TEMA 27. La moralità degli atti umani

L’agire è moralmente buono quando le scelte della libertà sono conformi al vero bene dell’uomo.

Riassunti di fede cristiana
Opus Dei - TEMA 27. La moralità degli atti umani

1. La moralità degli atti umani

«Gli atti umani, cioè gli atti liberamente scelti in base ad un giudizio di coscienza, sono moralmente qualificabili. Essi sono buoni o cattivi» ( Catechismo , 1749). «L’agire è moralmente buono quando le scelte della libertà sono conformi al vero bene dell’uomo ed esprimono così l’ordinazione volontaria della persona verso il suo fine ultimo, cioè Dio stesso» [1] . «La moralità degli atti umani dipende:

- dall’oggetto;

- dal fine che ci si prefigge o dall’intenzione;

- dalle circostanze dell’azione.

L’oggetto, l’intenzione e le circostanze rappresentano le “fonti”, o elementi costitutivi, della moralità degli atti umani» (Catechismo, 1750).

2. L’oggetto morale

L’oggetto morale «è il fine prossimo di una scelta deliberata, che determina l’atto del volere della persona che agisce» [2] . Il valore morale degli atti umani (che siano buoni o cattivi) dipende anzitutto dalla conformità dell’oggetto o dell’atto voluto con il bene della persona, in base al giudizio della retta ragione [3] . Solo se l’atto umano è buono per il suo oggetto è “ordinabile” al fine ultimo [4] .

Alcuni atti sono intrinsecamente cattivi perché lo sono «sempre e per sé, ossia per il loro stesso oggetto, indipendentemente dalle ulteriori intenzioni di chi agisce e dalle circostanze» [5] .

Il proporzionalismo e il consequenzialismo sono teorie erronee sulla nozione e la formazione dell’oggetto morale di una azione, secondo le quali esso si dovrebbe stabilire in base alla “proporzione” tra i beni e i mali che si perseguono, o alle “conseguenze” che ne possono derivare [6] .

3. L’intenzione

Nell’agire umano «il fine è il termine primo dell’intenzione e designa lo scopo perseguito nell’azione. L’intenzione è un movimento della volontà verso il fine; riguarda il termine dell’agire» ( Catechismo , 1752) [7] . Un atto che, per il suo oggetto, è “ordinabile” a Dio, «raggiunge la sua perfezione ultima e decisiva quando la volontà lo ordina effettivamente a Dio» [8] . L’intenzione del soggetto che agisce «è un elemento essenziale per la qualificazione morale dell’azione» ( Catechismo , 1752).

L’intenzione «non si limita ad indirizzare le nostre singole azioni, ma può ordinare molteplici azioni verso un medesimo scopo; può orientare l’intera vita verso il fine ultimo» ( Catechismo , 1752) [9] . «Una medesima azione può anche essere ispirata da diverse intenzioni» ( ibidem ).

«Un’intenzione buona non rende né buono né giusto un comportamento in se stesso scorretto. Il fine non giustifica i mezzi» ( Catechismo , 1753) [10] . «Al contrario, la presenza di un’intenzione cattiva (quale la vanagloria), rende cattivo un atto che, in sé, può essere buono (come l’elemosina; cfr. Mt 6, 2-4)» (Catechismo, 1753).

4. Le circostanze

Le circostanze «sono gli elementi secondari di un atto morale. Concorrono ad aggravare oppure a ridurre la bontà o la malizia morale degli atti umani (per esempio, l’ammontare di una rapina). Esse possono anche attenuare o aumentare la responsabilità di chi agisce (agire, per esempio, per paura della morte)» ( Catechismo , 1754). Le circostanze «non possono rendere né buona né giusta un’azione intrinsecamente cattiva» ( ibidem ).

«L’atto moralmente buono suppone, ad un tempo, la bontà dell’oggetto, del fine e delle circostanze» ( Catechismo , 1755) [11] .

5. Le azioni indirettamente volontarie

«Un’azione può essere indirettamente volontaria quando è conseguenza di una negligenza riguardo a ciò che si sarebbe dovuto conoscere o fare» ( Catechismo , 1736) [12] .

«Un effetto può essere tollerato senza che sia voluto da colui che agisce; per esempio, lo sfinimento di una madre al capezzale del figlio malato. L’effetto dannoso non è imputabile se non è stato voluto né come fine né come mezzo dell’azione, come può essere la morte incontrata nel portare soccorso a una persona in pericolo. Perché l’effetto dannoso sia imputabile, bisogna che sia prevedibile e che colui che agisce abbia la possibilità di evitarlo; è il caso, per esempio, di un omicidio commesso da un conducente in stato di ubriachezza» ( Catechismo , 1737).

Si dice anche che un effetto si provoca con “volontà indiretta” quando non si desidera né come fine né come mezzo per un’altra cosa, ma che si sa che segue necessariamente ciò che si vuole compiere [13] . Nella vita morale questo ha una certa importanza, perché alcune volte una azione ha due effetti, uno buono e un altro cattivo, e tuttavia può essere lecito compierla per ottenere l’effetto buono (voluto direttamente), anche se non è possibile evitare quello cattivo (che, pertanto, è voluto solo indirettamente). Si tratta talvolta di situazioni molto delicate, nelle quali è prudente chiedere consiglio a chi può darlo.

Un atto è volontario (e, pertanto, imputabile) in causa quando non si sceglie direttamente, ma deriva, abitualmente ( in multis ), da una condotta direttamente voluta. Per esempio, chi non custodisce convenientemente la vista davanti a immagini oscene è responsabile (perché lo ha voluto in causa ) del disordine (non direttamente voluto) della sua immaginazione; così come chi lotta per vivere alla presenza di Dio vuole in causa gli atti di amore che compie senza, apparentemente, proporselo.

6. La responsabilità

«La libertà rende l’uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari» ( Catechismo , 1734). L’esercizio della libertà comporta sempre una responsabilità nei confronti di Dio: in ogni atto libero in qualche modo accettiamo o rifiutiamo la volontà di Dio. «Il progresso nella virtù, la conoscenza del bene e l’ascesi accrescono il dominio della volontà sui propri atti» ( Catechismo , 1734).

«L’ imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali» ( Catechismo , 1735).

7. Il merito

«Il termine “merito” indica, in generale, la retribuzione dovuta da una comunità o da una società per l’azione di uno dei suoi membri riconosciuta come buona o cattiva, meritevole di ricompensa o di punizione. Il merito è relativo alla virtù della giustizia in conformità al principio dell’eguaglianza che ne è la norma» ( Catechismo , 2006) [14] .

L’uomo, in senso giuridico, non ha merito nei confronti di Dio per le sue buone opere (cfr. Catechismo , 2007). Tuttavia, «l’adozione filiale, rendendoci partecipi per grazia della natura divina, può conferirci, in conseguenza della giustizia gratuita di Dio, un vero merito . È questo un diritto derivante dalla grazia, il pieno diritto dell’amore, che ci fa “coeredi” di Cristo e degni di conseguire “l’eredità promessa della vita eterna”» (Catechismo, 2009) [15] .

«Il merito dell’uomo presso Dio nella vita cristiana deriva dal fatto che Dio ha liberamente disposto di associare l’uomo all’opera della sua grazia » (Catechismo, 2008) [16] .

Francisco Díaz

Bibliografia di base Catechismo della Chiesa Cattolica , 1749-1761.

Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor , 6-VIII-1993, 71-83.

Letture raccomandate

San Josemaría, Omelia Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà , in È Gesù che passa , 67-72.

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[1] Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor , 6-VIII-1993, 72. «La domanda iniziale del colloquio del giovane con Gesù: “Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?” ( Mt 19, 16) mette immediatamente in luce l’essenziale legame tra il valore morale di un atto e il fine ultimo dell’uomo […]. La risposta di Gesù e il rimando ai comandamenti manifestano anche che la via al fine è segnata dal rispetto delle leggi divine che tutelano il bene umano. Solo l’atto conforme al bene può essere via che conduce alla vita» ( ibidem ).

[2] Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor , 78. Cfr. Catechismo , 1751. Per sapere qual è l’oggetto morale di un atto «occorre collocarsi nella prospettiva della persona che agisce. Infatti, l’oggetto dell’atto del volere è un comportamento liberamente scelto. In quanto conforme all’ordine della ragione, esso è causa della bontà della volontà […]. Per oggetto di un determinato atto morale non si può, dunque, intendere un processo o un evento di ordine solamente fisico, da valutare in quanto provoca un determinato stato di cose nel mondo esteriore» ( ibidem ). Non si deve confondere l’ oggetto fisico con l’ oggetto morale dell’azione (una stessa azione fisica può essere oggetto di atti morali diversi; per esempio, tagliare con un bisturi può essere un’operazione chirurgica o può essere un omicidio).

[3] «La moralità dell’atto umano dipende anzitutto e fondamentalmente dall’oggetto ragionevolmente scelto dalla volontà deliberata» (Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor , 78).

[4] Cfr. ibidem , 78 e 79.

[5] Ibidem , 80; cfr. Catechismo , 1756. Il Concilio Vaticano II fa diversi esempi: gli attentati alla vita umana , come «ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario»; gli attentati all’integrità della persona umana , come «le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito»; gli attentati alla dignità umana , come «le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni del lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, ancor più inquinano coloro che così si comportano, che non quelli che le subiscono, e ledono grandemente l’onore del Creatore» (Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes , 27).

Paolo VI, in riferimento alle pratiche contraccettive, ha insegnato che non è mai lecito «fare oggetto di un atto positivo della volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali» (Paolo VI, Enc. Humanae vitae , 25-VII-1968, 14).

[6] Queste teorie non affermano che «si può fare un male per ottenere un bene», ma che non si può dire che vi siano comportamenti che sono sempre cattivi, perché ciò dipende in ogni caso dalla “proporzione” tra beni e mali, o dalle “conseguenze” (cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor , 75).

Per esempio, un proporzionalista non sosterrebbe che “si può fare una truffa per un fine buono”, ma esaminerebbe se ciò che si fa è o non è una truffa (se ciò che si è “oggettivamente scelto” è una truffa o no), tenendo conto di tutte le circostanze e dell’intenzione. Alla fine potrebbe dire che non è truffa ciò che in realtà lo è, e potrebbe così giustificare questa azione (come qualunque altra).

[7] L’oggetto morale si riferisce a ciò che la volontà vuole con l’atto concreto (per esempio: uccidere una persona, dare una elemosina), mentre l’intenzione si riferisce al perché lo vuole (per esempio: per riscuotere un’eredità, per fare bella figura di fronte agli altri o per aiutare un povero).

[8] Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor , 78.

[9] Per esempio, un servizio fatto a qualcuno persegue il fine di aiutare il prossimo, ma può essere ispirato allo stesso tempo dall’amore di Dio come fine ultimo di tutte le nostre azioni, oppure può essere fatto per interesse personale o per soddisfare la vanità (cfr. Catechismo , 1752).

[10] «Accade con frequenza che l’uomo agisca con buona intenzione, ma senza profitto spirituale perché gli manca la buona volontà. Per esempio, uno ruba per aiutare i poveri: in questo caso, sebbene l’intenzione sia buona, manca la rettitudine della volontà perché le opere sono cattive. In conclusione, la buona intenzione non autorizza a fare un’opera cattiva. “Alcuni dicono: facciamo il male affinché venga il bene. Costoro sì che meritano la propria condanna” ( Rm 3, 8)» (San Tommaso d’Aquino, In duo praecepta caritatis: Opuscula theologica , II, n. 1168).

[11] In altre parole, perché un atto libero si ordini al vero fine ultimo, si richiede:

a) che sia, in se stesso, ordinabile al fine: è la bontà oggettiva (cioè per l’ oggetto ) dell’atto morale;

b) che sia ordinabile al fine nelle circostanze di luogo, tempo, ecc., in cui si compie;

c) che la volontà del soggetto lo ordini effettivamente al vero ultimo fine: è la bontà soggettiva (cioè per l’ intenzione ).

[12] «Per esempio, un incidente provocato da una ignoranza del codice stradale» ( Catechismo , 1736). Se si ignorano – volontariamente, colpevolmente – le norme elementari del codice stradale, si può dire che indirettamente si desiderano le conseguenze di tale ignoranza.

[13] Per esempio, chi prende una compressa per curarsi il catarro, sapendo che gli darà anche una certa sonnolenza, quello che vuole direttamente è curarsi il catarro, e indirettamente il sonno. In sostanza, gli effetti indiretti di un’azione non “sono voluti”, ma si tollerano e si permettono in quanto inevitabilmente uniti a ciò che si ha bisogno di fare.

[14] Di conseguenza, la colpa è la responsabilità da noi contratta dinanzi a Dio nel peccare, rendendoci meritevoli di castigo.

[15] Cfr. Concilio di Trento: DS 1546.

[16] Quando il cristiano opera bene, «l’azione paterna di Dio precede con la sua ispirazione, mentre il libero agire dell’uomo viene dopo nella sua collaborazione, così che i meriti delle opere buone devono essere attribuiti innanzitutto alla grazia di Dio, poi al fedele» ( ibidem ).