Fotografie dell'ordinazione di due nuovi diaconi

Due fedeli della Prelatura hanno ricevuto il diaconato sabato 25 febbraio nella parrocchia di san Josemaría a Roma. A conferire loro l'ordinazione, mons. Juan Ignacio Arrieta, segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

Dall'Opus Dei
Opus Dei - Fotografie dell'ordinazione di due nuovi diaconi Il Prelato dell'Opus Dei saluta i due nuovi diaconi.

I due nuovi diaconi sono Ginés José Pérez Almela e Arturo Garralón Blas. Ginés José Pérez è nato nel 1958 a Murcia (Spagna). Dopo aver ottenuto la laurea in Scienze dell'Educazione all'Università di Murcia, ha lavorato per più di 30 anni nella scuola "Monteagudo".

I due nuovi diaconi sono Ginés José Pérez Almela e Arturo Garralón Blas

Arturo Garralón è nato a Guadalajara (Spegna) nel 1975, ha seguito gli studi di Economia all'Università di Alcalá de Henares e ha lavorato per "La Caixa".

Il Catechismo della Chiesa Cattolica segnala che "compete ai diaconi, tra l'altro, assistere il Vescovo e i presbiteri nella celebrazione dei divini misteri, soprattutto dell'Eucaristia, distribuirla, assistere e benedire il Matrimonio, proclamare il Vangelo e predicare, presiedere ai funerali e dedicarsi ai vari servizi della carità".
Nella cerimonia di ordinazione diaconale Arturo ha portato una stampella perché lo scorso 6 novembre fu investito a Pamplona mentre era in bicicletta. Si ruppe tibia e perone e impiegherà alcuni mesi a ristabilirsi.

E' possibile scaricare qui il libro con i testi della cerimonia.


Omelia pronunciata da Mons. Juan Ignacio Arrieta durante le ordinazioni diaconali nella Parrocchia di San Josemaría, 25 febbraio 2017.

(scaricabile qui)

Cari fratelli e sorelle;

carissimi fratelli miei che state per ricevere l'ordinazione diaconale!

Saluto e ringrazio il carissimo Prelato dell’Opus Dei, che mi ha chiesto di ordinare questi suoi figli:

Eccellenza, caro don Fernando, grazie!

Siamo ben uniti a lei, nel ricordo, ancora molto vivo, del suo predecessore, Mons. Javier Echevarría.

«Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione» (Ef 4,4). In queste parole, che abbiamo appena sentito proclamare, San Paolo lega in modo deciso e audace la vocazione e la speranza.

Noi abbiamo delle speranze su tante cose: sul lavoro, sulla famiglia, su un particolare progetto professionale… Ma la grande speranza della nostra vita, la speranza alla quale siamo stati chiamati, ci dice San Paolo, è una. La speranza in cui il nostro cuore può veramente riposarsi, si trova nella vocazione, nella chiamata di Dio.

“Sta' sicuro: la tua vocazione è la grazia più grande che il Signore abbia potuto farti. —Ringrazialo.”, dice San Josemaria in Cammino.

La vocazione apre, infatti, la nostra esistenza. Possiamo dire che esprime il sogno divino per ognuno di noi, e ci invita a realizzarlo, a vivere questo sogno. Dio ci dice anche di non temere gli ostacoli: «Non aver paura di fronte a loro – dice a Geremia – perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Di non temere «i nemici di dentro e di fuori»[1]; i nemici che possono chiamarci, come chiamavano a Giuseppe i suoi propri fratelli, «sognatori» (Gn 37,19).

Oggi abbiamo la fortuna di accompagnare questi nostri fratelli con la nostra presenza, e soprattutto con la nostra preghiera, in questo passo importante del dischiudersi del sogno di Dio per le loro vite. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16), dice il Signore nel Vangelo; e loro oggi si sentono particolarmente interpellati da queste parole. Parole che il Signore rivolge, però, a ciascuno di noi: non siete voi che avete scelto di essere cristiani… Io vi ho portato fin qui…

Perché parla così il Signore?, dobbiamo chiederci. Noi sappiamo che il nostro Dio è un Dio umile: che non ha bisogno di un particolare riconoscimento umano per ciò che fa: la sua gloria è quella dell’Amore eterno… Così infatti sono anche i suoi santi, che non vanno qua e là proclamando il bene che fanno. Ma allora, perché il Signore ci fa questa considerazione? «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Il Signore lo ha voluto dire chiaramente per farci del bene, perché possiamo riconoscere e godere il dono che la chiamata rappresenta.

Anche se nella nostra esperienza quotidiana sappiamo di dover fare tante scelte, più o meno importanti…; c’è una scelta che ci riguarda in modo straordinario, la grande scelta della nostra vita, una scelta che non è nostra, che ci precede.

La grande scelta fatta da Dio, che ci ha chiamati ad essere Suoi, che ci ha chiamati con un nome che nessuno sa, tranne Dio, come dice l’Apocalisse (cfr. Ap 19,12). Soltanto Dio sa tutto l’amore che c’è dietro la chiamata personale che ha fatto ad ognuno di noi quando ci ha chiamati alla vita, e alla vita cristiana. «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5). Così dice il Signore al profeta Geremia; così dice ad ognuno di noi, e – in questo giorno – specialmente a voi, fratelli miei che state per ricevere il diaconato.

Tante persone vi avranno fatto gli auguri, vi avranno detto che sono contente di questa vostra scelta… E sicuramente altrettante volte avrete pensato: sì ho fatto una scelta, ma in realtà è stato Dio a scegliere… io semplicemente ho assecondato, gli ho detto di sì…

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).

C’è quindi sempre una grande scelta che ci precede, che ci abbraccia. Tutte le nostre decisioni, perfino quelle che cambiano in modo definitivo la nostra vita, come quella che ci riunisce qui…, tutte si muovono per così dire all’interno del campo di questa grande scelta…: Dio ha voluto me, Dio ha voluto te…

Mons. Fernando Ocáriz lo ricordava precisamente nella sua prima lettera come Prelato dell’Opus Dei, a proposito della chiamata che Dio gli ha fatto di curare, da buon pastore, il gregge dell’Opera. Si rifaceva a un brano della prima lettera ai Corinzi, in cui san Paolo considera come «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti (…), ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1 Cor 1,27).

«Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te». Proprio, perché ci sappiamo personalmente amati da Dio, i cristiani sappiamo che tutto nella nostra vita – l’aria che respiriamo, la forza e i talenti che abbiamo –, tutto fa parte del gran dono che Dio ci ha fatto. Di conseguenza, queste realtà che appartengono al dono di Dio per ognuno di noi, possono prendere in fin dei conti soltanto due forme: la forma della accettazione riconoscente o la forma dell’appropriazione e del rifiuto ingrato.

Rifiuto del dono sarebbe misconoscere la generosità divina volendo usare quanto ci è stato donato per la nostra esclusiva utilità, come se Dio non c’entrasse. Ciò sarebbe, in sintesi, il peccato. Appropriandoci di tanti doni che conformano la vita dell’uomo e lasciando Dio fuori, in un lontano angolo buio, e rifiutando il vero dono che Dio ci fa di vivere con lui. Ci teniamo la buccia, e gettiamo la polpa... Perdiamo allora la parte migliore.

L’accettazione del dono, invece, è il ringraziamento. Noi cristiani sappiamo di essere un dono di Dio: tutto in noi è un dono, noi stessi siamo dono, un regalo che Dio ci ha fatto… Pur sapendoci peccatori, deboli, infedeli… perfino con la nostra debolezza noi cristiani siamo, attraverso il pentimento, dono di Dio. Attraverso il perdono di Dio, diventiamo di nuovo ringraziamento e ritroviamo la nostra vocazione di essere un grande dono per gli altri: «[Io] vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Così come Gesù è venuto nel mondo per darsi a tutti noi, anche noi cristiani siamo qui per gli altri: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,17).

Oggi accompagniamo questi nostri fratelli che accolgono con riconoscenza il grande dono della loro vita, e lo mettono nelle mani di Dio: Signore, fa della mia vita ciò che tu vorrai. Li abbiamo appena sentiti dire Adsum! Eccomi, Signore. Non hanno scelto Gesù: Gesù ha scelto loro, e ne sono lieti. Sono lieti di poter essere dono, di poter gustare la dolcezza dell’amore di Dio, che è dolce nel darsi; e sono lieti di lasciarsi seminare in terra, come il chicco di frumento, che muore per dare molto frutto.

A voi, fratelli miei che state per ricevere il diaconato, Gesù vi dice particolarmente: «rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (Gv 15,9-10). Oggi la vostra unione al vostro Prelato acquista una nuova forza. Per voi, rimanere nell’amore di Gesù significa anche, in buona parte, stargli vicino con la preghiera, stargli uniti, e unire tutte le persone dell’Opus Dei con lui.

E’ così, da famiglia unita, rimanendo nella dolcezza dell’amore di Dio, che l’Opera continuerà a servire la Chiesa universale e il Papa.

In questo giorno ci affidiamo anche all’intercessione di San Josemaría e di don Álvaro. Ricordatevi anche con gratitudine di Mons. Javier Echevarría, che vi ha chiamati a questo ministero, affinché vi protegga nel vostro cammino.

«Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Abbiate sempre la gioia di servire la Chiesa, nella fedeltà a questa grande speranza che Dio vi dà con la sua chiamata, adesso al diaconato, e poi al presbiterato. Questa speranza che, come dice Papa Francesco, «ci fa entrare (…) nel raggio d’azione del suo ricordo, della sua memoria che ci benedice e ci salva.

E allora può sgorgare l’alleluia, la lode al Dio vivo e vero, che per noi è nato da Maria, è morto sulla croce ed è risorto nella gloria»[2].

Sia lodato Gesù Cristo.



[1] San Josemaría, Amici di Dio, 214.

[2] Papa Francesco, Udienza, 11 gennaio 2017.