Una scuola per le zone colpite dallo tsunami in Thailandia

Farsi carico dei problemi degli altri, da Napoli alla Thailandia. La storia di Roberto, un cooperatore dell'Opus Dei.

Testimonianze
Opus Dei - Una scuola per le zone colpite dallo tsunami in Thailandia

Roberto ha 52 anni, metà dei quali trascorsi al fianco di Olimpia, sua moglie, «la donna più straordinaria che abbia mai conosciuto. Al mattino, al risveglio, la guardo e penso che la risposerei ogni giorno». Così parla Roberto, che di lavoro fa il consulente aziendale, e poi offre il suo tempo libero a chi ha più bisogno di aiuto, nella sua città di Napoli e non solo. Da qualche anno è cooperatore dell'Opus Dei, e l'incontro con l'Opera è tutt'altro che estraneo a tutto ciò che adesso raccontiamo.

Roberto ha una grande passione per i viaggi, con Olimpia sono sempre alla ricerca di nuovi posti da conoscere e visitare. Nel Natale del 2004, insieme ad un gruppo di amici, decisero di trascorrere le vacanze a Phuket, in Thailandia. «All'inizio non eravamo molto convinti della scelta – Olimpia era stanca e avrebbe preferito non spostarsi troppo – ma alcuni nostri amici hanno tanto insistito e, alla fine, abbiamo accettato». E così, il 26 dicembre del 2004, si sono trovati nel bel mezzo dello tsunami. «Abbiamo avuto subito la sensazione che sarebbe stata una vacanza 'particolare'. Appena arrivati ci siamo resi conto che l'albergo prenotato dall'Italia, quello bellissimo delle foto, di fronte al mare, in realtà non aveva camere disponibili. Siamo quindi stati costretti a cambiare albergo e optare per uno più distante dalla spiaggia». E proprio questo contrattempo li ha salvati. «Il mattino del 26 ci siamo svegliati con una fortissima scossa di terremoto. Ma, una volta passata, siamo andati a fare colazione e nessuno nel nostro albergo, più distante dal mare, sapeva ancora che cosa fosse successo a due passi da noi, al di là della strada che ci separava dalla costa. Olimpia aveva mal di testa, ed è tornata subito in camera, io, invece, le ho detto che sarei andato in spiaggia a rilassarmi un po'». Ed è stato a questo punto, subito dopo aver messo piede fuori dall'hotel, che Roberto si è reso conto di quello che era successo. «Mentre camminavo mi venivano incontro persone che urlavano, si disperavano, piangevano..i motorini sfrecciavano, ma io davvero non capivo cosa fosse…avevo pensato all'inizio che a causa della scossa che avevo avvertito poco prima potesse essere crollato qualche edificio..». Roberto cammina verso la spiaggia, si avvicina al lungomare, si ferma un attimo prima di scendere verso il bagnasciuga… “non avevo ancora messo i piedi sulla sabbia che mi ritrovo davanti una coppia, erano bagnati fradici. Lei aveva i capelli che le coprivano quasi completamente il volto ed era ferita sulle braccia, aveva una mano sanguinante. Lui appena mi vede mi ferma mettendomi una mano sul petto. Era gelida, come i suoi occhi. La voce rotta dal pianto. Mi dice di fermarmi, di non proseguire, cerca di spiegarmi che c'è stata un'onda che ha risucchiato tutto, tutte le persone che erano sulla spiaggia, tutto».

Così, di corsa, Roberto torna in albergo da Olimpia. Una volta arrivato in hotel capisce che anche lì è arrivata la notizia. Uno tsunami, più o meno nello stesso momento in cui avevano avvertito il terremoto, ha travolto la spiaggia e portato con sé tutto quello che ha trovato. La spiaggia era piena di persone, di bambini che giocavano con i genitori, piena di vita. L'albergo dove aveva trovato alloggio parte della comitiva di Roberto, quello sul mare, era stato travolto anch'esso dall'onda, riportando numerosi danni, c'erano stati morti e numerosissimi feriti. «Se fossimo rimasti in quell'altro albergo…chissà che cosa sarebbe successo…in ogni caso anche il nostro l'hotel è stato evacuato per motivi di sicurezza e ci hanno trasferiti su una collina poco distante. Ci siamo ritrovati tutti lì, tutti sfollati, turisti, cittadini di Phuket, ed è stato lì che mi sono reso conto di tante cose. Siamo stati soccorsi e accuditi con una tale disponibilità e delicatezza che non dimenticheremo mai, abbiamo vissuto insieme il dramma e il dolore. Non dimenticherò tutte quelle persone che, per strada, urlavano nomi, e tutti i bambini che ho visto vagare con la disperazione negli occhi».

Roberto e Olimpia hanno deciso di non imbarcarsi su uno dei voli messi a disposizione dello stato italiano per il rimpatrio dei turisti; si sono iscritti tra i volontari e hanno lavorato notte e giorno per prestare soccorso alle vittime dello tsunami. Una volta rientrati in Italia, hanno deciso che sarebbero ritornati presto a Phuket, dove avevano lasciato tanti amici che avevano ancora bisogno di aiuto.

Intanto, una volta arrivati a Napoli, Roberto inizia una raccolta di fondi tra amici e parenti che potesse servire a sostenere, in qualche modo, gli amici thailandesi.

«A gennaio sono ripartito da solo per la Thailandia. Olimpia ha preferito destinare i soldi del costo del suo biglietto alla raccolta fondi. Ma quando sono arrivato lì mi sono visto perso». A Phuket erano ancora evidenti le tracce della tragedia. «Avevo pensato di acquistare delle piccole imbarcazioni, quelle che gli abitanti del posto usano per spostarsi da una parte all'altra della costa, e che erano andate quasi completamente distrutte, ma mi sono reso conto che i prezzi erano diventati altissimi, che fosse in atto una vera e propria speculazione su quel tipo di prodotto, e così ho desistito». Giunto al massimo dello sconforto, Roberto si rivolge al Signore e gli chiede aiuto. «Lo faccio sempre quando mi sento in difficoltà. Gli chiedo una mano, gli chiedo di farmi capire che cosa devo fare, qual'è la decisione più giusta da prendere, e devo dire che la risposta arriva sempre». Proprio mentre Roberto si è convinto di non poter fare altro che lasciare i soldi agli amici thailandesi, arriva la telefonata di uno di loro che, sentendolo così sconfortato, lo invita ad uscire un po'. «Mi ha portato a visitare un villaggio che era sorto in una zona poco distante dalla città, dove avevano allestito delle capanne per ospitare i bambini orfani in seguito allo tsunami. Con quanta cura i volontari accudivano quei bambini…mi hanno detto però che avrebbero sicuramente incontrato molte difficoltà con l'avvicinarsi della stagione monsonica, se non fosse stata costruita una casa vera e propria». «La risposta è arrivata!» ho pensato subito. «I soldi che avevo con me sarebbero serviti per costruire un alloggio per i bambini». Le difficoltà che Roberto ha incontrato per ottenere i permessi per la costruzione della nuova struttura sono state numerosissime, ma non si è mai arreso. E dopo sei mesi, a un anno circa dalla tragedia, sono stati inaugurati la scuola e il centro di accoglienza per i bambini in difficoltà. «Almeno due volte l'anno ritorniamo a Phuket per andare a salutare i bambini e tutte le persone che lavorano nel centro e per controllare che sia tutto a posto. È una gioia ritrovarsi».

Roberto, però, non si occupa solo dei piccoli di Phuket. Da 12 anni, a Napoli, assiste ogni giovedì, insieme ad un gruppo di volontari che diventa sempre più numeroso, i senza fissa dimora nei pressi della stazione centrale. Vengono offerti pasti caldi, qualche volta un intrattenimento musicale o comico, e, da qualche mese, anche la possibilità di effettuare uno screening gratuito.

«Ho scoperto la fede per necessità, perché avevo bisogno di essere guidato, avevo tante domande e nessuna risposta. E avvicinarmi all'Opera mi è servito moltissimo. Frequento i corsi di formazione. Ho capito tante cose. La risposta vera l'ho trovata in Dio, la sua presenza quotidiana nella mia vita mi aiuta, mi dà forza. Però continuo a cercarlo, voglio conoscerlo di più e meglio. E lo ritrovo negli occhi, nelle mani, nel cuore delle persone che hanno bisogno di aiuto. Aiuto gli altri, ma in realtà aiuto me stesso, le mie attività di volontariato nascono dal desiderio profondo di incontrare Cristo».