Gli “aspiranti” nell’Opus Dei

Nella Prelatura dell’Opus Dei si parla di aspiranti per riferirsi alle persone minorenni che, dopo aver compiuto quattordici anni e mezzo, desiderando rispondere a una chiamata del Signore, hanno manifestato la volontà di incorporarsi alla Prelatura una volta raggiunta l’età prevista.

Dall'Opus Dei

L’impegno della Prelatura dell’Opus Dei verso i giovani

La missione per cui è stata costituita la Prelatura dell’Opus Dei consiste sostanzialmente nel fornire gli aiuti opportuni affinché numerosi uomini e donne possano raggiungere la santità nella vita ordinaria; essa riguarda ogni tipo di persone, senza distinzione di cultura o di professione. La Prelatura, quindi, svolge attività formative anche per i giovani, impegno di particolare importanza perché consiste nello stimolare nei giovani le virtù che permetteranno loro di diventare cristiani maturi. Gli insegnamenti di san Josemaría sulla necessità della preghiera personale, che rifugge dall’anonimato, li aiutano ad affrontare le decisioni della vita con libertà e responsabilità.

Fra i molti ragazzi o ragazze che prendono parte alle attività organizzate dalla Prelatura, qualcuno può comprendere che Dio lo chiama a dedicargli la vita proprio attraverso l’Opus Dei. San Giovanni Paolo II si riferiva in questi termini alla scoperta in gioventù della propria vocazione: «La comunità cristiana è custode e messaggera di questa risposta, perché inviata dal suo Signore a svelare all’adolescente e al giovane il senso ultimo dell’esistenza, orientandolo così verso la scoperta della propria vocazione nel vissuto quotidiano. Ogni vita, infatti, si manifesta come vocazione da conoscere e da seguire, perché un’esistenza senza vocazione non potrà mai essere autentica» [1] . Non ci si può dunque meravigliare che Dio voglia far presente a grandi linee a una persona il disegno da Lui predisposto per la sua vita, anche quando è ancora molto giovane. È un fatto che si è verificato spesso nella storia del popolo di Israele e della Chiesa: santi chiamati sin da molto giovani a servire Dio in un percorso specifico.

Numerose testimonianze di questa storia millenaria dimostrano che la giovinezza è il momento più idoneo per intraprendere presto un’esistenza orientata coerentemente verso una meta precisa. Infatti, negli incontri con i giovani, i Sommi Pontefici li hanno sempre incoraggiati a scoprire la chiamata del Signore: «Che cosa vuole Dio da me? [...] Se è sorta questa preoccupazione, lasciatevi portare dal Signore e offritevi come volontari al servizio di Colui che “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” ( Mc 10, 45). La vostra vita raggiungerà una pienezza inaspettata» [2] .

Più recentemente, Papa Francesco ha invitato i giovani a essere audaci per compiere la missione della Chiesa: «Cari giovani, il Signore ha bisogno di voi! Anche oggi chiama ciascuno di voi a seguirlo nella sua Chiesa e ad essere missionari. Cari giovani, il Signore oggi vi chiama! Non al mucchio! A te, a te, a te, a ciascuno. Ascoltate nel cuore quello che vi dice. (...) Cari giovani, per favore, non “guardate dal balcone” la vita, mettetevi in essa, Gesù non è rimasto nel balcone, si è immerso, non “guardate dal balcone” la vita, immergetevi in essa come ha fatto Gesù» (Francesco, Veglia di preghiera con i giovani, Rio de Janeiro, 27-VII-2013).

Il discernimento della chiamata divina all’Opus Dei. Il ruolo della Chiesa e dei genitori

L’intenzione di far parte dell’Opus Dei presuppone la volontà di impegnarsi per tutta la vita. Come qualunque risposta a una chiamata di Dio, si tratta di un atto volontario da compiere in piena libertà e coscienza. Naturalmente, prima di prendere una decisione del genere, occorre un sufficiente discernimento; si richiede, in primo luogo, sincerità di condotta e il rapporto personale con Dio; inoltre, a causa della natura dell’uomo e della dimensione ecclesiale dell’esistenza cristiana, la prudenza esige che in una materia tanto importante si chieda consiglio a chi è in condizioni di darlo.

La Chiesa, che è Madre, nel compiere la sua missione di mediatrice tra Dio e gli uomini, ha stabilito alcuni criteri per fare in modo che le decisioni che impegnano la vita intera siano prese con la massima prudenza e in piena libertà. Riguardo all’età, per legge universale, la Chiesa ha fissato ai diciotto anni la maggiore età, cioè il momento nel quale il fedele acquista la piena capacità di operare [3] . Contemporaneamente, la Chiesa non ignora la natura dell’uomo e la possibilità che i giovani hanno di impegnarsi con Dio o di prendere decisioni personali di grande importanza. Per questa ragione, la legge canonica universale riconosce il diritto fondamentale dei fedeli a contrarre matrimonio a partire dai quattordici anni per la donna e i sedici per l’uomo, sebbene, tenendo conto di altri fattori, nella maggioranza delle nazioni sia richiesta un’età superiore per la liceità nell’ambito civile [4] . Sulla base della legge universale, la Chiesa riconosce parimenti il diritto dei minorenni che hanno compiuto quattordici anni di interrogare e di rispondere personalmente in un giudizio ecclesiastico, senza il consenso dei genitori o del tutor, nelle cause spirituali e simili [5] .

La Santa Sede ha stabilito negli Statuti della Prelatura dell’Opus Dei [6] che vi si possono incorporare soltanto i fedeli che hanno raggiunto la maggiore età, cioè che hanno già compiuto i diciotto anni, anche se un anno e mezzo prima – a partire dai sedici anni e mezzo – possono già chiedere l’ammissione in modo da acquisire la necessaria preparazione previa all’incorporazione giuridica [7] . Poiché è possibile che una persona, anche se più giovane, si renda conto che il progetto divino sulla sua vita sia quello di far parte dell’Opus Dei, la Santa Sede ha anche previsto negli Statuti dell’Opera, che questi fedeli possono chiedere l’ammissione come “aspiranti”. Questo è permesso dai quattordici anni e mezzo.

D’altra parte, per essere aspirante o per chiedere l’ammissione prima dei 18 anni, si segue la norma di prudenza di richiedere sempre il permesso esplicito dei genitori. Costoro, avendo conoscenza dei propri figli e con la loro esperienza di vita, possono e debbono aiutarli a discernere bene, con realismo, la chiamata divina. Senza dimenticare la propria missione di collaboratori di Dio, i genitori cristiani cercano di rispettare la coscienza dei figli, senza avere la pretesa di scavalcarli con le proprie opinioni o con i propri progetti. In tal senso, appare logico che i genitori accolgano con gratitudine la vocazione dei figli e facciano di tutto per assecondarla con le preghiere e con l’affetto, perché è segno che la loro famiglia è diventata una vera Chiesa domestica [8] , dove lo Spirito Santo promuove i suoi carismi.

È chiaro che il compito educativo dei genitori nei confronti dei figli aspiranti rimane pienamente valido e, come per gli altri giovani, continua ad avere una grande importanza. I figli, da parte loro, sono consapevoli che il desiderio di comportarsi secondo lo spirito dell’Opus Dei li induce a mettere un maggior impegno nel compiere i doveri familiari e nel cercare di essere figli esemplari.

La situazione degli aspiranti all’Opus Dei

L’aspirante è un ragazzo o una ragazza che ha manifestato liberamente la propria volontà di incorporarsi – una volta raggiunta l’età richiesta – alla Prelatura dell’Opus Dei come numerario o numeraria, aggregato o aggregata (cioè, secondo la condizione dei fedeli che hanno una maggiore disponibilità per le attività apostoliche dell’Opus Dei e che per questo vivono il celibato). Un aspirante non appartiene alla Prelatura dell’Opus Dei, ma cerca di comportarsi, in accordo con la sua età, secondo le esigenze che comporta la vocazione all’Opus Dei e ne riceve doni e beni spirituali; inoltre contribuisce a incrementarli con le sue opere buone.

L’aspirante – come abbiamo già detto – non è vincolato giuridicamente alla Prelatura e non contrae nessun obbligo con essa quando fa la richiesta di ammissione come aspirante. Questi giovani ricevono l’aiuto spirituale e pastorale proprio dell’Opus Dei, che si traduce in una formazione cristiana, profonda e intensa, adatta alla loro età, che li invoglia a cercare di vivere con coerenza la fede cristiana. Vengono aiutati a cercare la santità e a fare apostolato nella situazione in cui si trovano; si insegna loro con esempi concreti a comportarsi come buoni figli, buoni fratelli e buoni amici; si raccomanda loro di studiare con impegno, offrendo a Dio il lavoro, e di coltivare le virtù umane (laboriosità, lealtà, generosità, allegria, ecc.), come base per le virtù soprannaturali. In tal modo approfondiscono la conoscenza e la pratica dello spirito e delle modalità apostoliche dell’Opus Dei, e inoltre, con l’assistenza della direzione spirituale, crescono nella conoscenza di se stessi e maturano nella propria decisione.

Se l’aspirante lo desidera, arrivato ai sedici anni e mezzo può chiedere l’ammissione all’Opus Dei. Se decide di non essere più aspirante, niente impedisce che continui a partecipare alle attività formative. Non avrà mai il significato di un fallimento per nessuno il fatto che la vocazione cristiana all’Opus Dei non fosse il progetto divino per la sua vita. Al contrario, Dio si è servito di quel tempo per donargli una formazione umana e spirituale che gli sarà utile per sempre e per dargli la possibilità di esercitarsi nelle virtù che dovrà praticare in ogni ambiente e circostanza.

Eduardo Baura

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[1] Giovanni Paolo II, Messaggio per la XXXII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni , 18-X-1994.

[2] Benedetto XVI, Discorso nell’incontro con i volontari della XXVI Giornata Mondiale della Gioventù, 21-VIII-2011.

[3] Cfr. il can. 97 del Codice di Diritto Canonico (CIC) e il canone 909 § 1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (CCEO).

[4] Cfr. can. 1083 del CIC e can. 800 del CCEO.

[5] Cfr. can. 1478 § 3 e can. 1136 § 3 del CCEO.

[6] Cfr. n. 20.

[7] Cfr. Incorporazione all’Opera [8] Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium , n. 11.

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