L’intimità nel matrimonio: felicità per gli sposi e apertura alla vita (II)

L’atto coniugale è il linguaggio con il quale gli sposi si dicono l’un l’altro: ‘Io ti amo incondizionatamente, fedelmente, per sempre e con tutto il mio essere’. Lo spiega questo articolo sull’amore umano.

Amore umano
Opus Dei - L’intimità nel matrimonio: felicità per gli sposi e apertura alla vita (II)

1. L’espressione e la perfezione dell’amore coniugale negli atti propri dei coniugi

Il matrimonio, come unione coniugale, è ordinato al reciproco aiuto interpersonale dei coniugi e alla procreazione, accettazione ed educazione dei figli. Le forze istintive, emotive e razionali che sono presenti nella dimensione sessuale dei coniugi si ordinano e divengono degne della persona umana e dell’amore coniugale, quando sono compiute e governate dalle caratteristiche essenziali dell’amore e dell’unione coniugale: nel contesto di un amore indissolubilmente fedele e aperto alla vita. In tal senso, nell’unione coniugale si ha anche una scuola dell’inclinazione sessuale nella quale non c’è posto per il libertinaggio.

L’atto coniugale è l’atto proprio e specifico della vita coniugale. È il modo tipico con il quale i coniugi si esprimono come “una sola carne”[1], e arrivano a conoscersi reciprocamente nella loro condizione specifica di coniugi. È l’atto nel quale i coniugi si comunicano, di fatto, la reciproca donazione che hanno confermato verbalmente nel contrarre il matrimonio; è il linguaggio con il quale i coniugi si dicono l’un l’altro: ‘io ti amo incondizionatamente, fedelmente, per sempre e con tutto il mio essere. Mi impegno a formare con te una famiglia’.

L’unione sessuale è un atto di donazione, e dunque è un gesto esclusivamente coniugale. Comporta il preliminare impegno matrimoniale e la decisione reale di esprimere e realizzare ogni relazione coniugale come un atto di autentica donazione, in cui ogni coniuge cerchi prima e soprattutto il bene e la soddisfazione dell’altro[2]. In questo contesto, è cosa normale e buona che fra i coniugi ci sia una dimostrazione dell’amore che li unisce e li rende felici per il fatto di stare insieme. Queste dimostrazioni di amore sono molto diverse e intime, sono un dono di Dio e del coniuge. Soltanto per giusti motivi sarebbe accettabile, in una relazione coniugale, fare a meno di questo tipo di unione tra i coniugi.

Però l’intimità fisica non soltanto è uno dei mezzi più alti per esprimere amore e unità: è anche il modo con cui i figli arrivano nella famiglia. “L’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio è una maniera di imitare, nella carne, la generosità e la fecondità del Creatore”[3]; per questo è bella e sacra. Come spazio dell’azione creatrice di Dio nella trasmissione della vita, l’unione dei coniugi deve essere segno dell’amore di Dio.

Di conseguenza, “gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano e arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi”[4]. L’atto coniugale non soltanto è moralmente buono ma, quando è assistito dalla carità, è santo e fonte di santificazione per le persone sposate[5]. È una conseguenza diretta della dottrina del matrimonio come cammino di santità. In questo contesto, san Josemaría affermava: “Quello che il Signore chiede loro è il rispetto reciproco, la mutua lealtà, un comportamento improntato a delicatezza, a naturalezza, a modestia. Vi dirò anche che i rapporti coniugali sono decorosi quando sono prova di vero amore e, quindi, sono aperti alla fecondità, ai figli”[6].

L’atto coniugale servirà alla realizzazione del bene dei coniugi se è veramente coniugale; sarà così, se è espressione della mutua donazione che, come elementi essenziali, comporta: l’atteggiamento di apertura alla paternità o alla maternità; il rispetto per la persona dell’altro e la padronanza dei propri istinti, i quali devono essere convogliati in modo tale che il desiderio non dia origine a una schiavitù, ma lasci la libertà necessaria per potersi donare all’altro. Questa è una delle ragioni per le quali la castità è in elemento indispensabile della verità dell’amore coniugale[7].

2. La castità: virtù degli innamorati

“La castità – dice il Catechismo – è una virtù morale. Essa è anche un dono di Dio”[8]. Una virtù da coltivare e un dono che ci viene dato gratuitamente: è un dono e un compito. Nella vita coniugale la sessualità dev’essere vissuta attraverso la castità. La castità come virtù di stato richiederà, nel caso delle persone sposate, un comportamento conforme alla sua realtà vitale: cercare il bene del coniuge, praticare la fedeltà coniugale ed essere aperti al dono della vita.

Vivere la castità vuol dire vivere pienamente l’amore[9]. Alcune volte gli sposi possono considerare la chiamata a essere casti e puri come qualcosa che potrebbe limitare il loro affetto: fin dove possiamo arrivare? Che cosa permette la Chiesa e che cosa proibisce? La verità è che la castità nella vita coniugale non consiste in un no a certe cose. Anche se esclude certi comportamenti che non sono degni, essa è soprattutto un radicale, profondo e semplice all’altro[10]. È l’attenzione premurosa dell’amore unico ed esclusivo verso l’altro.

La castità non è disprezzo né rifiuto della sessualità o del piacere sessuale, ma una forza interiore e spirituale che libera la sessualità dagli elementi negativi (egoismo, aggressività, sopraffazione, mercificazione dell’altro, narcisismo, lussuria, violenza...) e la promuove alla pienezza dell’amore autentico. È la virtù che permette di padroneggiare questa dimensione dell’uomo[11].

La castità richiede l’acquisizione del dominio di sé, che è una pedagogia della libertà umana. La castità coniugale permette agli sposi di inserire i sentimenti, gli affetti e le passioni in un bene superiore che li libera dall’egoismo e li rende capaci di amare veramente, rispettandosi a vicenda. In altre parole, la castità è la valorizzazione della sessualità come affettività impegnata, fedele, leale e rispettosa della situazione di ciascuno[12].


3. Aiutarsi l’un l’altro: l’intimità coniugale

Non poche persone confondono l’intimità coniugale con le relazioni maritali, però l’autentica intimità è molto più di questo: è quella relazione che mantiene forte e unito il rapporto tra i coniugi, è la profonda unione tra due persone che si amano[13]. L’intimità coniugale richiede la donazione reciproca e in essa si manifesta; va dalle differenze, e anche dalle discussioni su alcuni particolari aspetti della vita quotidiana, fino ai momenti in cui uno confida i sentimenti più intimi, quelli che non condividerebbe con nessun altro. Perché questa intimità esista, i coniugi debbono creare insieme un ponte di unione profondo – costituito da pilastri di conoscenza reciproca, di fiducia, di dialogo, di generosità, di rispetto, di ammirazione, di comprensione, di attrazione fisica, di tenerezza, di senso dell’humour, di vicinanza, ecc. –, che è possibile attraversare quando i due esseri si desiderano e si amano incondizionatamente.

I coniugi che vivono questa intimità generosamente cercano un’unione più completa e profonda di tutto il loro essere, dei loro corpi, delle loro menti e dei loro spiriti. Entrambi i coniugi coltivano il desiderio di profonda intesa, di conoscersi e di donarsi reciprocamente. Questi coniugi condividono passione, sentimenti ed emozioni, fanno programmi e insieme prendono decisioni; in poche parole, hanno una vita in comune, una vita che è di entrambi, e questo li rende unici e rende unica la loro relazione coniugale. È una intimità coniugale che trascende i coniugi e li porta a formare una famiglia nella quale si ha un’apertura alla vita e si cerca anche di essere socialmente fecondi.

Tutti i fini si richiedono l’un l’altro e, se si vogliono ottenere pienamente ed equilibratamente, occorre cercarli tutti, insieme e armonicamente, senza artificiose contraddizioni. Nello stesso tempo, è bene avere chiaro che il reciproco aiuto non è un mezzo per ottenere altri fini, ma è un fine in se stesso. Marito e moglie non soltanto si completano e si aiutano nel generare ed educare i figli, ma si completano anche riguardo a se stessi in quanto ognuno è il bene dell’altro.

“Il matrimonio cristiano non è una semplice istituzione sociale, né tanto meno un rimedio alle debolezze umane: è un’autentica vocazione soprannaturale [...]. Gli sposi sono chiamati a santificare il loro matrimonio e a santificare se stessi in questa unione. Commetterebbero perciò un grave errore se edificassero la propria condotta spirituale volgendo le spalle alla famiglia o al margine di essa. La vita familiare, i rapporti coniugali, la cura e l’educazione dei figli, lo sforzo economico per sostenere la famiglia, darle sicurezza e migliorarne le condizioni, i rapporti con gli altri componenti della comunità sociale: sono queste le situazioni umane più comuni che gli sposi cristiani devono soprannaturalizzare”[14].

Javier Escrivá Ivars




[1] Cfr. Gn 2, 24.

[2] Ecco perché ogni atto contrario alla fedeltà ed esclusività coniugale costituisce un gravissimo attentato all’essere proprio dei coniugi.

[3] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2335.

[4] Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, n. 49.

[5] Cfr. san Josemaría, Amici di Dio, n. 184.

[6] È Gesù che passa, n. 25. Lo stesso si può dire sull’uso del matrimonio quando si sa che, per cause estranee alla volontà dei coniugi, la procreazione non avviene.

[7] Cfr. A. Sarmiento, El matrimonio cristiano, p. 387.

[8] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2345. Inoltre il Catechismo spiega che: “La virtù della castità è strettamente dipendente dalla virtù cardinale della temperanza, che mira a far condurre dalla ragione le passioni e gli appetiti della sensibilità umana” (n. 2341). Ma, in che cosa consiste realmente la castità? Il Catechismo dice che: “La castità esprime la positiva integrazione della sessualità nella persona e conseguentemente l’unità interiore dell’uomo nel suo essere corporeo e spirituale” (n. 2337). Questa virtù “richiede l’acquisizione del dominio di sé, che è pedagogia per la libertà umana” (n. 3339).

[9] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2331-2391.

[10] Cfr. Pontificio Consiglio per la Famiglia, Sessualità umana: verità e significato (8-XII-1995); idem, Vademecum per i confessori su alcune questioni di morale coniugale (12-II-1997).

[11] Non si tratta di un esercizio ascetico di rinuncia; essenzialmente, è un dono di Dio. Sicuramente comporta una lotta, come ogni virtù morale; però è grazia che lo Spirito Santo concede nel battesimo e nel sacramento del matrimonio (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2345). Da qui la necessità assoluta dell’orazione umile per chiedere a Dio la virtù della castità.

[12] “Ogni battezzato è chiamato alla castità. Il cristiano si è ‘rivestito di Cristo’ (Gal 3, 27), modello di ogni castità. Tutti i credenti in Cristo sono chiamati a condurre una vita casta secondo li loro particolare stato di vita. Al momento del Battesimo il cristiano si è impegnato a vivere la sua affettività nella castità” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2348).

[13] Cfr. Erich Fromm, L'arte di amare, Mondadori.

[14] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 23.