e primaria per raccogliere frutti apostolici è, ripeto, coltivare la vita di fede, che si traduce nel ricorrere ai mezzi soprannaturali. Se cerchiamo l’amicizia con Gesù nella preghiera personale, se ci accostiamo ai sacramenti della Confessione e dell’Eucaristia, se intratteniamo un dialogo con la Madonna, con gli Angeli e con i santi, nostri intercessori davanti a Dio, contribuiremo come collaboratori efficaci a questa pesca divina, alla quale il Signore Gesù vuole che partecipiamo. Per questo, seguendo l’esempio del Maestro, dobbiamo amare sinceramente gli amici, i colleghi, tutte le anime, vivendo il mandatum novum , il comandamento nuovo grazie al quale – lo annuncia il Salvatore – le persone si renderanno conto che siamo suoi discepoli (cfr. Gv 13, 34-35).

D’altra parte il Signore vuole che utilizziamo al suo servizio anche i mezzi materiali a nostra disposizione. Lo possiamo dedurre dall’insegnamento della prima lettura della Messa di san Josemaría. Dopo aver creato il mondo con la sua onnipotenza, e con un particolare amore per il primo uomo e la prima donna, il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato [...] perché lo coltivasse e lo custodisse ( Gn 2, 8-15).

Questo passo della Sacra Scrittura fu sempre molto presente nella mente del fondatore dell’Opus Dei. Fin dal momento in cui il Signore gli fece vedere la sua Volontà, capì che in queste parole del libro della Genesi si trovava una delle chiavi per compiere l’obbligo di santificare il lavoro e di santificarsi mediante il lavoro. È decisivo l’esempio di Gesù, che per trent’anni svolse un lavoro professionale nella bottega di Nazaret, mettendo in evidenza il dovere di utilizzare anche i mezzi umani per instaurare il Regno di Dio.

In qualsiasi attività apostolica è necessario confidare, soprattutto, nell’aiuto di Dio e, nello stesso tempo, utilizzare a questo fine i mezzi materiali. Le iniziative dell’Opus Dei, per esempio, hanno bisogno delle preghiere e dell’aiuto di molte persone. E così, con la grazia di Dio e il contributo generoso della pietà, della mortificazione e dell’elemosina di tante persone di condizione sociale molto differente, viene portato avanti, al servizio della Chiesa in tutto il mondo, un lavoro di evangelizzazione sempre più vasto.

San Josemaría ci suggeriva di domandarci tutti i giorni: che cosa ho fatto oggi per avvicinare a Nostro Signore alcuni conoscenti? In diverse occasioni questo zelo si concreterà in una conversazione orientatrice, in un invito ad avvicinarsi al sacramento della Penitenza, in un consiglio che aiuti a capire meglio qualche aspetto della vita cristiana. Sant’Ambrogio, commentando il recupero della parola da parte di Zaccaria, padre di Giovanni Battista (cfr. Lc 1, 64), scrive: «A ragione si sciolse subito la lingua, perché la fede sciolse ciò che l’incredulità aveva legato» [92] . La fede, se è viva, ci scioglie la lingua per dare testimonianza di Cristo con l’apostolato di amicizia e di confidenza. Ma è sempre necessaria l’offerta generosa della preghiera e della mortificazione personale, del lavoro perfettamente finito: ecco gli strumenti più importanti che dobbiamo utilizzare per raggiungere gli obiettivi apostolici.

PER CONCLUDERE

51. Prima di concludere vi suggerisco tre mete per rafforzare nei prossimi mesi la vostra “vita di fede”: pietà eucaristica, relazione con lo Spirito Santo, devozione alla Vergine Santissima. Ognuno di voi, con l’aiuto della direzione spirituale, potrà adattarle alla propria situazione personale.

Pietà eucaristica

52. Benedetto XVI, nella Lettera apostolica Porta fidei , esprime il desiderio che l’ Anno della fede « susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un’occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia, che è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua energia” ( Sacrosanctum Concilium , 10). Nel contempo, auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno » [93] .

Durante il 2012 si sono compiuti, o si compiranno, alcuni anniversari particolarmente significativi della storia dell’Opus Dei. Penso al centenario della prima Comunione di san Josemaría, il 23 aprile; al ventesimo anniversario della sua beatificazione (17 maggio) e al decimo della sua canonizzazione (6 ottobre); al trentesimo della erezione pontificia della Prelatura (28 novembre)... Questi e altri momenti della nostra storia, nel quadro della preparazione e dello svolgimento dell’ Anno della fede , devono diventare occasioni ben utilizzate per rinnovare la nostra gratitudine e la nostra lode alla Trinità Beatissima. E qual miglior modo di ottenerlo se non per mezzo del Sacrificio di Cristo, sacramentalmente presente nella Santa Messa?

Durante l’ Anno della fede , dunque, dobbiamo dare nuovo impulso alle manifestazioni di una pietà robusta e ferma nella Santa Eucaristia, mistero « che riassume in sé tutti i misteri del cristianesimo » [94] . Cercheremo di perfezionare ulteriormente, con personale consapevolezza, i doni che ci sono stati dati con la nostra partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo: tutti abbiamo ricevuto nel Battesimo il sacerdozio comune dei fedeli; alcuni, poi, nell’ordinazione sacerdotale, hanno ricevuto il sacerdozio ministeriale. Vi invito a dare più rilievo all’esercizio dell’anima sacerdotale quando assistete alla Santa Messa o la celebrate; mettete ogni giorno sull’altare il vostro lavoro, i vostri entusiasmi, le vostre difficoltà, le vostre pene e le vostre gioie. Cristo le unirà al proprio Sacrificio e offrirà tutto al Padre, trasformando in una oblazione gradita a Dio i momenti e le circostanze del nostro pellegrinaggio sulla terra, in modo che sia un vero sacrificio di lode, di ringraziamento, di riparazione per i peccati. Diventerà realtà l’aspirazione che san Josemaría nutriva nel più profondo del suo cuore: che tutta la nostra esistenza, le ventiquattro ore della giornata, si trasformino in una messa , in stretta unione con il Sacrificio dell’Altare.

53. Vi invito a moltiplicare in questi mesi i vostri atti di fede nella Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Con che amore e con che profondità nostro Padre si riferiva al Santissimo Sacramento! Ogni volta che, nel corso dei suoi viaggi di catechesi, parlava di questo tesoro della Chiesa, ne approfittava per fare un profondo atto di fede. « Il Signore non sta soltanto sull’altare. Quando il sacerdote conserva le specie sacramentali del Pane nel Tabernacolo, lì rimane Cristo, il Figlio di Santa Maria sempre Vergine, che nacque dalle sue viscere; che lavorò a Nazaret silenziosamente, dopo essere nato a Betlemme; che predicò, che subì la Passione e la Morte sulla Croce, che risuscitò e salì ai Cieli » [95] .

All’inizio del 2012 vi ho incoraggiato a ripetere la professione di fede dell’apostolo Tommaso: Dominus meus et Deus meus! ( Gv 20, 28). Vi suggerisco anche, quando contemplate il Signore nascosto nella Santa Eucaristia, di rivolgergli queste o altre frasi, come faceva san Josemaría: « Signore, credo che sei Tu, Gesù, il Figlio di Dio e di Maria sempre Vergine, che sei realmente presente: col tuo Corpo, col tuo Sangue, con la tua Anima e con la tua Divinità. Ti adoro. Voglio essere tuo amico, perché Tu sei Colui che mi ha redento. Voglio essere l’amore per te, perché Tu lo sei per me » [96] .

Figlie e figli miei, è segno di buona educazione somigliare a un padre così buono, san Josemaría, con l’impegno di percorrere diligentemente la strada da lui tracciata. Impegniamoci a coltivare il santo desiderio di essere ogni giorno più delicati nella pietà eucaristica. Dedichiamo tutta l’attenzione di amicizia quando salutiamo Gesù Sacramentato, entrando o uscendo dalle chiese o dagli oratori dei nostri Centri. Non sarebbe logico indirizzargli spesso parole di affetto, con il cuore? Così dobbiamo comportarci, dal luogo in cui lavoriamo, assaporando giaculatorie e comunioni spirituali. E ripariamo tutte le volte che vediamo o sentiamo cose che comportano una offesa o una negligenza. Domandiamoci se le nostre genuflessioni sono vera adorazione.

Sono pennellate – v’è molto di più – di quell’amore eucaristico proprio di chi vuol essere Opus Dei e fare l’Opus Dei.

Veni, Sancte Spiritus!

54. Invochiamo con fede e speranza il Paraclito, perché si rinnovino, nella Chiesa dei nostri giorni, i prodigi della prima Pentecoste. Penso che restiamo sempre ammirati del profondo cambiamento operato dallo Spirito Santo nei Dodici. Dopo aver allontanato ogni timore, essi si lanciarono per le strade, con sicura audacia, per parlare di Cristo a tutti quelli che trovavano. Quando arrivarono le grandi difficoltà, ricorsero alla preghiera, facendosi forti della parola del Signore, che aveva promesso una particolare assistenza del Consolatore per quei momenti (cfr. Gv 14, 15-18; Lc 21, 12-15). E così il libro degli Atti narra che, quando ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza ( At 4, 31).

Il Maestro annunciò agli Apostoli: egli vi guiderà alla verità tutta intera ( Gv 16, 13). Il Paraclito ispirò gli Apostoli fino a quando, con la morte dell’ultimo di loro, si completò la Rivelazione operata da Cristo. Inoltre, queste parole di Gesù ci dicono che alla Chiesa di tutti i tempi non è mancata, e mai mancherà, l’assistenza dello Spirito di verità, in modo speciale al Magistero autentico, e il medesimo Consolatore guida ognuno di noi, se ricorriamo a Lui, a una conoscenza sempre più profonda del mistero del Salvatore. Una conoscenza che è anche amore, perché la carità si diffonde nei nostri cuori per mezzo dello stesso Spirito Santo. (cfr. Rm 5, 5).

55. Il Signore ha promesso anche che lo Spirito avrebbe convinto il mondo del peccato di non credere in Cristo (cfr. Gv 16, 8-9). Noi, ugualmente, abbiamo bisogno di questa persuasione, vale a dire, che ancora dobbiamo credere di più nel Signore, fidarci più pienamente di Lui, riporre in Lui la nostra sicurezza, la nostra gioia, e non in noi stessi, nelle nostre capacità, nei nostri mezzi.

Chiediamo al Santificatore di farci capire questa necessità, evitando il rischio di cadere nel peccato di non credere del tutto in Gesù, e preghiamo il Paraclito, inoltre, che con la sua luce e il suo fuoco ci vada liberando da questa limitazione, in modo che la nostra fede e il nostro amore a Cristo crescano sempre più. Forse possiamo meditare e assaporare spesso – direi ogni giorno – quelle parole che negli anni ’30 del secolo scorso nostro Padre compose come preghiera: « Vieni, Santo Spirito: illumina il mio intelletto per conoscere i tuoi comandi; fortifica il mio cuore contro le insidie del nemico; infiamma la mia volontà... Ho udito la tua voce e non voglio irrigidirmi e resistere, dicendo: dopo..., domani. Nunc cœpi! Ora!, non accada che non abbia un domani. O, Spirito di verità e di sapienza, Spirito d’intelletto e di consiglio, Spirito di gaudio e di pace: voglio quello che vuoi tu, voglio perché tu vuoi, voglio come tu vuoi, voglio quando vuoi tu... » [97] .

Se andiamo a fondo in queste richieste, ci arricchiremo sempre più con l’amicizia intima con il Paraclito, e sentiremo, come scrisse san Josemaría, la necessità di frequentare ogni Persona della Trinità, distinguendole [98] .

Preghiamo anche il Santificatore di mettere nelle nostre parole e nelle nostre azioni quel suo fuoco, capace di cambiare le anime. Desideriamo seriamente che ci accenda con la sua fiamma per fare apostolato dovunque. Preghiamo con la fede di san Josemaría: « Ure igne Sancti Spiritus! », brucia, Signore, col fuoco dello Spirito Santo.

La devozione mariana

56. Tutte le grandi figure della Sacra Scrittura culminano nella Vergine Santissima. Maria si distingue come l’esempio emblematico che, per amare Dio e identificarsi con Lui, è necessario abbandonarsi liberamente alla sua Volontà e credere con una profondità sempre maggiore. La Chiesa ce la propone in modo particolare nell’ Anno della fede : «Durante questo anno sarà utile invitare i fedeli a rivolgersi con particolare devozione a Maria, immagine della Chiesa, che “riunisce in sé in qualche modo e riverbera i massimi dati della fede” ( Lumen gentium 65). Pertanto, si dovrebbe incoraggiare qualsiasi iniziativa che aiuti i fedeli a riconoscere il ruolo speciale di Maria nel mistero della salvezza, ad amarla filialmente e a imitare la sua fede e la sua virtù. Per questo sarà molto conveniente organizzare pellegrinaggi, celebrazioni e riunioni nei principali Santuari» [99] .

In primo luogo faremo in modo, con un profondo impegno durante questo tempo, di gioire sempre più per la celebrazione delle memorie liturgiche della Madonna distribuite nel calendario; vi prego di viverle veramente come feste familiari, nelle quali i figli si riempiono di felicità per gli anniversari della Madre e la onorano con un affetto delicato.

Presentiamo a Santa Maria, con una particolare attenzione, il nostro io e quello degli altri, nelle visite ai santuari o alle cappelle mariani, quando andiamo in compagnia dei nostri parenti, amici o colleghi, strettamente uniti al Santo Padre e ai suoi collaboratori, e anche a tutti gli altri Pastori della Chiesa, affinché si adempiano le intenzioni che hanno mosso Benedetto XVI a indire questo Anno della fede . Quale miglior modo di manifestare questi desideri a Dio se non ricorrendo all’intercessione della Madonna, intimamente associata a Cristo nella Redenzione?

Fiduciosi nella sua potente mediazione, la solleciteremo perché ottenga dalla Trinità Beatissima la grazia del ritorno a Dio del mondo e della società. Vi ricordo che, anche a questo proposito, nostro Padre ha insistito sempre sull’urgenza di coltivare la contrizione, convinto che questo modo di pregare è adeguato alle limitazioni e alle mancanze di generosità delle anime, in primo luogo le nostre. Ripariamo per le offese e le omissioni personali, per quelle del popolo cristiano, per quelle dell’umanità intera.

57. Commentando il cantico della Madonna, il Magnificat , Benedetto XVI affermava che « Maria desidera che Dio sia grande nel mondo, sia grande nella sua vita, sia presente fra tutti noi. Non ha paura che Dio possa essere un “concorrente” nella nostra vita, che possa toglierci qualcosa della nostra libertà, del nostro spazio vitale con la sua grandezza. Ella sa che, se Dio è grande, anche noi siamo grandi. La nostra vita non viene oppressa, ma viene elevata e allargata: proprio allora diventa grande nello splendore di Dio » [100] .

Nel ricorrere all’intercessione sicura dell’ Onnipotenza Supplicante , chiediamo con perseveranza al Signore di rendere efficaci i nostri sforzi e quelli di tutti i cattolici nella evangelizzazione della società. A questo deve condurci quest’anno, beata Maria intercedente , con l’intercessione della Vergine Maria: a risvegliare in molte persone la loro fede addormentata o deteriorata, e a suscitare in altre la fede che ancora non c’è. Cerchiamo di approfittare di tutte le occasioni per far conoscere Cristo e la sua dottrina, e per diffondere, in servizio alla Chiesa, lo spirito dell’Opus Dei mediante un apostolato di amicizia e confidenza più deciso, in modo che molti altri uomini e donne, di tutte le condizioni, s’inseriscano nelle attività apostoliche.

58. Chiediamoci fino a che punto ognuno di noi si è impegnato, ogni giorno, a trasformare in realtà questi desideri. Dobbiamo essere sinceri con noi stessi nel valutare fino a che punto abbiamo ottenuto frutto dalle diverse circostanze nell’ambito abituale delle relazioni sociali – anche i week-end, il periodo di vacanze, gli indispensabili momenti di riposo – per arrivare più lontano , per conoscere e servire più persone; in poche parole: fino a che punto riempiamo le strade, e altri luoghi, con una preghiera apostolica, proselitista.

La Vergine Santissima è Maestra di fede. «Come il patriarca del popolo di Dio, così anche Maria, lungo il cammino del suo fiat filiale e materno, “ebbe fede sperando contro ogni speranza”. Specialmente lungo alcune tappe di questa via la benedizione concessa a “colei che ha creduto” si rivelerà con particolare evidenza» [101] . Questo periodo della storia della Chiesa che stiamo attraversando si deve caratterizzare profondamente per la spiccata presenza materna della Madonna. «La sua eccezionale peregrinazione della fede rappresenta un costante punto di riferimento per la Chiesa, per i singoli e le comunità, per i popoli e le nazioni e, in un certo senso, per l’umanità intera» [102] .

59. Dopo l’Ascensione di Gesù in Cielo, i primi discepoli, riuniti intorno a Maria, aspettarono la venuta dello Spirito Santo nel Cenacolo di Gerusalemme. Pregare con la Madonna e per mezzo della Madonna ci dà la garanzia più decisa che saremo ascoltati immediatamente. Perciò, in tutte le attività apostoliche, dobbiamo ricorrere alla Madre di Dio e Madre nostra. Rinnoviamo ora questo proposito con parole di san Josemaría:

« Maria Santissima, Regina Apostolorum , Regina di tutti coloro che anelano di far conoscere l’amore del tuo Figlio: tu che tanto comprendi la nostra miseria, chiedi tu perdono per noi, per la nostra vita: per tutto quello che in noi sarebbe potuto essere fuoco ed è stato cenere; per la luce che non ha illuminato, per il sale divenuto insipido. Madre di Dio, onnipotenza supplice, ottienici assieme al perdono la forza di vivere veramente di fede e d’amore, per essere in grado di portare agli altri la fede di Cristo » [103] .

Con tutto l’affetto, vi benedice

vostro Padre

+ Javier

[1] Benedetto XVI, Lettera apost. Porta fidei , 11-X-2011, n. 2.

[2] San Josemaría, Lettera 24-X-1965 , n. 4.

[3] Benedetto XVI, Lettera apost. Porta fidei , 11-X-2011, n. 3.

[4] Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota pastorale, 6-I-2012, III, 3.

[5] Ibid ., II, 5.

[6] Venerabile Álvaro del Portillo, Lettera 25-XII-1985 , n. 4.

[7] San Josemaría, Lettera 28-III-1973 , n. 18.

[8] Beato Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Ecclesia in Europa , 28-VI-2003, n. 46.

[9] Ibid .

[10] San Josemaría, Instrucción , maggio 1935/14-IX-1950, nota 231.

[11] Beato Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Ecclesia in Europa , 28-VI-2003, n. 47.

[12] San Josemaría, Lettera 28-III-1973 , n. 4.

[13] San Josemaría, Lettera 19-III-1954 , n. 27.

[14] San Josemaría, Amici di Dio , n. 186.

[15] Beato Giovanni Paolo II, Discorso, 9-IX-1995.

[16] San Josemaría, Lettera 24-X-1965 , n. 13.

[17] San Giustino, Apologia 2, 10 (PG 6, 462).

[18] Minucio Felice, Octavio , n. 38 (PL 3, 357).

[19] Beato Giovanni Paolo II, Lettera apost. Tertio millennio adveniente , 10-XI-1994, n. 6.

[20] San Josemaría, Appunti di una riunione familiare, 7-IV-1974.

[21] Benedetto XVI, Omelia, 21-VIII-2005.

[22] Ibid .

[23] Sant’Agostino, Le confessioni , I, 1, 3 (CCL 27, 1).

[24] San Josemaría, appunti di una riunione familiare, 2-VI-1974.

[25] Benedetto XVI, Omelia nella solennità dell’Epifania, 6-I-2007.

[26] San Josemaría, È Gesù che passa , n. 33.

[27] Beato Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza , A. Mondadori Editore, Milano 1994, I ed., p. 128.

[28] San Josemaría, Discorso nella cerimonia di proclamazione di dottori “honoris causa” dell’Università di Navarra, 7-X-1967.

[29] San Josemaría, Cammino , n. 944.

[30] San Josemaría, Discorso nella cerimonia di proclamazione di dottori “honoris causa” dell’Università di Navarra, 9-V-1974.

[31] Beato Giovanni Paolo II, Lettera enc. Fides et ratio , 14-IX-1998, n . 17.

[32] San Josemaría, Lettera 9-I-1951 , n. 12,

[33] Beato Giovanni Paolo II, Lettera apost. Novo millennio ineunte , 6-I-2001, n. 51.

[34] Benedetto XVI, Discorso a un gruppo di parlamentari dell’Unione Europea, 30-III-2006.

[35] Ibid .

[36] Venerabile Álvaro del Portillo, Lettera 1-I-1994 .

[37] San Josemaría, Cammino , n. 493.

[38] San Gregorio Nazianzeno, Oratio II , 71 (PG 35, 479); cit. in Beato Giovanni Paolo II, Esort. apost. Pastores gregis , 16-X-2003, n. 12.

[39] San Josemaría, Lettera 28-III-1973 , n. 10.

[40] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti di un corso sul foro interno , 9-III-2012.

[41] San Josemaría, Cammino , n. 121.

[42] San Josemaría, Appunti di una riunione familiare, 20-V-1973.

[43] San Josemaría, Amici di Dio , n. 26.

[44] Ibid , n. 27.

[45] Benedetto XVI, Lettera apost. Porta fidei , 11-X-2011, n. 6.

[46] Messale Romano, Preghiera Eucaristica I.

[47] Beato Giovanni Paolo II, Lettera sul pellegrinaggio ai luoghi legati alla storia della salvezza , 29-VI-1999, n. 5.

[48] Benedetto XVI, Lettera apost. Porta fidei , 11-X-2011, n. 13.

[49] Ibid .

[50] San Josemaría, Instrucción , 19-III-1934, n. 45.

[51] San Josemaría, Forgia , n. 235.

[52] Benedetto XVI, Lettera apost. Porta fidei , 11-X-2011, n. 9.

[53] Ibid .

[54] Ibid , n. 10.

[55] Ibid .

[56] San Josemaría, È Gesù che passa , n. 144.

[57] San Josemaría, Lettera 9-I-1959 , n. 34.

[58] Benedetto XVI, Omelia durante i Vespri della festa della Conversione di san Paolo, 25-I-2006.

[59] San Josemaría, Lettera 9-I-1959 , n. 34.

[60] San Josemaría, Appunti di una riunione di famiglia, 6-V-1968.

[61] San Josemaría, Appunti di una meditazione, 21-XI-1954.

[62] Beato Giovanni Paolo II, Discorso nell’udienza generale, 24-IV-1991.

[63] Ibid .

[64] San Josemaría, Lettera 6-V-1945 , n. 35.

[65] Sant’Anselmo, Proslogium , prœm. (PL 158, 225).

[66] Benedetto XVI, Discorso nell’udienza generale, 21-III-2007.

[67] Ibid .

[68] Ibid . La citazione di Tertulliano è tratta da De verginibus velandis , 1, 1 (PL 2, 889).

[69] Ibid .

[70] Sant’Ignazio d’Antiochia, Lettera ai Romani IV, 1 (Funk I, 216).

[71] San Josemaría, Forgia , n. 518.

[72] Benedetto XVI, Omelia, 26-III-2006.

[73] San Josamaría, Appunti di una meditazione, 28-V-1964.

[74] San Josemaría, Cammino , n. 81.

[75] San Josemaría, Lettera 31-V-1954 , n. 29.

[76] Beato Giovanni Paolo II, Lettera apost. Tertio millennio adveniente , 10-XI-1994, n. 45.

[77] Ibid .

[78] San Josemaría, Appunti di una riunione di famiglia, 8-XII-1971.

[79] Beato Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa di canonizzazione di san Josemaría, 6-X-2002.

[80] San Josemaría, Lettera a Isidoro Zorzano, 23-XI-1930.

[81] San Josemaría, 28-VII-1930, in Apuntes íntimos , n. 75.

[82] San Josemaría, Lettera 9-I-1932 , n. 83.

[83] San Josemaría, Santo Rosario , IV mistero gaudioso.

[84] Ibid ., II mistero doloroso.

[85] San Josemaría, Lettera 29-IX-1957 , n. 16.

[86] San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di san Matteo , 46, 2 (PG 58, 478).

[87] San Giovanni Crisostomo, cit. da san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 40, a.1 ad 2.

[88] San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di san Matteo , 15, 7 (PG 57, 231).

[89] Beato Giovanni Paolo II, Lettera apost. Novo millennio ineunte , 6-I-2001, n. 1.

[90] Ibid .

[91] Benedetto XVI, Omelia all’inizio del Pontificato, 24-IV-2005.

[92] Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam , II, 32 (CCL 14, 45).

[93] Benedetto XVI, Lettera apost. Porta fidei , 11-X-2011, n. 9.

[94] San Josemaría, Colloqui , n. 113.

[95] San Josemaría, Appunti di una riunione di famiglia, 11-XI-1972.

[96] San Josemaría, Appunti di una riunione di famiglia, 22-XI-1972.

[97] San Josemaría, Preghiera manoscritta, anno 1934.

[98] Cfr. san Josemaría, Amici di Dio , n. 306.

[99] Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota pastorale, 6-I-2012, I, 3.

[100] Benedetto XVI, Omelia nella solennità dell’Assunzione, 15-VIII-2005.

[101] Beato Giovanni Paolo II, Lettera enc. Redemptoris Mater , 25-III-1987, n. 14.

[102] Ibid ., n. 6.

[103] San Josemaría, È Gesù che passa , n. 175.