Esempi di fede (VII): san Pietro e il cammino della fede

Continua la serie di articoli sulla virtù della fede. L’apostolo Pietro è un esempio di discepolo di Cristo che chiede, dubita, combatte e ottiene la fede.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Esempi di fede (VII): san Pietro e il cammino della fede

Abbiamo già riflettuto sulla vita della Vergine Santissima come modello di fede per ogni cristiano, perché la sua esistenza è stata sempre orientata a Dio e a rendere operativa la di Lui volontà. Inoltre, «custodendo ogni ricordo nel suo cuore (cfr Lc 2,19.51), lo trasmise ai Dodici riuniti con lei nel Cenacolo per ricevere lo Spirito Santo (cfr At 1,14; 2,1-4)»[1]. Incoraggiati dall'esempio e dalla vicinanza della Madonna, gli apostoli seppero dare una coraggiosa e fruttuosa testimonianza di fede, diffondendo il Vangelo nel mondo intero.

Tuttavia, fu prima necessario per gli apostoli percorrere un lungo cammino e maturare nella fede. Finché stavano assieme al Signore su questa terra, la loro generosità – avevano lasciato tutto per seguire Gesù – era compatibile con una fede debole oppure eccessivamente umana, cosa di cui in certe circostanze il Signore li rimproverò[2]. Concentriamo ora la nostra attenzione sugli apostoli e, in particolare, su san Pietro, capo del collegio apostolico, accompagnandolo nel suo percorso verso la maturità della fede. Sarà una nuova occasione per accogliere il perenne invito «a un'autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo»[3].

Il cammino della fede

Leggiamo nel Vangelo che, dopo la moltiplicazione dei pani, il Signore ordina agli apostoli “di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla"[4]. Gli apostoli, allora, salgono su una barca e cominciano la traversata del mare di Tiberiade, lasciando indietro il Signore, che rimane a pregare. Il racconto evangelico enfatizza questa separazione che avviene tra Gesù e i discepoli: “la barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario"[5].

Non è difficile immaginare la confusione di sentimenti che doveva regnare nel cuore degli apostoli. Erano stati presenti, poche ore prima, a un grande prodigio: dare da mangiare a più di cinquemila persone soltanto con cinque pani e due pesci. E il miracolo era avvenuto nelle loro stesse mani, mentre distribuivano il poco cibo che avevano: era bastato obbedire a Gesù. Ma la gioia e l'euforia per quell'evento erano svanite presto. Ora, poche ore dopo, gli apostoli erano rimasti senza Gesù e dovevano far fronte a una tempesta.

Gesù, apparentemente, è lontano. San Giovanni Crisostomo commenta questo passo affermando che, lasciandoli andare avanti da soli, Gesù vuole suscitare “nei suoi discepoli un maggior desiderio e un continuo ricordo di Se stesso"[6]. Vuole che capiscano che la lontananza fisica è soltanto una lontananza apparente, perché Egli vuole – e può! – stare sempre vicino ai suoi discepoli. E per questo, “verso la fine della notte Egli venne verso di loro camminando sul mare"[7]. Com'era possibile una cosa simile? “Chi poteva camminare sul mare se non Colui che è il creatore dell'universo? Colui di cui anticamente lo Spirito Santo aveva dato l'annuncio per bocca del beato Giobbe: “Egli solo distese la terra e cammina sulle onde dei mari"[8]. Quelli della barca si spaventano e cominciano a gridare “è un fantasma"[9]: non si aspettano l'apparizione; ancora non sanno che Egli vuole e può stare accanto a loro, in qualunque posto si trovino. Gesù allora li tranquillizza: “Coraggio, sono io, non abbiate paura"[10].

La negazione di san Pietro (Caravaggio, 1610)

È in quel momento che si manifesta il carattere di Pietro. Nell'ascoltare quelle parole, chiede di fare qualcosa che gli è impossibile per natura: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque"[11]. La richiesta contrasta con il panico che si era scatenato poco prima sulla barca, e dimostra l'amore e la fede del principe degli apostoli. Vuole andare al più presto vicino al Signore. Gesù, accoglie questo desiderio e lo invita: “Vieni!"[12]. Ecco ciò di cui Dio ha bisogno da parte nostra: un cuore pronto, desideroso. Anche se è debole. Come accade con tutte le cose meravigliose che Dio fa a favore degli uomini, si accontenta del nostro poco, come era accaduto con i pani e i pesci.

L'apostolo vuole raggiungere il Signore al più presto, vuole sentirsi al sicuro con Lui, ma non sa molto bene ciò che chiede. Il suo amore lo induce a buttarsi in acqua, e comincia a camminare: ma subito dopo permette che il timore s'impossessi del suo cuore e comincia ad affondare[13]. A che cosa è dovuto il cambiamento del suo atteggiamento? Perché spaventarsi vedendo che Gesù mantiene la parola e sta camminando sul mare? Il vangelo ci dice che la paura nacque “per la violenza del vento"[14], quanto basta per dubitare di poter rimanere in piedi sul mare in burrasca. Pietro teme di cadere e di affogare; un timore che può sembrare assurdo visto che, in realtà, sta facendo qualcosa d'impossibile. È come se Pietro perdesse di vista che il miracolo è possibile unicamente perché Gesù lo ha chiamato, che è Lui a sostenerlo e a permettergli di camminare sulle acque. Ha bisogno di altre sicurezze, anche di essere capace di resistere, e che la sua forza naturale sia sufficiente per resistere al vento. E quando prende coscienza che tale fiducia è infondata, non crede più alla parola di Gesù e comincia ad affondare.

Nella vita del cristiano, una parte importante del cammino verso la maturità nella fede sta nell'imparare a fidarsi soltanto della parola di Gesù, senza lasciarci ridimensionare dalla consapevolezza dei propri limiti: “Hai visto? Con Lui, ce l'hai fatta! Di che cosa ti meravigli? Convinciti: non c'è nulla da meravigliarsi. Confidando in Dio – confidando davvero! –, le cose risultano facili. E, inoltre, si supera sempre il limite che si era immaginato"[15], perché è Lui che fa le cose “prima, più e meglio!"[16].

Tuttavia, malgrado i suoi dubbi, Pietro ci dà una lezione: la sua fede e la sua fiducia possono essere appannate dal timore delle circostanze, ma fa un ultimo sforzo per lanciarsi nelle braccia di Gesù: “Signore, salvami!"[17]. E Gesù risponde all'istante, lo afferra, lo fa salire sulla barca[18], «fa ritornare la calma sul mare. E tutti rimangono pieni di stupore»[19]. È lo stupore che si prova di fronte alle meraviglie di Dio; il gioioso stupore che ci coglie quando sentiamo di essere oggetto dell'azione della grazia e dello Spirito Santo. Pertanto, come ci insegna il Papa, davanti al peccato, alla nostalgia e alla paura, è necessario «guardare il Signore, contemplare il Signore»: «siamo deboli, ma dobbiamo essere coraggiosi nella nostra debolezza»[20], perché il Signore ci aspetta sempre. “A Gesù basta un sorriso, una parola, un gesto, un po' di amore per riversare copiosamente la sua grazia nell'anima dell'amico"[21]. Appena ci rendiamo conto della nostra debolezza, rivolgiamoci al Signore: “Stendi dall'alto la tua mano, scampami e salvami dalle grandi acque"[22].

Senza scoraggiarci

Pietro ha ricevuto una lezione. Ha dubitato e nello stesso tempo ha scoperto che il suo amore e la sua fede non sono così forti come pensava. Solamente con queste lezioni l'apostolo potrà conoscersi meglio e rendersi conto che il suo amore è imperfetto, che ancora pensa troppo a se stesso: “I primi Apostoli, quando il Signore li chiamò, stavano accanto alla vecchia barca e alle reti rotte, a rammendarle. Il Signore disse loro di seguirlo; ed essi, «statim» – immediatamente, «relictis omnibus» – abbandonando ogni cosa, tutto!, lo seguirono... E capita talvolta che noi – che desideriamo imitarli – non abbandoniamo proprio tutto, e ci resta un attaccamento nel cuore, un errore nella nostra vita, che non vogliamo tagliare per offrirlo al Signore"[23].

Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?"[24]. Malgrado i limiti evidenti degli uomini, Cristo stimola, con la sua presenza, con le sue parole e con le sue opere, l'amore e la fede di coloro che poi invierà dappertutto nel mondo. A Cesarea di Filippo, Pietro confessa chiaramente che Gesù è il Messia promesso e che è il Figlio di Dio: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente"[25]. Ma è bene considerare che «quando confessò la sua fede in Gesù, non lo fece per le sue capacità umane, ma perché era stato conquistato dalla grazia che Gesù sprigionava, dall'amore che sentiva nelle sue parole e vedeva nei suoi gesti: Gesù era l'amore di Dio in persona!»[26].

Tuttavia, la confessione di Pietro non significa che la sua fede fosse già perfetta. In realtà, vediamo che Pietro vuole allontanare Gesù dalla Passione[27], meritandosi così il rimprovero del Maestro. La vita di fede può crescere sempre. Pietro continuerà a lottare contro la paura, contro una concezione eccessivamente umana della sua missione, contro una certa ignoranza del valore della croce e della sofferenza. Cercherà perfino di indagare su una eventuale ricompensa per coloro che, come lui, avevano lasciato tutto per seguire il Signore[28], sul Tabor proverà spavento e, in seguito, addirittura, rinnegherà il Signore[29]. In tutti questi casi il Principe degli Apostoli saprà ritornare a Gesù. Accetterà i suoi rimproveri, cercherà il suo sguardo, confiderà nella sua misericordia. La fede è un cammino di umiltà, che comporta di «affidarsi a un amore misericordioso che sempre accoglie e perdona, che sostiene e orienta l'esistenza, che si mostra potente nella sua capacità di raddrizzare le storture della nostra storia»[30]. La fede è conoscenza autentica, luce che ci rende consapevoli anche della nostra piccolezza, e distrugge le false concezioni e gli auto-inganni. La fede ci rende umili e semplici: prepara la materia prima di cui Dio ha bisogno per farci santi, per aiutarlo a trasformare il mondo. E così, «Pietro deve imparare che è debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un pianto liberatorio di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione»[31].

Constatare la nostra personale debolezza e renderci conto che la nostra fede non è tanto forte quanto vorremmo, non deve preoccuparci. Il Signore vuole tutto il nostro cuore e non gli importa che sia debole. Dio si accontenta che gli diamo tutto quello che gli possiamo dare. In qualche modo potremmo pensare che è proprio questa l'ultima lezione che Gesù dà a san Pietro. Dopo la risurrezione, il Signore va incontro agli apostoli nei pressi del mare di Tiberiade. Lì domanda a Pietro per tre volte: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?"[32]. Le domande avranno ricordato all'apostolo la sua triplice negazione, e si sarà rattristato per l'insistenza di Gesù, come se non si fidasse più di lui. Ma alla fine capisce: a Gesù basta l'amore che Pietro è capace di dargli. Un amore forse imperfetto – anche se probabilmente fu molto più di ciò che possiamo immaginare, data la grandezza di cuore e di mente del pescatore di Galilea , però Dio si adatta, per così dire, alla capacità di amare che ognuno ha, ed è questo ciò che ci rende capaci di seguire Cristo sino alla fine.

«Da quel giorno Pietro ha “seguito" il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l'ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell'adesione iniziale, passando attraverso l'esperienza dolorosa del rinnegamento e il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d'amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta. È stato per Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone affidabile, “pietra" della Chiesa, perché costantemente aperto all'azione dello Spirito di Gesù»[33]. Ricorriamo ogni giorno a San Pietro, con più fede e ammirazione, affinché interceda per noi: Sancte Petre, ora pro nobis!

J. Yániz



[1] Benedetto XVI, Motu proprio Porta fidei, 11-X-2011, n. 13.

[2] Cfr. Mt 6, 30; 8, 26; 16, 8; 17, 20; Lc 12, 28.

[3] Benedetto XVI, Motu proprio Porta fidei, 11-X-2011, n. 6.

[4] Mt 14, 22-23.

[5] Mt 14, 24.

[6] San Giovanni Crisostomo, In Matthaeum homiliae, 50, 1.

[7] Mt 14, 25.

[8] Cromazio di Aquileia, In Matthaei Evangelium tractatus, 52, 2.

[9] Mt 14, 26.

[10] Mt 14, 27.

[11] Mt 14, 28.

[12] Mt 14, 29.

[13] Cfr. Mt 14, 30.

[14] Mt 14, 30.

[15] San Josemaría, Solco, n. 123.

[16] San Josemaría, Solco, n. 462.

[17] Mt 14, 30.

[18] Cfr. Mt 14, 31-32.

[19] Papa Francesco, Omelia, 2-VII-2013.

[20] Papa Francesco, Omelia, 2-VII-2013.

[21] San Josemaría, Via Crucis, V stazione.

[22] Sal 143 [144].

[23] San Josemaría, Forgia, n. 356.

[24] Mt 8, 27.

[25] Mt 16, 16.

[26] Papa Francesco, Angelus, 29-VI-2013.

[27] Cfr. Mt 16, 22.

[28] Cfr. Mt 19, 27.

[29] Cfr. Mt 26, 33-35.

[30] Papa Francesco, Lettera enc. Lumen fidei, 29-VI-2013, n. 13.

[31] Benedetto XVI, Udienza generale, 24-V-2006.

[32] Gv 21, 15.

[33] Benedetto XVI, Udienza generale, 24-V-2006.