Educare al pudore (I): gli anni della fanciullezza

Il senso del pudore si risveglia nella persona man mano che scopre la propria intimità. Il rispetto che ognuno deve avere per se stesso si impara soprattutto in famiglia. Alcuni suggerimenti in quest’articolo.

Vita familiare
Opus Dei - Educare al pudore (I): gli anni della fanciullezza Foto: Nunurix

Che cos’è il pudore? In prima istanza, è un sentimento di vergogna che induce a non manifestare agli altri tutto ciò che riguarda la nostra intimità. Per molti si tratta semplicemente di una difesa più o meno spontanea dall’indecenza, e non mancano coloro che lo confondono con la bigotteria.

Tuttavia questa concezione appare limitata. È facile rendersene conto se consideriamo che dove non c’è personalità né intimità, il pudore è superfluo. Gli animali non ce l’hanno.

Inoltre, non riguarda soltanto le cose cattive o indecenti; esiste anche un pudore delle cose buone, una vergogna naturale a mostrare i doni che si sono ricevuti.

Il pudore, considerato come sentimento, ha un valore inestimabile, perché significa che ci rendiamo conto di avere una intimità e non soltanto una esistenza pubblica; oltre a questo esiste un’autentica virtù del pudore che affonda le radici in questo sentimento e che permette all’uomo di scegliere quando e come manifestare se stessi alle persone che possono accettarlo e comprenderlo come merita.

Il valore della propria intimità

Il pudore ha un profondo valore antropologico: difende l’intimità dell’uomo o della donna – la parte di loro di maggior valore – per poterla rivelare nella misura adeguata, nel momento più conveniente, in modo corretto, nel contesto propizio.

In caso diverso, la persona sarebbe esposta a essere trattata male o, quanto meno, a non essere tenuta nella dovuta considerazione. Anche a se stessi il pudore è indispensabile per avere e conservare la propria autostima, aspetto essenziale dell’amore per il proprio io.

Si può dire che «con il pudore l’essere umano manifesta quasi “istintivamente” il bisogno dell’affermazione e dell’accettazione di questo “io” secondo il suo giusto valore»[1]. La mancanza di pudore dimostra che la propria intimità è considerata poco originale o poco rilevante, sicché niente del suo contenuto merita di essere riservato ad alcune persone ed escluso per le altre.

Foto: Jenn Dufrey.

La bellezza del pudore

Il termine “pudore” – tanto se lo intendiamo come sentimento che come virtù – può essere utilizzato in diversi ambiti. Il suo significato più preciso si riferisce alla salvaguardia del corpo; in un senso più ampio riguarda altri aspetti dell’intimità – per esempio, quello della manifestazione delle proprie emozioni –; nell’un caso e nell’altro il pudore, in sostanza, custodisce il mistero della persona e del suo amore[2].

Come principio generale si può dire che il pudore ha lo scopo di fare in modo che gli altri riconoscano in noi ciò che abbiamo di più personale. Per ciò che si riferisce al corpo, questo richiede che si fissi l’attenzione su quello che può comunicare ciò che è esclusivo e proprio di ogni persona (il volto, le mani, lo sguardo, i gesti...). Sulla stessa linea, il vestito deve essere al servizio di questa capacità di comunicazione e deve essere l’espressione dell’immagine che ognuno di noi ha di se stesso e il rispetto che nutre per gli altri. L’eleganza e il buon gusto, la pulizia e la cura della propria persona appaiono così come le prime manifestazioni di pudore, che chiede (ed esprime) rispetto a coloro che ci frequentano. Per la stessa ragione la poca virtù in questo campo porta facilmente alla rozzezza e alla negligenza nella pulizia personale. In varie occasioni il prelato dell’Opus Dei ha esortato a «vivere e difendere il pudore, contribuendo a creare e diffondere una moda che rispetti la dignità, protestando nel caso di imposizioni che non rispettano i valori di un’autentica bellezza»[3].

Qualcosa di simile accade con l’aspetto più spirituale: questa virtù mette ordine nella nostra intimità, secondo la dignità delle persone e i legami esistenti fra loro[4]. Avere considerazione per l’intimità, propria e altrui, permette di farsi conoscere nella giusta misura nei diversi contesti di donazione o di rispetto in cui ci muoviamo. In tal modo si umanizzano le relazioni personali perché ognuna di esse acquista caratteristiche diverse; questo non soltanto rende più attraente la propria personalità, ma, man mano che si condividono nuove sfere di intimità, permette il piacere della vera amicizia.

Nell’educazione del pudore, pertanto, non si può fare a meno di avvertire il senso eminentemente positivo di questa virtù. «Il pudore, elemento fondamentale della personalità, si può considerare – sul piano educativo – come la coscienza vigilante a difesa della dignità dell’uomo e dell’amore autentico»[5]. Quando si spiega qual è il senso profondo del pudore – salvaguardare la propria intimità, per poterla offrire a chi può apprezzarla veramente –, è più facile accettare e interiorizzarne le conseguenze pratiche. L’obiettivo, allora, non consisterà tanto nel fatto che i giovani osservino in questo campo determinati criteri di condotta, ma che apprezzino il pudore e lo assumano come qualcosa che sta alla radice della struttura dell’essere personale.

Foto: Xosé Castro.

L’esempio dei genitori e l’ambiente familiare

Come sappiamo bene, il buon esempio è sempre un elemento essenziale nell’attività educativa. Se i genitori – e altre persone adulte che abitano in casa, come i nonni – sanno vivere con pudore, i figli capiranno che le manifestazioni di delicatezza e di pudore sono l’espressione della dignità dei diversi componenti della famiglia. Per esempio, i genitori possono e devono mostrare davanti ai bambini il loro affetto reciproco, ma sapendo riservare certe effusioni ai momenti di intimità. In tal senso san Josemaría ricordava l’ambiente di famiglia che avevano creato i suoi genitori: E non si scambiavano moine; qualche volta un bacio. Abbiate pudore davanti ai figli[6]. Non si tratta di nascondere l’amore dietro una maschera di freddezza, ma di mostrare ai figli la necessità dell’eleganza, che non ha nulla a che vedere con l’affettazione.

Non finiscono qui, naturalmente, le manifestazioni di un sano pudore. La confidenza che si ha in una famiglia non è incompatibile con lo stare in casa in modo coerente con la propria dignità. Una rilassatezza nel portamento o nel vestire, oppure un uso prolungato della vestaglia o un cambiamento d’abito fatto davanti ai figli, finisce con l’abbassare il tono umano di una famiglia e porta alla sciatteria. Occorre fare particolare attenzione nella stagione calda, perché il clima, i tessuti più leggeri, e forse anche il fatto di essere in vacanza, aprono le porte alla trascuratezza. Non c’è dubbio che ogni momento e ogni luogo richiedono un abbigliamento adeguato, ma il decoro può essere comunque mantenuto. Può darsi che questo modo di fare contrasti, a volte, con il clima generale, ma perciò è necessario che la vostra formazione sia tale da essere voi a condizionare, con naturalezza, il vostro ambiente, dando “il vostro tono” alla società nella quale vivete[7].

Se il pudore si riferisce, soprattutto, alla manifestazione dell’intimità, è logico che la sua educazione debba comprendere il campo dei pensieri, dei sentimenti o delle intenzioni. Per questo l’esempio in casa si deve estendere al modo in cui si ha cura dell’intimità propria e di quella altrui. Per esempio, è poco educativo che le conversazioni familiari si basino sulle confidenze di altri o alimentino pettegolezzi. Oltre alle eventuali mancanze di giustizia che tale comportamento potrebbe provocare, questo tipo di commenti può indurre i figli a ritenersi autorizzati a intromettersi nell’intimità altrui.

Analogamente, è importante stare attenti a ciò che entra in casa attraverso i mezzi di comunicazione. Dato l’argomento di cui ci occupiamo, l’ostacolo principale non è soltanto ciò che è indecente: è chiaro che questo deve essere sempre evitato. Più confuso può apparire il modo in cui alcuni programmi televisivi o certe riviste fanno commercio e spettacolo della vita delle persone. Certe volte ciò avviene in un modo invadente, contrario all’etica della professione giornalistica; altre volte sono gli stessi protagonisti che agiscono in modo immorale e si prestano a soddisfare curiosità frivole o addirittura morbose. I genitori cristiani debbono trovare il sistema di non far entrare in casa questa “tratta dell’intimità”. Occorre saper spiegare i motivi di questo modo di fare: il rispetto e il diritto alla sacrosanta libertà di essere se stessi, di non esibirsi, di conservare un giusto e delicato riserbo circa le proprie gioie, i propri dolori e le pene di famiglia[8]. La scusa che solitamente addotta in questi casi – il diritto all’informazione o il consenso dei protagonisti – ha i suoi limiti: quelli che derivano dalla dignità della persona. Non è mai morale danneggiarla ingiustamente, anche nel caso in cui sia lo stesso interessato a farlo.

Foto: Riley Alexandra.

Sin da piccoli

Il senso del pudore si risveglia nell’uomo man mano che egli va scoprendo l’intimità personale. I bambini piccoli, invece, spesso si lasciano dominare da una sensazione momentanea; per questo, in un ambiente confidenziale o di gioco, non è difficile che trascuri il pudore, magari senza neanche accorgersene. Ecco perché durante la prima infanzia l’attività educativa deve concentrarsi nel consolidare alcuni abiti che più avanti faciliteranno lo sviluppo di questa virtù. Conviene, per esempio, che imparino al più presto a lavarsi e a vestirsi da sé. E, ancor prima di avere raggiunto questo obiettivo, bisogna fare in modo che in quei momenti il bambino non venga visto dai fratelli. Tutti devono anche abituarsi, se possibile, a chiudere la porta della camera quando si cambiano e a chiudersi a chiave nel bagno.

Sono cose di buon senso – che forse stiamo dimenticando in una società dalle abitudini piuttosto naturaliste –, che perseguono il fine di formare un po’ per volta una serie di abiti che vengono assimilati e che in seguito favoriranno le autentiche virtù. Per questo, se qualche volta il piccolo si presenta o scorazza per casa senza badare al pudore, non bisogna drammatizzare, ma neppure mettersi a ridere allegramente, cosa che si potrà fare in sua assenza. Conviene, invece, correggerlo con affetto e spiegargli che non si è comportato bene. Nel campo dell’educazione, tutto ha importanza, anche se certe cose in sé possano sembrare insignificanti o siamo convinti che a quell’età non significano nulla.

Nello stesso tempo i bambini devono imparare a rispettare l’intimità degli altri; nascono egocentrici, e solo gradatamente vanno “scoprendo” che gli altri non vivono per loro e meritano di essere trattati come a loro piacerebbe essere trattati. Questi graduali passi avanti possono essere concretizzati in parecchi dettagli: insegnare loro a chiedere il permesso – e, naturalmente, aspettare la risposta – prima di entrare in una camera; spiegare loro che devono uscire dalla stanza quando sono invitati a farlo perché i più grandi vogliono parlare da soli. È utile anche contenere il loro desiderio di esplorare – caratteristico dei bambini piccoli – gli armadi e altre cose personali degli abitanti della casa. Così andranno abituandosi ad apprezzare l’ambito privato degli altri e, contemporaneamente, a scoprire il proprio; e si getteranno le basi perché, crescendo, siano capaci non soltanto di rispettare le persone per quello che sono – figli di Dio –, ma anche di possedere essi stessi quel bel pudore che riserva le cose profonde dell’anima all’intimità tra l’uomo e suo Padre Dio, tra il bambino che deve provare a essere del tutto un cristiano e la Madre che lo stringe sempre fra le sue braccia[9].

J. De la Vega   (2012)

[1] Beato Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 19-XII-1979.

[2] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2522.

[3] Mons. Javier Echevarría, Incontro pubblico di catechesi a Las Palmas de Gran Canaria, 7-II-2004.

[4] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2521.

[5] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti educativi sull’amore umano, n. 90.

[6] Predicazione orale di san Josemaría, citata da Salvador Bernal in “Mons. Josemaría Escrivá”, ed. Ares, Milano 1977, p. 29.

[7] Cammino, n. 376.

[8] È Gesù che passa, n. 69.

[9] San Josemaría, Articolo La Virgen del Pilar ne “El libro de Aragón”, CAMP, Saragozza 1976, pubblicato anche in www.sanjosemaria.info