TEMA 9. L’Incarnazione

È la dimostrazione per eccellenza dell’Amore di Dio verso gli uomini, perché la Seconda Persona della Santissima Trinità – Dio – si fa partecipe della natura umana in unità di persona.

Riassunti di fede cristiana
Opus Dei - TEMA 9. L’Incarnazione

1 . L’opera dell’Incarnazione

L’assunzione della natura umana di Cristo da parte della Persona del Verbo è opera delle tre Persone divine. L’Incarnazione di Dio è l’Incarnazione del Figlio, non del Padre, né dello Spirito Santo. Ciò nonostante, l’Incarnazione fu opera di tutta la Trinità. Proprio per questo nella Sacra Scrittura a volte la si attribuisce a Dio Padre ( Eb 10, 5; Gal 4, 4), al Figlio stesso ( Fil 2, 7) o allo Spirito Santo ( Lc 1, 35; Mt 1, 20). Si sottolinea così che l’opera dell’Incarnazione fu un unico atto, comune alle tre Persone divine. Sant’Agostino spiegava che «il fatto che Maria concepisse e desse alla luce è opera della Trinità, giacché le opere della Trinità sono inseparabili» [1] . Si tratta infatti di un’azione divina ad extra , i cui effetti si trovano fuori di Dio, nelle creature, pertanto sono opera comune delle tre Persone, in quanto uno e unico è l’Essere divino, unico il potere infinito di Dio (cfr. Catechismo , 258).

Nell’incarnazione del Verbo Dio agisce con libertà; avrebbe potuto decidere che non ci fosse l’incarnazione del Verbo o che s’incarnasse un’altra delle Persone divine. Tuttavia, dire che Dio è infinitamente libero non significa che le sue decisioni siano arbitrarie o negare che l’amore sia il motivo del suo agire. Per questo i teologi cercano di solito le ragioni di convenienza che si possono scorgere nelle decisioni divine, così come si manifestano nell’attuale economia della salvezza. Cercano soltanto di mettere in evidenza la meravigliosa sapienza e coerenza esistente in tutta l’opera di Dio, e non una eventuale necessità di Dio.

2. La Vergine Maria, Madre di Dio

La Vergine Maria è stata predestinata ad essere Madre di Dio da tutta l’eternità così come l’Incarnazione del Verbo: «Nel mistero di Cristo ella è presente già “prima della creazione del mondo”, come colei che il Padre ‘ha scelto’ come Madre del suo Figlio nell’Incarnazione, ed insieme al Padre l’ha scelta il Figlio, affidandola eternamente allo Spirito di santità» [2] . La scelta divina rispetta la libertà di Maria, perché «volle il Padre delle misericordie che l’accettazione di colei che era predestinata a essere la Madre precedesse l’Incarnazione, perché così, come la donna aveva contribuito a dare la morte, la donna contribuisse a dare la vita (LG 56; cfr. 61)» ( Catechismo , 488). Perciò, fin dall’antichità, i Padri della Chiesa hanno visto in Maria la Nuova Eva.

«Per esser la Madre del Salvatore, Maria “da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande carica” (LG 56)» ( Catechismo , 490). L’arcangelo San Gabriele, al momento dell’Annunciazione, la saluta come «piena di grazia» ( Lc 1, 28). Prima che il Verbo si incarnasse, Maria era già, per la sua corrispondenza ai doni divini, piena di grazia. La grazia ricevuta da Maria la rende gradita a Dio e la prepara a essere la Madre verginale del Salvatore. Totalmente posseduta dalla grazia di Dio, poté dare il proprio libero assenso all’annunzio della sua vocazione (cfr. Catechismo , 490). «Così, dando il proprio assenso alla Parola di Dio, “Maria è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l’animo e senza essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente alla persona e all’opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del Mistero della Redenzione, sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente” (cfr. LG 56)» ( Catechismo , 494). «I Padri della Tradizione orientale sono soliti chiamare la Madre di Dio “la Tutta Santa” e la onorano come “immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura” (LG 56). Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza» ( Catechismo , 493).

Maria è stata redenta sin dal suo concepimento: «È quanto afferma il dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854: “La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale” (DS 2803)» ( Catechismo , 491). L’Immacolata Concezione manifesta l’amore gratuito di Dio, perché è stata una iniziativa di Dio e non un merito di Maria ma di Cristo. Infatti, «questi “splendori di una santità del tutto singolari” di cui Maria è “adornata fin dal primo istante della sua concezione” (LG 56), le vengono interamente da Cristo: ella è “redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo” (LG 53)» ( Catechismo , 492).

Santa Maria è Madre di Dio: «Infatti, colui che Maria ha concepito come uomo per opera dello Spirito Santo e che è diventato veramente suo Figlio secondo la carne, è il Figlio eterno del Padre, la seconda Persona della Santissima Trinità. La Chiesa confessa che Maria è veramente Madre di Dio (cfr. DS 252) » ( Catechismo , 495). Sicuramente non ha generato la divinità, ma il corpo umano del Verbo, al quale si unì immediatamente la sua anima razionale, creata da Dio come tutte le altre, dando così origine alla natura umana che in quello stesso istante fu assunta dal Verbo.

Maria è stata sempre Vergine. Sin dai primi tempi la Chiesa confessa nel Credo e nella sua liturgia «celebra Maria come la […] “sempre Vergine” (cfr. LG 52)» ( Catechismo , 499; cfr. Catechismo , 496-507). Questa fede della Chiesa si riflette nell’antichissima formula: «Vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto». Fin dall’inizio «la Chiesa ha confessato che Gesù è stato concepito nel seno della Vergine Maria per la sola potenza dello Spirito Santo, ed ha affermato anche l’aspetto corporeo di tale avvenimento: Gesù è stato concepito “senza seme, per opera dello Spirito Santo” (Concilio Lateranense (649); DS 503) » (Catechismo, 496). Maria è stata vergine anche nel parto, perché «lo partorì (restando) intatta la sua verginità, così come con intatta verginità concepì […] Gesù Cristo, nato dal seno della Vergine a motivo di una nascita mirabile» [3] . «Infatti la nascita di Cristo “non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l’ha consacrata (LG 57)» ( Catechismo , 499). Maria è rimasta in perpetuo vergine dopo il parto. I Padri della Chiesa, nelle loro spiegazioni dei Vangeli e nelle loro risposte alle diverse obiezioni, hanno sempre affermato questa realtà, che dimostra la sua totale disponibilità e la donazione assoluta al disegno salvifico di Dio. Lo riassumeva San Basilio quando scrisse che «gli amanti di Cristo non vogliono sentir dire che la Madre di Dio, a un dato momento, non sia stata più vergine» [4] .

Maria è stata assunta in Cielo. «L’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria col suo corpo e con la sua anima, e dal Signore esaltata come la Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti e il vincitore del peccato e della morte» [5] . L’Assunzione della Santissima Vergine costituisce un’anticipazione della risurrezione degli altri cristiani (cfr. Catechismo , 966). La regalità di Maria si fonda sulla sua maternità divina e sulla sua associazione all’opera della Redenzione [6] . Il 1° novembre 1954 Pio XII istituì la festa di Santa Maria Regina [7] .

Maria è la Madre del Redentore. Per questo la sua maternità divina comporta anche la sua cooperazione alla salvezza degli uomini: «Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l’animo e senza essere ritardata da alcun peccato, la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente come la serva del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del mistero della Redenzione sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza» [8] . Questa cooperazione si manifesta anche nella sua maternità spirituale. Maria, nuova Eva, è vera madre degli uomini nell’ordine della grazia, perché coopera alla nascita alla vita della grazia e allo sviluppo spirituale dei fedeli: Maria «ha cooperato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo è stata per noi la Madre nell’ordine della grazia» [9] (cfr. Catechismo , 968). Maria è anche mediatrice e la sua mediazione materna, sempre subordinata all’unica mediazione di Cristo, è cominciata con il fiat dell’Annunciazione e perdura nel cielo, poiché «assunta in cielo, ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci i doni della salvezza eterna… Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice» [10] (cfr. Catechismo , 969).

Maria è figura e modello della Chiesa: «La Vergine Maria è il modello della fede e della carità per la Chiesa. “Per questo è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa” (LG 53) “ed è la figura […] della Chiesa” (LG 63)» ( Catechismo , 967). Paolo VI, il 21 novembre 1964, proclamò solennemente Maria Madre della Chiesa, per sottolineare esplicitamente la funzione materna che la Vergine esercita sul popolo cristiano [11] .

In base a tutto ciò che abbiamo esposto, si capisce che il culto della Chiesa per la Santissima Vergine è parte integrante del culto cristiano [12] . La Santissima Vergine «viene dalla Chiesa giustamente onorata con culto speciale. In verità dai tempi più antichi la Beata Vergine è venerata col titolo di “Madre di Dio”, sotto il cui presidio i fedeli pregandola si rifugiano in tutti i loro pericoli e le loro necessità […]. Questo culto […], sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione, prestato al Verbo incarnato come al Padre e allo Spirito Santo, e particolarmente lo promuove» [13] . Il culto a Santa Maria «trova la sua espressione nelle feste liturgiche dedicate alla Madre di Dio (cfr. SC 103) e nella preghiera mariana come il Santo Rosario» ( Catechismo , 971).

3. Figure e profezie dell’Incarnazione

Nel tema precedente abbiamo visto che, dopo il peccato dei nostri progenitori Adamo ed Eva, Dio non abbandonò l’uomo ma gli promise un Salvatore (cfr. Gn 3, 15; Catechismo , 410).

Dopo il peccato originale e la promessa del Redentore, Dio stesso prende ancora una volta l’iniziativa, stabilendo con gli uomini un’Alleanza: con Noè dopo il diluvio (cfr. Gn 9-10) e in seguito soprattutto con Abramo (cfr. Gn 15-17), al quale promise una grande discendenza, della quale avrebbe fatto un grande popolo, concedendogli una nuova terra e nel quale sarebbero state benedette tutte le nazioni. L’Alleanza si rinnovò poi con Isacco (cfr. Gn 26, 2-5) e con Giacobbe (cfr. Gn 28, 12-15; 35, 9-12). Nell’Antico Testamento l’Alleanza raggiunge la sua espressione più completa con Mosè (cfr. Es 6, 2-8; 19-34).

Un momento importante nella storia delle relazioni fra Dio e Israele fu la profezia di Natan (cfr. 2 Sam 7, 7-15), che annuncia che il Messia verrà dalla stirpe di Davide e regnerà su tutti i popoli, e non solo su Israele. Del Messia si dirà in altri testi profetici che la sua nascita avrà luogo a Betlemme (cfr. Mic 5, 1), che apparterrà alla stirpe di Davide (cfr. Is 11, 1; Ger 23, 5), che gli sarà imposto il nome di «Emmanuele», ossia, Dio con noi (cfr. Is 7, 14), che sarà chiamato «Dio potente, Padre per sempre, Principe della Pace» ( Is 9, 5), ecc. Oltre a questi testi che descrivono il Messia come re e discendente di Davide, ve ne sono altri che raccontano, anch’essi in modo profetico, la missione redentrice del Messia, chiamandolo Servo di Yahvé, servo dei dolori, il quale assumerà nel suo corpo la riconciliazione e la pace (cfr. Ef 2, 14-18): Is 42, 1-7; 49, 1-9; 50, 4-9; 52, 13-15; 53, 10-12. In un tale contesto è importante il passo di Dn 7, 13-14 sul Figlio dell’uomo, che misteriosamente, attraverso l’umiltà e l’abbassamento, supera la condizione umana e restaura il regno messianico nella sua fase definitiva (cfr. Catechismo , 440).

Le principali figure del Redentore nell’Antico Testamento sono l’innocente Abele, il sommo sacerdote Melchisedek, il sacrificio di Isacco, Giuseppe venduto dai fratelli, l’agnello pasquale, il serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto e il profeta Giona.

4. I nomi di Cristo

Sono molti i nomi e i titoli attribuiti a Cristo nel corso dei secoli dai teologi e dagli autori spirituali. Alcuni sono presi dall’Antico Testamento; altri dal Nuovo. Alcuni sono utilizzati o accettati da Gesù stesso; altri gli sono stati applicati dalla Chiesa nel corso dei secoli. Qui vedremo i nomi più importanti e abituali.

Gesù (cfr. Catechismo , 430-435), che in ebraico significa «Dio salva»: «Al momento dell’Annunciazione, l’angelo Gabriele dice che il suo nome proprio sarà Gesù, nome che esprime ad un tempo la sua identità e la sua missione» ( Catechismo , 430), vale a dire, Egli è il Figlio di Dio fatto uomo per salvare «il suo popolo dai suoi peccati» ( Mt 1, 21). «Il nome di Gesù significa che il Nome stesso di Dio è presente nella persona del Figlio suo (cfr. At 5, 41; 3 Gv 7), fatto uomo per l’universale e definitiva Redenzione dei peccati. È il nome divino che solo reca la salvezza (cfr. Gv 3, 18; At 2, 21), e può ormai essere invocato da tutti perché, mediante l’Incarnazione, Egli si è unito a tutti gli uomini» ( Catechismo , 432). «Il nome di Gesù è al centro della preghiera cristiana» ( Catechismo , 435).

Cristo (cfr. Catechismo , 436-440), che viene dalla traduzione greca del termine ebraico «Messia», che significa «unto». Diventa il nome proprio di Gesù «perché Egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che Egli aveva loro affidato» ( Catechismo , 436). Questo era il caso dei sacerdoti, dei re ed, eccezionalmente, dei profeti. Questo doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe inviato per instaurare definitivamente il suo Regno. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re (cfr. ibid .). «Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto (cfr. Gv 4, 25-26; 11, 27), ma non senza riserve, perché una parte dei suoi contemporanei lo intendevano secondo una concezione troppo umana (cfr. Mt 22, 41-46), essenzialmente politica (cfr. Gv 6, 15; Lc 24, 21)» ( Catechismo , 439).

Gesù Cristo è l’Unigenito di Dio, il Figlio unico di Dio (cfr. Catechismo , 441-445). La filiazione di Gesù rispetto a suo Padre non è una filiazione adottiva come la nostra, ma filiazione divina naturale, ossia, «la relazione unica ed eterna di Gesù Cristo con Dio suo Padre: egli è il Figlio unigenito del Padre (cfr. Gv 1, 14.18; 3, 16.18) ed è Dio Egli stesso (cfr. Gv 1, 1). Per essere cristiani si deve credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio (cfr. At 8, 37; 1 Gv 2, 23)» ( Catechismo , 454). «I Vangeli riferiscono in due momenti solenni, il battesimo e la trasfigurazione di Cristo, la voce del Padre che lo designa come il suo “Figlio prediletto” ( Mt 3, 17; 17, 5). Gesù presenta se stesso come “il Figlio unigenito di Dio” ( Gv 3, 16) e con tale titolo afferma la sua preesistenza eterna» ( Catechismo , 444).

Signore (cfr. Catechismo , 446-451): «Nella traduzione greca dei libri dell’Antico Testamento, il nome ineffabile sotto il quale Dio si è rivelato a Mosè (cfr. Es 3, 14), YHWH, è reso con “Kyrios” [“Signore”]. Da allora Signore diventa il nome abituale con il quale viene indicato il Dio di Israele. Il Nuovo Testamento utilizza in questo senso forte il titolo di “Signore” per il Padre, ma, ed è questa la novità, anche per Gesù, riconosciuto così egli stesso come Dio (cfr. 1 Cor 2, 8)» ( Catechismo , 466). «Attribuendo a Gesù il titolo divino di Signore, le prime confessioni di fede della Chiesa affermano, fin dall’inizio (cfr. At 2, 34-36), che la potenza, l’onore e la gloria dovuti a Dio Padre convengono anche a Gesù (cfr. Rm 9, 5; Tt 2, 13; Ap 5, 13), perché Egli è di “natura divina” ( Fil 2, 6) e che il Padre ha manifestato questa signoria di Gesù risuscitandolo dai morti ed esaltandolo nella sua gloria (cfr. Rm 10, 9; 1 Cor 12, 3; Fil 2, 9-11)» ( Catechismo , 449). La preghiera cristiana, liturgica o personale, è contrassegnata dal titolo «Signore» (cfr. Catechismo , 451).

5. Cristo è l’unico Mediatore perfetto tra Dio e gli uomini. È Maestro, Sacerdote e Re

«Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, nella unità della sua Persona divina; per questo motivo è l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini» ( Catechismo , 480). L’espressione più profonda del Nuovo Testamento circa la mediazione di Cristo si trova nella prima lettera a Timoteo: «Uno solo è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» ( 1 Tm 2, 5-6). Qui sono presentate la persona del Mediatore e l’azione del Mediatore. Nella lettera agli Ebrei, poi, Cristo è presentato come il mediatore di una Nuova Alleanza (cfr. Eb 8, 6; 9, 15; 12, 24). Gesù Cristo è mediatore perché è perfetto Dio e perfetto uomo, ma è mediatore nella e mediante la propria umanità. Questi testi del Nuovo Testamento presentano Cristo come profeta e rivelatore, come sommo sacerdote e come Signore di tutta la creazione. Non si tratta di tre ministeri diversi, ma di tre aspetti diversi della funzione salvifica dell’unico mediatore.

Cristo è il profeta annunciato nel Deuteronomio (18, 18). La gente considerava Gesù un profeta (cfr. Mt 16, 14; Mc 6, 14-16; Lc 24, 19). Lo stesso inizio della lettera agli Ebrei appare paradigmatico a tal riguardo. Ma Cristo è più che un profeta: Egli è il Maestro, vale a dire, colui che insegna con l’autorità che gli è propria, con una autorità sconosciuta fino ad allora, che lasciava sorpresi quelli che lo ascoltavano. Il carattere supremo degli insegnamenti di Gesù si fonda nel fatto che è Dio e uomo. Gesù non solo insegna la verità, ma Egli stesso è la Verità resa visibile nella carne. Cristo, Verbo eterno del Padre, «è la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre, il quale in Lui dice tutto, e non ci sarà altra parola che quella» ( Catechismo , 65). L’insegnamento di Cristo è definitivo, anche nel senso che, con esso, la Rivelazione di Dio agli uomini nella storia ha avuto il suo ultimo compimento.

Cristo è sacerdote. La mediazione di Gesù Cristo è una mediazione sacerdotale. Nella lettera agli Ebrei, che ha come tema centrale il sacerdozio di Cristo, Gesù Cristo è presentato come il Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza, «Sommo Sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek» ( Eb 5, 10; 6, 20), «santo, innocente, senza macchia» ( Eb 7, 26), «il quale, “con un’unica oblazione… ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati” ( Eb 10, 14), cioè con l’unico sacrificio della sua Croce» ( Catechismo , 1544). Come il sacrificio di Cristo – la sua morte sulla Croce – è unico per l’unità esistente fra il sacerdote e la vittima – di valore infinito –, così anche il suo sacerdozio è unico. Egli è l’unica vittima e l’unico sacerdote. I sacrifici dell’Antico Testamento erano figura di quello di Cristo e ricevevano valore proprio in quanto ordinati a quello di Cristo. Il sacerdozio di Cristo, sacerdozio eterno, è partecipato dal sacerdozio ministeriale e dal sacerdozio dei fedeli, che né si sommano né succedono a quello di Cristo (cfr. Catechismo , 1544-1547).

Cristo è Re. Lo è non solo in quanto Dio, ma anche in quanto uomo. La sovranità di Cristo è un aspetto fondamentale della sua mediazione salvifica. Cristo salva perché ha il potere effettivo per farlo. La fede della Chiesa afferma la regalità di Cristo e professa nel Credo che «il suo regno non avrà fine», ripetendo così ciò che l’Arcangelo Gabriele disse a Maria (cfr. Lc 1, 32-33). La dignità regale di Cristo era già stata annunciata nell’Antico Testamento (cfr. Sal 2, 6; Is 7, 6; 11.1-9; Dn 7, 14). Cristo, però, non ha parlato molto della propria regalità, perché fra gli israeliti del suo tempo era molto diffuso un concetto materiale e terreno del Regno messianico. Lo riconobbe in un momento particolarmente solenne quando, rispondendo a una domanda di Pilato, rispose: «Tu lo dici; io sono Re» ( Gv 18, 37). La regalità di Cristo non è metaforica, ma reale e comporta il potere di legiferare e di giudicare. E’ una regalità che si fonda sul fatto che è il Verbo incarnato e che è il nostro Redentore [14] . Il suo regno è spirituale ed eterno. È un regno di santità e giustizia, di amore, di verità e di pace [15] . «Cristo esercita la sua regalità attirando a sé tutti gli uomini mediante la sua Morte e la sua Risurrezione (cfr. Gv 12, 32). Cristo, Re e Signore dell’Universo, si è fatto il servo di tutti, non essendo “venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” ( Mt 20, 28)» ( Catechismo , 786).

«L’intero popolo di Dio partecipa a queste tre funzioni di Cristo e porta la responsabilità di missione e di servizio che ne derivano» ( Catechismo , 783).

6. Tutta la vita di Cristo è un mistero di Redenzione

Per ciò che si riferisce alla vita di Cristo, «il Simbolo della fede […] non parla che dei misteri dell’Incarnazione (concezione e nascita) e della Pasqua (passione, crocifissione, morte, sepoltura, discesa agli inferi, risurrezione, ascensione). Non dice nulla, in modo esplicito, dei misteri della vita nascosta e della vita pubblica di Gesù, ma gli articoli della fede concernenti l’Incarnazione e la Pasqua di Gesù illuminano tutta la vita terrena di Cristo» ( Catechismo , 512).

Tutta la vita di Cristo è redentrice e qualunque suo atto umano possiede un valore trascendente di salvezza. Anche negli atti più semplici e apparentemente meno importanti di Gesù c’è un efficace esercizio della sua mediazione fra Dio e gli uomini, perché sono sempre azioni del Verbo incarnato. Questa dottrina è stata compresa in un modo particolarmente profondo da San Josemaría, che ha insegnato a trasformare tutti le strade della terra in cammini divini di santificazione: «Giunge la pienezza dei tempi e per compiere questa missione […] nasce un bambino a Betlemme. È il Redentore del mondo; e ancor prima di parlare ama con le opere. Non ha nessuna formula magica, perché sa che la salvezza che offre deve passare attraverso il cuore dell’uomo. E affinché ci innamorassimo di Lui e sapessimo accoglierlo nelle nostre braccia, le sue prime azioni sono il sorriso e il pianto di un bambino, il sonno inerme di un Dio incarnato» [16] .

Gli anni della vita nascosta di Cristo non sono una semplice preparazione al suo ministero pubblico, ma autentici atti redentivi, orientati verso la consumazione del Mistero Pasquale. Ha una grande rilevanza teologica il fatto che per la maggior parte della sua vita Gesù abbia condiviso la condizione dell’immensa maggioranza degli uomini: la vita quotidiana di famiglia e di lavoro a Nazaret. Così Nazaret costituisce una lezione di vita familiare, una lezione di lavoro [17] . Cristo compie la nostra redenzione anche durante i molti anni di lavoro della sua vita nascosta, dando così tutto un senso divino, nella storia della salvezza, al lavoro quotidiano del cristiano e di milioni di uomini di buona volontà: «Gesù, che cresce e vive come uno di noi, ci rivela che l’esistenza umana, con le sue situazioni più semplici e più comuni, ha un senso divino» [18] .

José Antonio Riestra Bibliografia di base

Catechismo della Chiesa Cattolica, 484-570, 720-726, 963-975.

Benedetto XVI-Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret , Rusconi ed., Milano 2007, (Introduzione e cap. 10).

Letture raccomandate

J.L. Bastero de Eleizalde, María, Madre del Redentor , 2ª ed. EUNSA, Pamplona 2004.

M. Ponce Cuéllar, María, Madre del Redentor y Madre de la Iglesia , 2ª ed., Herder, Barcellona 2001.

F. Ocáriz – L.F. Mateo Seco – J.A. Riestra, Il mistero di Cristo , Apollinare Studi, Roma 1999.

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[1] Sant’Agostino, De Trinitate , 2, 5, 9; cfr. Concilio Lateranense IV, DS 801.

[2] Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris Mater , 25-III-1987, 8; cfr. Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus ; Pio XII, Bolla Munificentissimus Deus , AAS 42 (1950) 9768; Paolo VI, Es. Ap. Marialis cultus , 25; CIC, 488.

[3] San Leone Magno, Ep. Lectis dilectionis tuae , DS 291-294.

[4] San Basilio, In Christi generationem , 5.

[5] Concilio Vaticano II, Cost. Lumen Gentium , 59; cfr. la proclamazione del dogma dell’Assunzione della Beata Vergine Maria da parte di Papa Pio XII nel 1950, DS 3903.

[6] Cfr. Pio XII, Enc. Ad coeli reginam , 11-10-1954, AAS 46 (1954), 625-640.

[7] Cfr. AAS 46 (1954), 662-666.

[8] Concilio Vaticano II, Cost. Lumen Gentium , 56.

[9] Ibidem , 61.

[10] Ibidem , 62.

[11] Cfr. AAS 56 (1964), 1015-1016.

[12] Cfr. Paolo VI, Es. Ap. Marialis cultus , 56.

[13] Concilio Vaticano II, Cost. Lumen Gentium , 66.

[14] Cfr. Pio XI, Enc. Quas primas , 11-11-1925, AAS 17 (195) 599.

[15] Cfr. Messale Romano, Prefazio della Messa di Gesù Cristo Re dell’Universo .

[16] San Josemaría, È Gesù che passa , 36.

[17] Cfr. Paolo VI, Allocuzione a Nazaret , 5-1-1964, Insegnamenti di Paolo VI 2 (1964), 25.

[18] San Josemaría, È Gesù che passa , 14.