Esempi di fede (II): Vocazione e missione di Mosè

Secondo testo di una serie sui principali personaggi della Sacra Scrittura, esemplari per la fede in Dio. Questa volta parleremo di Mosè.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Esempi di fede (II): Vocazione e missione di Mosè Mosè con le tavole della legge (Rembrandt)

Dio, avvicinandosi all'uomo e invitandolo alla fede, non gli comunica semplicemente una verità, ma si dà Egli stesso. Ecco perché, per accogliere il dono della fede, l'uomo deve mettersi in cammino verso Dio, deve impegnarsi completamente con Lui per amore, anche se certe volte si deve andare contropeloi. Dio ci aspetta, ha bisogno della nostra fedeltà e non si lascia vincere in generosità.

È ciò che vediamo nella vita di Mosè, che è una risposta di fede alla Rivelazione di Dio. Questo leggiamo nella Lettera agli Ebrei: Per fede lasciò l'Egitto, senza temere l'ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l'invisibile. Per fede celebrò la Pasqua e fece l'aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli israeliti. Per fede attraversarono il Mare Rosso come per una terra asciutta; mentre, avendo tentato questo anche gli Egiziani, furono inghiottitiii.

Vocazione e missione di Mosè

Se Abramo è modello di obbedienza e di fiducia in Dio, per cui a ben vedere lo si può chiamare padre di tutti i credentiiii, Mosè ci permette di contemplare che la fede è per la dedizione, diventando «un nuovo criterio di pensiero e di azione che cambia tutta la vita dell'uomo»iv. La fede illumina la propria esistenza, conferendole un senso di missione. La fede e la vocazione cristiana impregnano non una parte, ma tutta la nostra esistenza. I rapporti con Dio sono necessariamente rapporti di donazione e assumono un senso di totalità. L'atteggiamento dell'uomo di fede è di guardare alla vita, in tutte le sue dimensioni, con una prospettiva nuova: quella che ci è data da Diov. Avere fede e impegnarsi con Dio a vivere per una missione apostolica sono le due facce di una stessa medaglia.

Vivere alla luce della fede

Mosè nacque quando il faraone aveva ordinato di uccidere tutti i neonati maschi del popolo ebraico; ma per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitorivi. La frase fa capire che la fede dei suoi genitori fece in modo che percepissero che la volontà di Dio non era la morte del bambino, e che fu ancora una volta la fede che diede loro la forza di infrangere l'editto reale. Non potevano immaginare le conseguenze di quel gesto. Quando credevano di aver rinunciato al figlio, la provvidenza divina non soltanto permise che venisse adottato da una principessa egiziana, ma rese possibile che la stessa sua madre potesse allattarlo e allevarlovii.

Mosè crebbe nella casa del faraone e fu istruito in tutte le scienze degli egiziani. Però un episodio turberà profondamente la sua vita: nel difendere un altro ebreo, toglierà la vita a un egiziano, diventando così un esiliato. Nella scelta di Mosè di solidarizzare con i suoi fratelli possiamo vedere una decisione basata su una convinzione di fede, sulla coscienza di appartenere al popolo eletto: Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. Questo perché stimava l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto; guardava infatti alla ricompensaviii. Alla luce della fede, Mosè riconosce che assumere come proprio l'obbrobrio e il disprezzo che subiscono gli israeliti ha infinitamente più valore dei tesori materiali dell'Egitto, che comportavano la perdizione spirituale. Ora ti dirò quali sono i tesori dell'uomo sulla terra, affinché non li trascuri: fame, sete, caldo, freddo, dolore, disonore, povertà, solitudine, tradimento, calunnia, carcere...ix.

Mosè dovrà fuggire dall'Egitto per non cadere nelle mani del faraone. Arriverà così nella terra di Madian, nella penisola del Sinai. Potrebbe sembrare che tutte le sue buone disposizioni e la sua preoccupazione per gli israeliti prigionieri in Egitto non gli abbiano procurato nulla di buono. Eppure gli uomini non sono gli unici protagonisti della storia del mondo e neppure i principali. E quando Mosè, stabilitosi nel suo nuovo paese, può giustamente immaginare la normalità della sua vita futura, Dio gli verrà incontro e gli rivelerà la missione alla quale lo ha riservato fin dalla nascita, e che delinea la sua vocazione e il suo essere più intimo.

Vocazione e risposta di fede

La missione di Mosè si colloca nel contesto della storia patriarcale. Dio, davanti ai gemiti dei figli di Israele oppressi in Egitto, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbex e scelse Mosè per liberare il suo popolo dalla schiavitù. Il Signore interviene di nuovo nella storia per essere fedele alla promessa fatta ad Abramo, e mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, [...] l'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo meraviglioso spettacolo: perché il roveto non brucia?". Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal rovetoxi. La vocazione di Mosè ci permette di riconoscere gli elementi fondamentali che troviamo in ogni chiamata a far propri i progetti di Dio: l'iniziativa divina, l'auto-rivelazione di Dio, l'incarico di una missione e la promessa del favore divino per riuscire a portarla a buon fine.

Dio si fa strada in modo sorprendente, mentre si adegua al suo interlocutore: suscita lo stupore di Mosè davanti al roveto ardente, chiamandolo poi con il suo nome: Mosè, Mosè!xii. La ripetizione del nome accentua l'importanza della vicenda e la certezza della chiamata. In ogni vocazione appare questa consapevolezza, che invita alla pace, di appartenere a Dio, di stare nelle sue mani. È ciò che esprime il profeta Isaia in un inno, quando dice: Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartienixiii; parole che san Josemaría assaporava, unendole alla risposta di Samuele: Digli:Ecce ego quia vocasti me!" – Eccomi, perché mi hai chiamato!xiv.

Quando Dio chiama, l'uomo comprende che la vocazione non è una utopia o il frutto dell'immaginazione. La vocazione di Mosè dimostra questo secondo aspetto della chiamata sottolineando il modo in cui il Signore si presenta: Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbexv, lo stesso nel quale hanno creduto i suoi antenati. Io sonocolui che sono!xvi. Ogni chiamata divina comporta questa iniziativa di intimità nella quale il Signore si fa conoscere.

Tuttavia potrebbe meravigliare la reazione di Mosè: pur avendo visto il prodigio del roveto ardente, malgrado la certezza di ciò che sta succedendo, si scusa: Chi sono io per andare dal faraone?xvii. Cerca di evitare ciò che il Signore gli chiede – la missione che gli è stata affidata –, perché è consapevole della propria insufficienza e della difficoltà dell'incarico. La sua fede è ancora debole, ma la paura non è tale da allontanarlo dalla presenza di Dio. Dialoga con Lui con semplicità, gli comunica le sue obiezioni e permette che il Signore manifesti il suo potere e dia consistenza alla sua debolezza.

In questo processo Mosè sperimenta in prima persona il potere di Dio, che comincia operando in lui alcuni dei miracoli che poi farà davanti al faraonexviii. Così Mosè prende coscienza che le proprie limitazioni non hanno importanza, perché Egli non lo abbandonerà; capisce che sarà il Signore a liberare il popolo dall'Egitto: l'unica cosa che deve fare è essere un buon strumento. In ogni chiamata a una vita cristiana autentica Dio assicura all'uomo il suo favore e gli dimostra la sua vicinanza: Io sono con te. Questa frase viene ripetuta a tutti coloro che hanno ricevuto un compito difficile a favore degli uominixix.

Fede e fedeltà alla missione di Dio

Mosè, avendo preso coscienza della propria missione, si lasciò guidare sempre dalla fiducia nella promessa divina di portare il popolo eletto fino alla terra promessa, dalla certezza che con il Signore tutti gli ostacoli sarebbero stati superati. Per fede celebrò la Pasqua e fece l'aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti. Per fede attraversarono il Mare Rosso come per una terra asciutta; mentre, avendo tentato questo anche gli egiziani, furono inghiottitixx. Questa fede non era dovuta soltanto a una chiamata ricevuta tempo prima, ma si alimentava con un dialogo semplice e umile con Dio. Dio era invisibile, ma la fede lo rende in certo qual modo visibile, perché la fede è un modo di conoscere le cose che non si vedonoxxi. La fede in Dio porta a vivere la propria vocazione con tutte le sue conseguenze.

Dato che la fede è viva e deve crescere, il dialogo con Dio non termina mai. La preghiera accende la fede e permette di prendere coscienza del senso vocazionale della propria esistenza. Nasce così la vita di fede, che collega l'orazione al quotidiano e spinge a darsi agli altri, a dispiegare, nel corso della vita normale, la ricchezza della propria vocazione. Ecco perché è importante imparare e insegnare a fare orazione. Come insegnava san Josemaría, molte realtà materiali, tecniche, economiche, sociali, politiche, culturali..., abbandonate a se stesse, o in mano di chi è privo della luce della nostra fede, diventano ostacoli formidabili per la vita soprannaturale: formano come un recinto chiuso e ostile alla Chiesa. Tu, in quanto cristiano – ricercatore, letterato, scienziato, politico, lavoratore... –, hai il dovere di santificare queste realtà. Ricorda che tutto l'universo – scrive l'Apostolo – sta gemendo come nei dolori del parto, aspettando la liberazione dei figli di Dioxxii.

In sostanza, in Mosè si rende particolarmente evidente la relazione tra fede, fedeltà ed efficacia. Mosè è fedele ed efficace perché il Signore è vicino a lui, e il Signore gli è vicino perché Mosè non sfugge al suo sguardo e gli espone con sincerità i propri dubbi, i propri timori, le proprie inadeguatezze. Anche quando tutto sembra perduto, come quando il popolo da poco salvato fabbrica un vitello d'oro per adorarlo, la fiducia di Mosè nel suo Signore lo indurrà a intercedere per il popolo e il peccato si trasforma in occasione di un nuovo inizio, che dimostra con più forza la misericordia di Dioxxiii. Dio, infatti, «non si stanca mai di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono»xxiv.

Come abbiamo visto finora, la lettera agli Ebrei indica i momenti più importanti nei quali è più evidente la fede di Mosè; però potremmo esplorare tutta la sua vita e individuare molti altri episodi: per esempio, obbedì anche quando salì sul monte Sinai per prendere in consegna le tavole della Legge e quando stabilì e ratificò l'alleanza di Dio con il suo popolo. L'elogio più esatto e conciso lo troviamo alla fine del libro del Deuteronomio: Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, lui con il quale il Signore parlava faccia a facciaxxv.

La vita di Mosè è stata marcata dalla sua vocazione inseparabilmente unita alla sua missione. Dio chiama Mosè a liberare il suo popolo e a condurlo verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e mielexxvi. La liberazione di Israele affidata a Mosè prefigurava la redenzione cristiana, autentica liberazione. Gesù Cristo è colui che, con la sua morte e risurrezione, ha riscattato l'uomo da quella schiavitù radicale che è il peccato, aprendogli il cammino verso la vera Terra promessa, il Cielo. L'antico esodo si compie anzitutto all'interno dell'uomo stesso e consiste nell'accogliere la grazia. L'uomo vecchio lascia il posto all'uomo nuovo; la vita precedente resta indietro, si può camminare in una vita nuovaxxvii. Questo esodo spirituale è sorgente di una liberazione integrale, capace di rinnovare qualunque dimensione umana, personale e sociale. Se prendiamo coscienza della nostra vocazione e aiutiamo i nostri amici a prendere coscienza della loro, porteremo la liberazione di Cristo a tutti gli uomini. Come dice il Santo Padre, dobbiamo «imparare a uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, per andare verso le periferie dell'esistenza»xxviii. Ignem veni mittere in terram, sono venuto a portare il fuoco sulla terraxxix, diceva il Signore parlando del suo amore ardente per gli uomini. A queste parole san Josemaría sentiva la necessità di rispondere, pensando al mondo intero: Ecce ego, Eccomi qui!

S. Ausín – J. Yaniz (maggio 2013)

i San Josemaría, Forgia, n. 51.

iiEb 11, 27-29.

iii Rm 4, 11.

iv  Benedetto XVI, Motu proprio Porta fidei, 11-X-2011, n. 11.

v  San Josemaría, È Gesù che passa, n. 46.

vi  Eb 11, 23.

vii  Cfr. Es 2, 1-10.

viii  Eb 11, 24-26.

ix  San Josemaría, Cammino, n. 194.

xEs 2, 24.

xiEs 3, 1-4.

xiiEs 3, 4.

xiiiIs 43,1.

xivSan Josemaría, Cammino, n. 984. Cfr. P. Rodríguez (cur.), Camino. Edición crítico-histórica, commento al numero.

xvEs 3, 6.

xviEs 3, 14.

xviiEs 3, 11.

xviiiCfr. Es 4, 1-9.

xixCfr. Gn 28, 15; Gs 1, 5; ecc.

xxEb 11, 28-29.

xxiCfr. Eb 11, 1.

xxiiSan Josemaría, Solco, n. 311.

xxiiiCfr. Es 33, 1-17.

xxivPapa Francesco, Parole pronunciate all'Angelus, 17-III-2013.

xxvDt 34, 10.

xxviEs 3, 8.

xxviiCfr. Rm 6, 4.

xxviiiPapa Francesco, Udienza generale, 27-III-2013.

xxixLc 12, 49.