“Un consiglio alle famiglie: leggano i resoconti della stimolante catechesi del Papa”

“La celebrazione di questo Anno Mariano mi è sembrato un modo di assecondare il Papa, che insistentemente chiede preghiere a tutti i cristiani per i frutti del prossimo Sinodo sulla famiglia”, afferma il Prelato dell’Opus Dei in una recente intervista a Paraula, il settimanale diocesano di Valencia.

Interviste
Opus Dei - “Un consiglio alle famiglie: leggano i resoconti della stimolante catechesi del Papa”

Lo scorso aprile, il prelato dell'Opus Dei, monsignor Javier Echevarría, ha aperto a Valencia il ciclo Dialoghi di Teologia Almudí con una conferenza sul suo predecessore alla guida dell'Opus Dei, il beato Álvaro del Portillo (Madrid, 1914 – Roma, 1994), e sul suo lavoro durante il Concilio Vaticano II come segretario della Commissione conciliare del clero. Alla conferenza era presente un gran numero di sacerdoti non soltanto di Valencia, ma anche delle diocesi di Segorbe-Castellón, Orihuela-Alicante e Murcia. Inoltre, religiose e laici si sono dati appuntamento nel bellissimo salone Alfonso il Magnanimo del Centro culturale de la Beneficència, in una riunione presieduta dall'arcivescovo di Valencia, cardinale Antonio Cañizares.

Don Javier, l'Opus Dei sta celebrando l'Anno mariano per la famiglia. Quando lo ha indetto, lei ha chiesto ai membri dell'Opus Dei di pregare la Madonna per le famiglie, unendosi in tal modo alle intenzioni di papa Francesco. In questa prospettiva, qual è l'attuale situazione della famiglia, le sue sfide principali? Per ciò che riguarda il Papa, che cosa si aspetta Lei dal prossimo Sinodo della Famiglia?

La celebrazione di questo Anno Mariano mi è sembrato un modo di assecondare il Papa, che insistentemente chiede preghiere a tutti i cristiani per i frutti del prossimo Sinodo sulla famiglia. È fonte di gioia constatare che molte famiglie si sentono amate da Dio e sono lo specchio dell'amore trinitario. Con l'impegno del padre e della madre, assai spesso eroico, diventano “focolari luminosi e lieti", come diceva san Josemaría. Inondano di affetto l'intera società. Però ve ne sono anche molte altre che sono in preda a gravi difficoltà o nelle quali la fanno da padroni l'indifferenza o l'egoismo. Mi piacerebbe, unendomi alle intenzioni del Papa, che il Sinodo fosse un riconoscimento e un ringraziamento per le prime, e un buon punto di appoggio per una trasformazione positiva delle seconde. Desidero anche che sia un momento nel quale le famiglie si rendano conto di essere Chiesa e che tutta la Chiesa le accompagna nel loro andare.

Se in quest'anno di grazia, tra i due Sinodi, riusciremo – con l'aiuto di Dio – a provocare una corrente di attenzione verso le famiglie più indigenti e a ridurre, sia pure in piccola misura, il numero di quelle che attraversano serie difficoltà, avremo ottenuto qualcosa di molto importante per la Chiesa, per la società nel suo complesso e per il bene delle persone. In questa logica, vorrei consigliare alle famiglie di leggere i resoconti della stimolante catechesi del Papa sulla figura del padre e della madre, dei nonni e degli altri parenti, dei fratelli e dei figli.

Al momento, che bilancio può fare dell'Anno Mariano per la famiglia?

I bilanci su questioni spirituali sono difficili da fare: la Madonna sa come presentare al Signore le continue e innumerevoli preghiere, la generosa e copiosa offerta del dolore da parte dei malati, le tante sofferenze – a livello mondiale – offerte per la medesima intenzione, le migliaia e migliaia di visite ai santuari mariani (penso a tutte le persone che qui a Valencia avranno pregato la Mare de Déu dels Desamparats per questa intenzione)... e anche, dappertutto, le tante catechesi e le tante riflessioni sulla famiglia: secondo la prospettiva antropologica, filosofica, teologica, pastorale. Prego i fedeli e i cooperatori dell'Opus Dei di fare essi stessi un proprio bilancio personale: di esaminare fino a che punto il loro approfondimento del vangelo della famiglia li sta inducendo ad amare la fedeltà coniugale e a essere generosi; ma anche di aiutare le tante coppie di sposi che stanno attraversando particolari difficoltà, in molti casi rese più acute – non dimentichiamolo – dalla crisi economica globale.

Nella sua conferenza a Valencia per i “Dialoghi di Teologia Almudí" lei ha accennato alla figura del suo predecessore alla guida dell'Opus Dei, il beato Álvaro del Portillo, nel suo ruolo di segretario della Commissione conciliare del clero. Che ricordi conserva di lui? Che cosa metterebbe in evidenza della sua persona?

Era sufficiente scambiare due parole con don Álvaro per riempirsi di pace. Era un uomo, un sacerdote, un vescovo di grande umanità, con un sorriso e una bontà che, sin dal primo momento, annullavano le distanze: era impossibile non sentirsi amato, rispettato, compreso... Penso che nel suo carattere c'era una certa predisposizione a questa speciale empatia, ma soprattutto era evidente che il suo atteggiamento, limpidamente accogliente, rifletteva lo stile del Vangelo, che aveva imparato da Gesù anche attraverso l'esempio di san Josemaría.

Di questo modo di essere e di agire del beato Álvaro hanno dato testimonianza molti Padri conciliari che hanno avuto rapporti con lui, o si sono semplicemente incontrati con lui, durante le sessioni del Vaticano II

Lei è stato anche uno stretto collaboratore del fondatore dell'Opus Dei. Che cosa ci può dire di san Josemaría Escrivá? Qual è il suo messaggio più stimolante per i nostri tempi?

Il decreto della Santa Sede sulle sue virtù eroiche lo descrive come un “contemplativo itinerante", un uomo, un sacerdote, che invitava tutti a cercare Dio mentre si è in cammino, ogni giorno, nelle circostanze più comuni, che non debbono essere di ostacolo ma l'occasione per incontrare il Signore, che ci ama infinitamente uno per uno.

Un aspetto era evidente per me: consigliava quello che egli stesso viveva. Sono stato testimone, per molti anni, della sua lotta personale per avvicinarsi sempre più al Signore, come un innamorato che vuole ricambiare con tutto il suo amore chi lo ama: tutti i giorni, nelle attività importanti e in quelle che sembra che non lo siano, nelle cose difficili e in quelle facili, servendo gli altri con una gioia contagiosa.

“La santità consiste nel cercare la presenza di Dio – il rapporto continuo con Lui – con l'orazione e con il lavoro, che si fondono in un dialogo perseverante con il Signore", ripeteva in molti modi. Il suo messaggio non si limitava prima di tutto e soltanto a un invito all'azione, a fare..., ma ad amare.

I “Dialoghi di Teologia Almudí" ruotano quest'anno, a 50 anni dal Decreto “Presbyterorum ordinis", intorno al Concilio Vaticano II e al sacerdozio. Qual è, secondo lei, lo stato attuale del sacerdozio, soprattutto in Europa, dove esistono problemi come la diminuzione del numero di vocazioni? Come rivitalizzare la chiamata al presbiterato?

I problemi esistono, ma ritengo che i documenti conciliari e il magistero dei papi e di molti vescovi stanno aiutando le nuove generazioni ad accedere al sacerdozio con desiderio di santità e di servizio, anche se tutti desideriamo che i frutti siano maggiori. La notizia – gradita a Dio e agli uomini di buona volontà – è che in non pochi Paesi è in aumento il numero dei sacerdoti e dei seminaristi.

San Josemaría si domandava: “Vogliamo essere di più?", e subito rispondeva: “Cerchiamo di essere migliori!". Se noi vescovi per primi e poi i sacerdoti cercano di raggiungere la santità con uno zelo maggiore; se il popolo cristiano prega di più per noi e per le vocazioni; se abbiamo la magnanimità e il coraggio di proporre a molte anime la prospettiva di seguire Cristo; se nelle famiglie, nelle scuole e in altre istituzioni, specialmente quelle tipiche della pastorale giovanile, si opera una profonda iniziazione cristiana... nonostante tutto – l'ambiente relativista ed edonista, il materialismo che aggredisce il mondo –, il Signore delle messi non dimenticherà di inviare operai alle sue messi. Lo ha promesso Lui, purché noi glielo chiediamo con opere e in verità.

Proprio qui, a Valencia, si sono preparati tanti e tanto numerosi gruppi di sacerdoti, che poi hanno prestato servizio anche in altre Chiese particolari... Questo è un chiaro segno di speranza ai nostri giorni.

Per ciò che riguarda i laici, e ricordando la chiamata universale alla santità proclamata nel Vangelo e tanto diffusa a opera di san Josemaría, dobbiamo puntare di più su una loro maggiore partecipazione alla vita della Chiesa, come ha ribadito anche il Concilio? In quali aspetti? Come riuscirci?

Come lei sa, l'ultimo Concilio, e anche i Romani Pontefici, sia i precedenti sia papa Francesco, hanno insistito con grande forza sulla missione apostolica dei fedeli laici, perché sono chiamati a dare un contributo importantissimo alla nuova evangelizzazione. È chiaro che alcuni collaboreranno nelle istituzioni ecclesiali, ma l'attività specifica dei laici si compie lì dove stanno le loro aspirazioni, il loro lavoro, i loro amori, come spiegava san Josemaría; è quello il luogo del loro incontro quotidiano con Dio. La loro missione specifica – ha ricordato il Concilio – è la vivificazione cristiana delle realtà temporali. Ai fedeli laici compete in primo luogo, pertanto, forse più che ai sacerdoti o ai religiosi, stimolare lo sviluppo di una cultura, di una legislazione, ecc., che sia coerente con la dignità della persona umana.

Naturalmente, in questo grande panorama dell'animazione cristiana di tutto ciò che è temporale, c'è anche la sfida di andare incontro alla povertà e alla ingiustizia, perché, senza sottovalutare il grande lavoro che fanno in questo campo i sacerdoti e i religiosi, questo costituisce una esigenza tipica dei laici, spronati dalla loro coscienza della dignità dell'uomo e dalla professionalità che è una loro caratteristica.

Questo periodo sta diventando importante anche nell'Opus Dei per il fatto che lei ha nominato un vicario ausiliare per essere aiutato nella direzione dell'Opera. Quattro mesi dopo questa decisione, qual è la sua valutazione su come stanno andando le cose?

La figura del vicario ausiliare era stata prevista da san Josemaría, e lo scorso dicembre, dopo aver chiesto luci a Dio, mi è sembrato che fosse arrivato il momento di metterla in atto. Come stanno andando le cose? Ringrazio Dio di potermi avvalere dell'aiuto di un vicario ausiliare. L'Opera lavora stabilmente in 69 paesi e continua a estendersi, e anche se sto bene in rapporto alla mia età, il vicario ausiliare rappresenta un nuovo stimolo per poter seguire tutto questo lavoro. Ho, comunque, bisogno di molte preghiere, come tutti coloro che abbiamo questo tipo di responsabilità pastorale. Chiedo ai suoi lettori di accompagnare con la loro preghiera filiale il Cardinale Arcivescovo, mio fratello e amico, e di pregare anche per me.

Intervista di Eduardo Martínez, in paraula.org.