Chi parla con i pastori?

Il tempo di Natale è un’occasione per ritornare con il cuore alla grotta di Betlemme. Vi proponiamo una riflessione di don Mario Filippa sul ruolo dei pastori nella scena evangelica. Buon Natale a tutti!

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«Vi ricordate di quando eravamo piccoli? Con quale allegria sapevamo preparare il presepe, con le sue montagne di sughero, le sue case minuscole e tutte quelle statuine intorno alla stalla in cui Dio volle nascere! (...) Con maggiore aspettativa che nei giorni della nostra infanzia avremo quindi preparato il presepe nell’intimità della nostra anima»[1].

Grazie a un nonno napoletano e amante del bricolage, la preparazione del presepe è uno dei più bei ricordi della mia infanzia. Il paradosso di oggi è che spesso non si ha tempo di fare il presepe, ma poi se ne trascorre molto in negozi pensati appositamente per ospitarci giornate intere.

E, ironia della vita, qualcuno di noi comprerà lì un presepe già fatto. Io invito tutti a trovare il tempo per farlo insieme in famiglia, possibilmente coinvolgendo bambini e anziani della casa. Perché se dal nonno ho imparato ad amare il presepe, da san Josemaría ho imparato che può e deve essere occasione di contemplazione, aiuto a meditare le scene del Vangelo. E, prendendo spunto dal Vangelo di Luca (2,8-20), proviamo a farlo un po’ anche adesso.

Sembra che Dio ami fare così: tratta gli ultimi con speciale predilezione e li eleva al rango di testimoni, di apostoli, di... angeli!

Nel presepe ci sono i pastori. Tanti pastori. Perché loro «andarono, senza indugio» e dissero di aver visto angeli pirotecnici che davano gloria a Dio e promettevano «pace agli uomini che egli ama». E dato che lì intorno, nei campi, non c’erano altri, avevano pensato che magari gli angeli si riferissero a loro, che forse erano proprio loro “gli uomini che Dio ama”.

«Quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori», magari anche con un pizzico di invidia (di quella buona, di chi apprezza e desidera i doni di Dio), perché invece lì alla grotta c’era “solo” una giovane coppia e un neonato in una mangiatoia. Niente intrattenimenti musicali di cori celesti. Nemmeno un angelo presentatore.

Soprattutto stupiva ricevere informazioni così importanti («Oggi è nato un Salvatore, che è Cristo Signore») dai pastori. Chi ci parla con i pastori? Al massimo la trattativa necessaria per l’acquisto di un agnello per Pasqua. E adesso sono portatori di un messaggio divino: delegati degli angeli! C’era proprio di che stupirsi.

«Oggi è nato un Salvatore, che è Cristo Signore»

Mi dicono di una mendicante abituale davanti a una certa chiesa della mia città. Per i più è solo una vecchietta povera. Per chi me ne parla è madre premurosa (più giovane di quel che sembra) e donna di grande fede capace di trasmettere ottimismo e saggezza ai suoi interlocutori. Le sue preghiere sono preziose, come pure i suoi consigli.

Il Vangelo non dice che ci fossero angeli presso la grotta di Betlemme: nel presepe li mettiamo per esigenza di sintesi. Gli angeli furono un esclusivo privilegio riservato ai pastori. Sembra che Dio ami fare così: tratta gli ultimi con speciale predilezione e li eleva al rango di testimoni, di apostoli, di... angeli! E noi dobbiamo riconoscere gli appelli di Dio che ci arrivano dai bisognosi, dai malati, dai bambini, dai lavoratori più umili.

Il mio presepe vantava anche un castello di Erode (opera del bisnonno, credo). Lo piazzavamo lontano e in alto: Erode non sentì l’annuncio dei pastori. Se scendiamo dal castello della nostra superbia ci stupiremo dei tanti angeli travestiti da pastori presenti nella nostra vita.

Don Mario Filippa


[1] San Josemaría, “La alegría de servir a Dios”; in En diálogo con el Señor, pag. 381, 1b, edizioni RIALP, Madrid 2017.